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Artur London ha narrato la vicenda della sua persecuzione in L'aveu - Dans l'engrenage du Procès de Prague, 1968 (trad. it. La confessione, Garzanti, 1969), un libro di precisa testimonianza improntato da un'ingenuità che contrasta curiosamente con la ricca esperienza umana del personaggio; e che rimane puramente e lealmente militante marxista sino alla fine. Il libro è ricco di testimonianze riguardo agli aspetti noti dell'atmosfera attorno ai processi di marca stalinista: ingenuità fideistica delle vittime, perfido e cinico strumentalismo dei persecutori, credulità (e consenso) dei terzi.
Data la mentalità del testimone, non vi è nemmeno un tentativo di spiegazione delle persecuzioni staliniane; vi è però la confessione sincera di non capirne la ragione, e questo già basta per situare il libro al di sopra del consueto livello moralistico dei resoconti. E infatti, nel libro troviamo tra le righe, come testimonianze spontanee e irriflesse, talune conferme della dimensione ultraculturale che costituisce la ragione di fondo dei processi.
I processi di Mosca si misero in moto dopo l'episodio pretestuoso dell'assassinio di Kirov (1934) con un meccanismo che richiese un lungo collaudo, e anche l'avvicendarsi di tre personaggi al vertice dell'NKVD (Jagoda, poi Ežov, e infine Berija).
Il processo di Praga del 1952 che ci è presentato dalla testimonianza di London invece sa di dejà vu, di qualcosa che beneficia di un'esperienza già compiuta e metabolizzata: sembra come se da Mosca fosse stato mandato il messaggio "fate in questo modo, fabbricate accuse pretestuose verso questa gente, e vedrete che ne avrete (avremo) un ritorno politico in termini di controllo sociale e di consenso". Cosa del resto vera a suo modo: i metodi staliniani generarono istituzioni stabili, destinate a erodersi solo nel lungo periodo.
Il processo di Praga, in cui il principale imputato è il leader Rudolf Slansky, accusa e condanna una crème sociale composta dai veterani della guerra di Spagna e della Resistenza europea. London ci dà lunga testimonianza della propria istruttoria, che come ogni altra nei processi di marca staliniana avviene per via amministrativa: l'imputato è seguito da un "referente", un inquisitore funzionario, per lo più appartenente alla polizia politica, che non è un magistrato e non ha nemmeno lontanamente le prerogative di immunità della giurisdizione. Si sentre che questi inquisitori sono pregiudizialmente avversi agli inquisiti; i più di loro lo manifestano attraverso atti di ottuso sadismo, ma uno di essi fa eccezione:
Kohoutek (...) porta bene i suoi quarant'anni (...), è sempre elegante sia in borghese sia in uniforme (...). Mai rozzo né brutale, nelle parole come nei gesti, non mostra animosità alcuna, e mi rivolge persino domande di cortesia sul mio stato d'animo, sulla salute e la famiglia. Mi accorgo ben presto che non crede affatto al suo lavoro e si spiega le cose con un cinico realismo. Per lui, il caso va inteso come una svolta politica; il partito deve fare tabula rasa degli errori e delle insufficienze che lo affliggono. [p. 159 dell'edizione Garzanti 1971]
Più tardi verrò a sapere che Kohoutek era stato commissario di polizia incaricato di condurre la repressione anticomunista proprio nella mia città natale di Ostrava. Continuava dunque, sotto due diversi regimi, a fare lo stesso lavoro contro le stesse persone… [p. 160]
Ciò in cui costui non crede è evidentemente solo la lettera delle accuse pretestuose; crede invece che l'opera che si va facendo sia sensata e abbia uno scopo politicamente razionale. Poliziotto professionale, si trova a servire il governo pro tempore, e come solitamente in questi casi avviene agisce riconoscendo come proprie le ragioni del suo governo. Ma quando si tratta di specificare questo scopo, tutto resta vago:
Kohoutek non pensa probabilmente a una vera e propria liquidazione fisica. L'eliminazione è politica (...). "Se lei fosse rimasto in Francia" mi dice per esempio, "avrebbe continuato in quel paese capitalista a essere un militante di valore. Ma uomini come lei, con il suo passato, le sue idee, le sue concezioni, le sue relazioni internazionali, non sono fatti per un paese che costruisce il socialismo. Bisogna metterla da parte. Passato il momento critico, il partito potrà rivedere il suo caso e trovarle una soluzione che le permetterà di vivere, senza naturalmente affidarle un ruolo politico..." [p. 159]
Nondimeno, il frammento ci ha dato una conferma importante: London e gli altri come lui arrecano un danno per i due fatti congiunti che hanno un'esperienza di vita più vasta dell'ordinario, e che si trovano a lavorare dentro il territorio della nuova Cecoslovacchia comunista. Non serve altro: e l'inquisitore dà addirittura atto a London che non c'è realmente altro, e che disgiunte le due condizioni non costituirebbero colpa alcuna.
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