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  L'Urss di Lenin e Stalin di Andrea Graziosi (2007)
Sul Corriere della Sera del primo giugno 2008 si legge una recensione di Ernesto Galli della Loggia a L'Urss di Lenin e Stalin - Storia dell'Unione sovietica, 1914-1945 di Andrea Graziosi (Il Mulino, 2007). Per parlare di questo (bellissimo) libro, prendo le mosse da quanto è inaccettabile nella recensione di Galli della Loggia. Che è questo: il recensore dà per risolto ciò che invece nel saggio rimane pienamente problematico, e in questo modo banalizza il libro di Graziosi, facendogli dire ciò che non dice, e facendogli dire qualcosa di molto meno acuto rispetto a ciò che esso suggerisce al lettore spregiudicato.

Il punto, naturalmente, è il mistero storiografico della motivazione delle persecuzioni Staliniane (e non soltanto staliniane, ma anche leniniste) nei confronti della popolazione russa, della gente delle campagne e dei militanti comunisti in buona fede. Riguardo a questo problema la storia raccontata da Graziosi non ha una soluzione: dipinge un quadro della situazione che ce ne pone davanti agli occhi tutti gli elementi con una precisione quasi matematica, ma le manca di qualcosa che ci consenta di capire veramente, ossia di rintracciare la comune radice umana del male che fu fatto. L'agire di Stalin e del comunismo sovietico in genere persiste ad apparire come una sorta di gioco regolato da una regola propria, interamente estraneo al mondo del lettore che vi riflette oggi, e così destinato ad apparire come una cosa mostruosa, priva di motivazione in una tendenza umana. Come è sempre accaduto, questa lettura ingenua, ultrasoggettivistica e diabolica, della vicenda staliniana è funzionale a una duplice retorica: a quella filocomunista apologetica come a quella dell'anticomunismo reazionario, che banalizza e trasforma in vulgata gli elementi noti della tradizione politica liberale.

La storia di Graziosi prende le mosse dal 1861, e per la prima parte ha a cuore di sfatare la "leggenda nera" della Russia immobile nell'epoca della tarda autocrazia: in luogo di questa ci mostra un mondo complesso e contraddittorio, dove vi è sì Oblomov, ma vi sono anche una capacità di rispondere alle sollecitazioni della vita europea e una dimensione di assoluta modernità. Questa Russia è quella dove due conseguenze sarebbero state possibili: che il governo provvisorio del 1917 evolvesse in una forma repubblicana di standard europeo, ma anche, dopo il colpo di Stato bolscevico dell'ottobre, che l'Unione Sovietica degli anni Venti e della NEP si stabilizzasse in una forma di Stato non propriamente democratico, ma comunque di diritto certo, e da cui non gestasse l'inferno dell'eversione di ogni regola di convivenza umana, e nemmeno quindi la lunga notte autoritaria della restaurazione successiva al 1953.

A pag. 181 Graziosi tira le somme della NEP e giudica che "l'insieme di compromessi che sostanziava la NEP avrebbe forse potuto reggere dal punto di vista sociale ed economico", dopo averci dato eloquenti elementi di valutazione: la NEP aveva spartito la terra tra 22 milioni di famiglie, le quali si trovavano a possedere mediamente 8 ettari ciascuna. E data una popolazione allora di 160 milioni di persone, il dato è indicativo di una riforma agraria riuscita.

L'avvio dell'industrializzazione forzata, della collettivizzazione altresì forzata delle campagne e delle persecuzioni umane dopo il 1929 è dunque l'eversione di una potenziale stabilizzazione. Ora, del meccanismo staliniano il saggio di Graziosi descrive perfettamente il funzionamento: era una persecuzione categoriale, che censiva in maniera tecnicamente efficiente le specie sociali e umane potenzialmente ostili e ne amministrava la deportazione e/o l'eventuale annientamento fisico, talvolta immediato e deliberato, talaltra volta conseguente alla durezza della deportazione.

Ma la descrizione della persecuzione categoriale, per quanto dettagliata ed esatta, non è una spiegazione, ma è una conoscenza filologica del dato storico che vale semmai da premessa e da prolegomeno per una spiegazione. La quale si ha però solo al patto di compiere un passo ulteriore: quello di sforzarsi di rintracciare dentro di sé la radice comunemente umana del perseguitare, e del saper rispondere alla domanda: "sotto quali condizioni io stesso avrei agito come agì Stalin"?

La recensione di Galli della Loggia qui ci propone una banalità, che in realtà dal libro di Graziosi non risulta proprio: quella per cui il regime comunista russo non sarebbe stato

in realtà un totalitarismo, come oggi quasi universalmente si dice, ma piuttosto un caso particolarmente brutale di "dispotismo asiatico" (viene in mente la celebre definizione buchariniana di Stalin come "un Gengis Khan col telefono"), dunque non un a suo modo modernissimo regime di massa, ma assai più un "ancien régime di tipo nuovo", un regime dove, per dirne solo una, che però serve a far capire di che si trattava, in tutto il periodo considerato la regola fu sempre quella di tenere la popolazione all'oscuro dei provvedimenti adottati dal potere.

Non è la prima volta che si ode qualificare il comunismo sovietico come "orientale" o "asiatico", di modo che lo stereotipo kitsch del mondo delle Mille e una notte e delle scimitarre spietate dei giannizzeri fornisca un barlume di riferimento comparativo. Ma il libro di Graziosi è esente da questo peccato, e ciò che fa è darci una descrizione dalla quale si vede come il comunismo sovietico fu una cosa radicalmente diversa dal fascismo europeo a lui contemporaneo, e fu dominato da un'élite dalle idiosincrasie ideologiche davvero particolari, delle quali ci è nota la fenomenologia delle forme esteriori, e delle quali però non possediamo una categoria interpretativa forte e soddisfacente.

E questo mi conduce a ripetere ciò che mi sta a cuore: che il fenomeno del comunismo si comprende come fatto umano, e cessa di apparire un gioco dalle regole arbitrarie, se si sposta l'attenzione dai suoi contenuti (le idee socialiste interpretate con estrema radicalità) al bisogno di identità che conduce ad asserire quei contenuti. Il soggetto politico novecentesco di estrema sinistra è un tipo umano particolare, che ha beneficiato di una forte esperienza di emancipazione attraverso la rottura di vincoli e inibizioni tradizionali, e nel quale questa esperienza ha preso impropriamente il posto di una cultura generale assente, o divenuta astratta. Ciò determina quella forma mentis che io (al solo fine di avere un'abbreviazione per farvi riferimento) chiamo identificazione ultraculturale.

In conseguenza di questo, il soggetto politico di estrema sinistra tipico del Novecento, sia che agisca nella tragedia (nei tempi e luoghi di Stalin), sia che agisca nella farsa (nei tempi e nei luoghi del gauchisme accademico dell'Occidente, ad esempio) identifica il suo nemico dove avverte che esperienze culturali non previste dal suo schema aprono una crisi nella sua visione unitaria delle cose, e quindi nella sua convinzione di possedere uno strumento assoluto da cui dedurre i fenomeni della realtà storica. Aprire questa crisi non è nel potere di qualsiasi forma di razionalità che appartenga al contesto culturale noto e preesistente all'identificazione ultraculturale. Per questa ragione, si è sempre sperimentato che le critiche di tipo illuministico al marxismo non hanno mai persuaso nessun militante: la scienza è attrezzata a priori per asserire la propria superiorità rispetto a qualsiasi criterio tradizionale. Allo stesso modo i riferimenti tradizionali religiosi, umanitari e moralistici di qualsiasi genere non producono mai effetto sui soggetti con una forte identificazione ultraculturale: essi ritengono di avere a priori la risposta a tutti i problemi noti.

Ciò che apre una crisi nella certezza dell'identificazione ultraculturale è la molteplicità degli aspetti della vita sociale, è il politeismo (per così dire) del mondo dell'esperienza, è l'eclettismo che ottiene successi pratici. Non è particolarmente difficile immaginare un'Unione Sovietica che in uscita dagli anni rivoluzionari diventasse un luogo di diritto certo, a modo suo, mantenendo l'assoluto monopolio di Stato sulle attività industriali e magari un monopolio quasi assoluto sulle altre attività economiche. Un paese così organizzato avrebbe avuto problemi specifici, perché il monopolio di Stato generalizzato avrebbe comportato una società marcatamente autoritaria ed economicamente inefficiente a causa della mancanza dell'elemento dell'impresa nella vita economica: considerazioni, queste, ovvie e ripetute quanto basta dalla critica illuministica delle idee di organizzazione socialista. Ma il problema specifico per cui l'Unione Sovietica di Stalin fu una negazione radicale di ogni certezza del diritto non sta nell'organizzazione socialista, ma nel fatto che normalizzandosi la situazione in qualsiasi maniera capace di garantire la certezza del diritto e la tutela dell'integrità del cittadino impolitico, la classe dirigente rivoluzionaria sarebbe stata sostituita da un soggetto diverso, ossia dalla molteplicità dei soggetti sociali emergenti per le loro competenze specifiche. E perciò per il soggetto tipicamente ultraculturale il pericolo più grande viene dall'amico in buona fede che ottiene successi pratici e che impara a padroneggiare empiricamente e concettualmente un aspetto specializzato della realtà. Il tecnico che ha la capacità effettiva di controllo della realtà (per "tecnico" qui intendo chiunque abbia un mestiere: non solo ingegneri quindi, o contadini, ma anche giuristi, giornalisti, veri uomini politici che intendano il loro compito come mediazione, e perfino giocatori di calcio) introduce l'eclettismo che per se stesso indica il destino del ritorno alla subalternità priva di identità all'uomo che come unico patrimonio ha l'esperienza dell'identificazione ultraculturale.

La storia di Graziosi è tutta percorsa di elementi e di documenti che rappresentano specificazioni di questo carattere generale del fenomeno comunista. Ad esempio a pagina 339, leggiamo che

...Kaganovich divise nel Caucaso i comunisti rurali in tre categorie: 1) quelli che non sanno lavorare e per ignoranza o dabbenaggine cadono nelle mani degli specialisti; 2) gli ipocriti che in nome di "nobiltà d'animo" e "pietà" trattano con liberalità i colcosiani; 3) quelli che sono passati nel campo del nemico di classe...

Sono vicende del 1933, e possiamo immaginare il destino della gente classificata sotto il punto 3. Il punto 2, invece, dava luogo al reato di "populismo". Ma perché questa ossessione comunista degli a"specialisti"? Che male c'è a mettersi nelle mani del tecnico capace di fare qualcosa, se personalmente non se ne è in grado? Eppure, questa ossessione carica di aggressività è stata un carattere dominante del soggetto politico fortemente identificato con la forma mentale comunista, e soltanto di questo soggetto politico, il quale è pregiudizialmente ostile a certi valori sociali consolidati (uno dei quali è il rispetto della competenza tecnica specifica) perché questi valori lo riportano con un processo automatico e spontaneo alla condizione di subalternità a cui egli ha faticosamente reagito. Questo fenomeno è apparso in forma estrema e radicale unicamente nel comunismo; per il resto è pressoché ignoto, ed è latente soltanto in determinati comportamenti umani residuali e secondari (uno dei quali, forse l'unico di qualche importanza, è la scarsa propensione dei professori e degli intellettuali professionali ad ascoltare le ragioni del prossimo, determinata generalmente dalla grande insicurezza che accomuna questo tipo di persone).

La politica di persecuzione categoriale descritta da Graziosi è il modo in cui questa pulsione si è manifestata prendendo forma concreta come azione politica, e il saggio di Graziosi ce ne dà una visione sintetica imprescindibile, ricavata dalla lettura di una quantità sterminata di fonti. Ma non ce ne dà una categoria interpretativa forte: la persecuzione categoriale resta un dato di fatto, un evento certo ma privo di legame con la dimensione umana che lo rende motivato.



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