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  Diario di vita partigiana di Emanuele Artom (1943-1944)  

Il torinese Emanuele Artom, classe 1915, dottore in lettere e discriminato dalle leggi razziali, si unì alla resistenza poco dopo l'8 settembre 1943 e fu commissario politico per il Partito d'Azione. Catturato dai tedeschi, morì all'inizio dell'aprile 1944 a causa delle torture subite. Un testimone, il partigiano garibaldino Giovanni Borca "Oscar", racconta che il 28 marzo 1944 vi fu "...la visita dei giornalisti di Adler e di Signal i quali prendono fotografie a Emanuele a cavallo di un asino con Zanzara che gli reggeva le briglie (perché anche questo Zanzara era ebreo)". Adler e Signal erano giornali nazisti a uso dei militari, distribuiti anche in versione italiana alle truppe della Repubblica di Salò.

Emanuele Artom tenne un diario che per noi ha interesse per la freschezza delle osservazioni sui tipi umani incontrati e sulle loro opzioni politiche. Una selezione di questo diario è stata pubblicata dalla Casa Editrice Israel nel 1954 (Tre vite. Studi e memorie di Emilio - Emanuele - Ennio Artom, a cura di Benedetta Treves), e da questa selezione ricavo i brani qui riprodotti. I diari sono stati anche pubblicati per intero nel 1966 dal Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano.

Emanuele Artom si dimostra sensibile in generale nel cogliere i tratti esistenziali delle opzioni politiche dell'umanità che incontra. Qui ci dà un frammento di scena in cui c'è la sventatezza della giovinezza nel prendersi gioco di un ingenuo - che pure avrebbe potuto uccidere senza rimpianto - e c'è una comprensione della malinconia del personaggio, che si fa serio e "non sa" perché il suo ottuso ideale fascista di fedeltà sia ormai impopolare:

In treno un'altra avventura: si mette a discorrere con noi un milite, ignorando che nella valigia avevamo i proiettili per impallinarlo. Aveva partecipato alla battaglia di Crissolo e doveva raggiungere la guarnigione di Bobbio. Persuaso dai nostri ingenui discorsi che non sapevamo nulla di questi fatti d'arme, siccome lo ascoltavano dandogli molta soddisfazione e seguendolo attentamente, ci raccontò, dopo aver premesso che non avrebbe dovuto dirlo, che sta per arrivare una divisione di SS per il rastrellamento delle montagne, che i partigiani ci sono solo in Piemonte e che muoiono di freddo e di fame sulle montagne, cioè le frottole che i fascisti raccontano alle truppe per fare coraggio. Che cosa penserebbe se sapesse che stamane io ho ricevuto gratuitamente un paio di scarpe che varrà 1000 lire e che si sono comprati 100 magnifici mantelli impermeabili? Infine ci disse: "È un guaio che se i partigiani continuano, i Tedeschi bruceranno i paesi". "E perchè?" si chiese mostrandoci molto stupiti. "Perchè la popolazione è favorevole a loro". "Come mai?" domandammo ancora più meravigliati. Ci guardò serio serio: "Non lo so".
[Tre vite, cit., p. 211]


Dottore in lettere e formatosi nel modo consueto della gioventù studiosa dell'Italia di allora, Artom aderisce alle idee del Partito d'Azione e rimane sempre indenne dal grande salto della conversione alla militanza comunista. Questo lo pone in una condizione tale per cui tra di lui e i partigiani comunisti si rivela sempre una differenza di appartenenza, da mediare attraverso un esercizio reciproco di tolleranza.

C'erano anche tre capi comunisti tipo F. attivi, pratici e cordiali, ma fanatici e ignorantissimi. Uno mi chiese se Omero scrisse in greco antico o moderno, l'altro disse che Croce, essendo un grande filosofo, dovrebbe studiare i problemi della criminalità in rapporto alle malattie mentali. Povero Croce col compito di Lombroso! Inoltre spaventosamente villani: uno sputava sul fieno in cui si doveva dormire, l'altro suonava di continuo la tromba di Barbariccia. Quando andammo a dormire mi dissero: "Tutti voi intellettuali dovreste fare un po' di questa vita". E io risposi: "Voi avreste bisogno di studiare un po' qualche libro". Come potremmo affidare a questa gente il governo d'Italia?
[Tre vite, cit., p. 229 - 230]


Dal diario si evince che non gli è capitato di incontrare militanti comunisti provenienti dai ceti medi, ma soltanto gente di estrazione operaia. Questo gli permette di avvertire il valore di emancipazione che aveva per quella gente l'acculturazione tramite il sommario marxismo, e di intuire il nesso di necessità che c'è tra questa acculturazione elementare e la rappresentazione di se stessi come una sorta di aristocrazia, tratto di mentalità che era caratteristico dei comunisti:

Ieri sera perciò andai in infermeria. La persona più importante è una certa Gina, di cui credo di aver già parlato, di 32 anni, moglie di Luigi, vice commissario politico, la quale, mi pare, gode di poche simpatie per misoginia o per anticomunismo. A Giorgio è simpatica e anche il mio giudizio è positivo. Anzitutto è molto affabile e dolce nei modi con tutti e si mostra una vera "compagna". In secondo luogo ha pensato e letto, anche se ora si è cristallizzata nelle sue idee e ha la mentalità fanatica comune alle donne che si occupano di politica. Mi ha chiesto se credo in Dio, il che è una domanda da ignorante e poi ha cominciato una specie di propaganda dicendo che se non in teoria, almeno in pratica sono comunista. Le ho risposto il solito discorso che Comunismo e Partito d'Azione sono paralleli; il primo tende alla libertà attraverso la giustizia, il secondo alla giustizia attraverso la libertà, ma l'azione è uguale. Molte persone che rifuggono dal Comunismo, spaventate dal nome stesso oltre che dal programma, entrerebbero nei partiti di destra, se il Partito d'Azione non li educasse ad una comprensione del problema sociale. Gina dice di conoscere Kant e Croce, ma mi pare che s'illuda. Tuttavia bisogna riconoscere che gli operai comunisti sono molto più colti e aperti al pensiero che gli altri: o i più intelligenti abbracciano il Comunismo, o il Comunismo li educa; comunque questa è una grande lode per il partito.
[Tre vite, cit., p. 203]


Artom non dà un giudizio banalmente illuministico della forma mentale di questi suoi contraddittori. E' vero che usa la categoria semplificatoria e usuale dell'assimilazione della militanza politica comunista alla religione:

Oggi ho rivisto la Gina. "Voi comunisti", le ho detto "ammirate molto Pietro il Grande". "Certo" mi ha risposto, ma non ha saputo dirmi il perchè e mi ha lasciato capire che di lui sa un'unica cosa: che bisogna parlarne bene se si vuol essere buoni comunisti. Parimenti Trotzky è una specie di Anticristo, e se si osserva che era il primo collaboratore del grande Lenin, non sanno che cosa rispondere. Così avviene quando un partito si diffonde nella massa e diviene religione.
[Tre vite, cit., p. 212]


ma ciò che distingue le sue osservazioni è la comprensione del fatto che questa rigidità di pensiero è consona al vissuto di chi la professa, ed è una risposta a una necessità, non un capriccio:

È difficile ragionare con loro, perchè sono intolleranti, ma quando parlano hanno una grande forza di convinzione, un grande calore, rafforzato dall'esempio. Si pensa che la storia futura non possa non essere per loro. L'altro giorno si parlava con Gina del problema femminile e citai Grazia Deledda come una grande scrittrice, e mi rispose: "Non mi piace perchè non si occupa della questione sociale". Ieri sera si parlava con F. dei vegetariani. L. osservò ragionevolmente che troppe erano le sofferenze degli uomini per pensare a quelle delle bestie, ma F. aggiunse: "La natura ha creato certe bestie perchè l'uomo le mangi". Per stuzzicarlo nel suo probabile ateismo, ribattei: "Allora credi in Dio". "Perchè?" chiese F. che è poco fino. "Perchè credi in una natura coscientemente creante, cioè in Dio" e F. si offese, come se supporre che creda in Dio sia calunniarlo. (…)

Stamane F., forse perchè ieri l'avevo fatto arrabbiare, era molto sgarbato, ma ho visto che protestava con tutti. Sebbene gli abbia regalato un fazzoletto, mi ha detto: "Prendi il caffè e latte come nei tuoi villini; hai bisogno di proletarizzarti"; frase piuttosto infelice, se si pensa che sono venuto qui per combattere e che proprio ieri i fascisti mi avevano confiscato i miei supposti villini. Ad ogni modo quest'oggi ho lavato i piatti per tutti e tenuto acceso il fuoco.

Questi comunisti sono molto più pratici e industriosi di noi: oggi ho lasciato cadere la secchia in fondo al pozzo; questo ai comunisti non capita, perchè sono capaci di lavorare con le mani. In tempi normali, quando la vita è comoda, saper accendere il fuoco, se c'è il termosifone, conta meno che saper scrivere correntemente, oggi conta di più. Questa rappresenta una grande superiorità dei comunisti.
[Tre vite, cit., p. 208]


Da queste osservazioni ricava la necessità di un inquadramento storico del problema, di cui ci dà un abbozzo:

Ieri sera c'erano qui L. ed F. Si parlò di politica. Hanno una fede ed un entusiasmo tutti che li rende fanatici. Non solo sono accurati nella pulizia, non bestemmiano quasi mai e sono aperti alla cultura, se non colti, ma pagano di persona. È commovente pensare a M. che prima di partire per Barge si è fatto estrarre i denti d'oro e li ha dati alla moglie perchè si mantenesse, pensare a L. che ha distribuito tutti suoi indumenti di lana ai soldati, pensare che l'altra sera F. diceva ad un suo compagno senza sapere che lo sentissi: "Si capisce che chi non pensa solo a se stesso ma anche agli altri, deve essere comunista". Ne parlavo con Giorgio e si osservava che noi siamo infinitamente più scettici. Sappiamo che bastava un piccolo cambiamento di condizione nella nostra vita, perchè partecipassimo a tutto un altro movimento, anziché al nostro. Siamo iscritti al Partito d'Azione, ma poco affezionati, e lo abbandoneremmo senza troppo rammarico se venisse meno ai suoi programmi. Noi non crediamo, ma subordiniamo le nostre idee a uno scetticismo generico, mentre i comunisti credono e si sacrificano. Così era la situazione duemila anni fa tra filosofi e Cristiani. L'assurdità della superstizione pagana, le ingiustizie della società apparivano a Marco Aurelio, a Luciano, ad Apollonio di Tiana, a Giuliano, come a Tertulliano, ad Agostino, ai martiri del circo.

La mia mentalità è come quella degli eredi della lunga tradizione letteraria e stoica, mentre i comunisti sono come i Cristiani; conoscono la folla da cui provengono, sono fanatici, talvolta urtanti, degni d'ogni rispetto; per loro le esigenze della società sono reali e sofferte, non astrattamente conosciute.
[Tre vite, cit., p. 208]


Altrove la necessità di inquadramento storico si salda con la politica del presente e le sue inquietudini:

Ora dovrò abbandonare la banda mantenendo i migliori rapporti coi capi comunisti. La vittoria, come ho già detto, sul terreno nazionale dovrà toccare a noi, se saremo ben condotti; su quello internazionale, che più conta, è ancora incerta, ma bisogna ricordare che la Russia non è in guerra col Giappone perchè teme la Cina, il popolo più numeroso del mondo, e l'America, il popolo più potente. La sua vittoria non è ancora sicura. Il programma comunista è simile al mio, ma mi sembra più reazionario: la dittatura di una classe e la fede superstiziosa in certi dogmi che non si discutono, sono elementi del passato.

Domani dovrà regnare la libertà. Inoltre si è sempre detto che la salvezza dell'Italia era il menefreghismo, l'indifferenza dei fascisti che attutiva ogni elemento radicale del fascismo. Cosa avverrebbe domani se un governo assoluto cadesse nelle mani di fanatici, incapaci di discutere e di dubitare, esasperati dalle persecuzioni, pronti a dare la vita come hanno già sacrificata la loro personalità? I fascisti fanno schifo, i nazisti orrore, i comunisti spavento.
[Tre vite, cit., p. 220]


E infine un'osservazione ci attesta come fosse intuibile nell'Italia di allora la via d'uscita che effettivamente poi fu risolutiva:

Oggi venendo con A. in infermeria si è parlato di Comunismo. Dice che in Italia i comunisti non si propongono di giungere al potere, ma di collaborare con gli altri partiti (in questo momento interrompo il diario e parto con Peru che ha una gran fifa e la comunica anche a me. Esco dicendogli forte: "Teniamo pronte le rivoltelle" - che non abbiamo. Lo riprendo in una calda stalla dove una vacca si prepara a partorire e una gentile vecchietta lavora con fuso e rocca)… e se si giungesse al potere sarebbe meno autoritario che nella Russia, paese di tradizione zarista.
[Tre vite, cit., p. 223]


il paradosso del Partito Comunista nella Repubblica italiana, a lungo nostalgico di un'utopia rivoluzionaria, ma costruttivo e legalitario nella prassi, come guidato da una consapevolezza della necessità di ritornare lentamente nel mondo da cui il movimento comunista si era originariamente autoemarginato.




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