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  Una indicazione da La fabbrica del passato di Mauro Boarelli (2007)  
In un'altra pagina ho recensito La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti 1945-1956, di Mauro Boarelli (Feltrinelli, ottobre 2007) per il grande interesse generale di questa ricerca.

Qui voglio prendere dal libro un aspetto della testimonianza di Memo Gottardi, classe 1900 e morto nel 1967, che fu direttore della scuola del PCI di Bologna dal 1950, e fu uomo di proverbiali durezza e osservanza staliniste. Le citazioni che seguono sono alle pp. 63-66 del libro, e relative note.

Il curriculum è quello di molti. Gottardi, nato in una famiglia di braccianti, divenne socialista in fabbrica e aderì al Partito Comunista d'Italia fin dal 1921. Espatriato nel 1930, aveva frequentato la scuola leninista di Mosca tra il 1930 e il 1931, e dopo circa tre anni di attività clandestina in Italia e in Francia era tornato in Unione Sovietica per lavorare a Gor'kij, nella fabbrica di automobili. A Gor'kij nacque sua figlia Vera nel 1937. Nella biografia redatta per il partito (dicembre 1950) narrò con riprovazione di essersi concesso un po' di umana frivolezza in gioventù ("Davo più attenzione al Football e mi piaceva amoreggiare con le ragazze"), per approdare poi alla plumbea severità degli uomini del suo stampo:

Sento molto la disciplina del Partito. Sono severo con me stesso e anche nella mia famiglia lotto perché non penetri l'influenza del nemico di classe. [p. 65].


Durante il "Grande Terrore", il 10 marzo 1938, fu arrestato e non sappiamo cosa fu di lui sino a che non fu liberato nel gennaio del 1940. La sua autobiografia, particolareggiata in ogni cosa, riporta solo questo misterioso e lapidario accenno:

Della mia attività dal marzo 1938 al gennaio 1940 ne è a conoscenza la Direzione del Partito (il compagno Roasio e Colombi).


e consta che Gottardi non abbia mai narrato ad alcuno la vicenda, salvo sporadici accenni. Solo una fugace testimonianza riporta che in viaggio a Mosca, all'inizio degli anni sessanta, assalito dal ricordo dell'arresto si sarebbe abbandonato a un pianto incontrollato [nota 9, p. 246]. La figlia Vera, intervistata in anni recenti, ricorda che suo padre soffriva la notte di incubi ricorrenti, e che sua madre le aveva riferito che avevano avuto origine dal ritorno dalla detenzione [p. 66].

E questo è tutto ciò che è dato sapere. Ora, perché quest'uomo non sciocco, probo, disinteressato e fortissimo di carattere resta membro, e resta complice, del sistema che lo ha vulnerato senza ragione, e che probabilmente ha colpito a morte i suoi amici? Si dirà: perché quello era ed è rimasto il suo mondo, il suo sistema di riferimenti umani. Ed è così; solo che il fenomeno delle persecuzioni degli elementi politicamente fedeli nell'Unione Sovietica di Stalin ha avuto la particolarità di essere impenetrabile logicamente per tutti, vittime, carnefici e vittime fattesi complici dei loro carnefici. Gottardi, come ogni altro, non può parlare di quello che gli è accaduto, perché non ha un concetto di riferimento sotto cui classificare gli eventi. Potrebbe narrarli e farne una cronaca minuziosa: ma questo lo farebbe solo se l'esperienza subita lo avesse portato ad abbandonare il campo comunista, e a divenirne nemico. Ciò nel suo caso non avvenne: e allora Gottardi non poté dire mai nulla, perché gli mancava il criterio per distinguere internamente ai valori del suo mondo il bene dal male, il legale dall'illegale, l'amico dal nemico. Il suo silenzio che coprì una sofferenza espressa solo nell'incubo, fuori del controllo della volontà, getta luce sul moralismo della destalinizzazione, e sulla sua maniera di intendere l'epoca della grande crisi delle purghe. Quando descrivevano puerilmente gli eventi come se la loro chiave fosse l'arbitrio paranoico del tiranno, la "deviazione" e simili, i dirigenti moscoviti facevano sì un'operazione politicamente spregiudicata, ma facevano anche l'unica cosa che potevano fare, perché essi sentivano che la vicenda culminata nel Grande Terrore proveniva da un meccanismo sociale particolarissimo e al quale essi stessi avevano appartenuto, ma non lo sapevano oggettivare, così come non l'ha saputo oggettivare la successiva storiografia di ogni indirizzo.

Solo oggi, capendo che il cuore del fenomeno del comunismo è l'emancipazione che avviene attraverso un'acculturazione insufficiente a comprendere realisticamente la complessità del contesto sociale moderno, possiamo cominciare a capire che le purghe di Stalin colpivano chi con il suo comportamento restaurava una gerarchia sociale tradizionale, e proprio per ciò colpivano severamente la competenza professionale degli elementi politicamente sicuri. Il silenzio doloroso del povero Gottardi ci dà una tessera del mosaico proprio per il fatto che quest'uomo non era in grado né di distinguere né di giudicare alcunché dell'esperienza che pure turbò la sua anima per tutta la vita.



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