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La crisi della politica classica nel Novecento, di Alberto Palazzi (Rubbettino 2007), tratta della realtà psicologica delle politiche eversive del ventesimo secolo, e si occupa delle politicizzazioni eversive fasciste come di quelle di estrema sinistra. L'analisi del saggio è incentrata sulla nozione antropologica di identità, intesa come assoluta necessità umana di razionalizzare il contesto di obblighi che ciascuno di noi deve accettare per vivere nel contesto sociale in cui gli è capitato di nascere. Il Novecento ha conosciuto politicizzazioni eversive (solitamente dette ideologiche, o totalitarie) di qualità particolare e sconosciute nel passato perché il complesso degli eventi storici ha generato umanità emancipate dagli obblighi degli ordinamenti tradizionali, e tuttavia incapaci di comprendere e di sentire come propria la cultura del proprio tempo. Cioè, perché ha generato soggetti sociali privi di identità e bisognosi di trovare il modo di acquisirne una.
Le politicizzazioni eversive, con tutta la loro aggressività e inumanità, esistono perché esistono soggetti umani che hanno la necessità di qualificare se stessi attraverso schemi culturali semplificati e inadeguati a descrivere realisticamente la propria esperienza di vita sociale. Così, per quanto riguarda la natura dei fascismi, La Crisi della politica classica nel Novecento assume che molto lume provenga ancora dalla scuola di Francoforte (e soprattutto dalla sociologia filosofica di Theodor Adorno), che è possibile leggere depurata sia dai pregiudizi marxisti, sia delle ipotesi psicanalitiche, sostituendo l'atteggiamento marxista con un semplice realismo politico e storiografico, e la psicanalisi con una mera psicologia osservativa. Il soggetto politico dei fascismi non è altro che l'umanità il cui orizzonte è rinchiuso nel limite del kitsch, cioè dell'apparenza di acculturazione che si ottiene attraverso l'appropriazione del mero involucro esteriore delle forme di cultura.
Quanto all'interpretazione delle politicizzazioni di estrema sinistra, La Crisi della politica classica nel Novecento non procede per semplice analogia con i fascismi, ma sviluppa un'ipotesi inedita. L'idea sviluppata nel saggio è che occorre riflettere su un fenomeno antropologico al quale non si è mai prestata nessuna attenzione, pur essendo sotto gli occhi di tutti noi che abbiamo vissuto qualcosa delle politicizzazioni del Novecento, quantomeno da testimoni. Il soggetto politico di estrema sinistra tipicamente riceve dalla militanza politica un'acculturazione che lo emancipa interiormente dalle costrizioni sociali che prima aveva accettato come istituzioni, ma non riceve una formazione globale che gli consenta di conoscere realisticamente la complessità del contesto sociale in cui vive, e quindi di competervi. L'orizzonte del soggetto politico di estrema sinistra non è il kitsch, non è lo stereotipo, ma è piuttosto l'ingenuità che gli viene dalla sua esperienza di acculturazione dove qualcosa di parziale e di specialistico (nozioni di critica dei meccanismi economici e politici nella società moderna) prende impropriamente il posto del tutto, di una cultura completa e quindi capace di tolleranza, di dubbio e di ironia.
La tesi argomentata nel saggio è che questa particolare specie di acculturazione ci rende intellegibili i comportamenti tipici dei soggetti di estrema sinistra nel mondo del Novecento: ci rende chiare le loro forme particolari di aggressività come le loro tipiche incoerenze tra valori e prassi. L'attenzione a questa particolare specie di acculturazione rende motivato persino il mistero storiografico della persecuzione dei compagni di strada, politicamente fedeli, nell'Unione Sovietica di Stalin e negli altri regimi comunisti nella prima epoca della loro vicenda storica.
Infatti, mentre il soggetto politico fascista qualifica nevroticamente come suoi nemici coloro che ai suoi occhi rappresentano un Gotha sociale irraggiungibile, il soggetto politico di estrema sinistra si forma un nemico immaginario attraverso un processo mentale affatto diverso. Dove esiste un regime politico comunista, il soggetto politico di estrema sinistra ha costruito un mondo a misura della propria specifica capacità culturale di comprendere le strutture sociali, e ciò che non può tollerare è ciò che tende a ricostituire i valori sociali (e le implicite gerarchie) che egli ha evertito: perciò il suo nemico più temuto non è il debole, né l'emarginato, né il portatore esplicito di valori tradizionali, e nemmeno l'oppositore consapevole e dichiarato, ma è colui che con il suo comportamento ripristina di fatto una gerarchia sociale tradizionale. Quando i regimi comunisti si stabilizzano come ordinamenti secondo i loro principi, chi ripristina di fatto le forme sociali tradizionali non è l'oppositore cosciente di sé, ma piuttosto è il tecnico competente e politicamente fidato, o colui che eccelle in qualsiasi aspetto della vita sociale: persino chi è colpevole di giocare troppo bene al pallone fa una cosa che può essere avvertita come ostile (e infatti, ad esempio, le purghe di Stalin non risparmiarono gli impolitici campioni della squadra di calcio Spartak di Mosca). Il soggetto politico di estrema sinistra elegge nevroticamente a proprio nemico la gerarchia sociale del suo stesso mondo, prodotta dalla sua stessa vicenda politica: questa gerarchia nuova fu perseguitata al tempo di Stalin, e di nuovo nella Cina della Rivoluzione Culturale.
Questa motivazione non si trova mai esplicita, né potrebbe mai essere espressa esplicitamente, perché è una condizione umana sulla quale non cade alcuna riflessione né da parte di chi la vive, né da parte da chi l'osserva dall'esterno. L'ipotesi de La crisi della politica classica nel Novecento, documentata attraverso frammenti inconsapevoli di testimonianza isolati nella grande massa di documenti e di cronache, è che considerando questa dimensione si riescano a capire il consenso sociale attorno al sistema Staliniano, e anche le persecuzioni apparentemente immotivate che avvennero in quel tempo.
Attraverso la qualificazione delle forme mentali specifiche dei soggetti politici fascisti e di estrema sinistra, La Crisi della politica classica nel Novecento ci dà una razionalizzazione obiettiva di quanto è stato vissuto sul suolo europeo nell'epoca della grande eclissi della capacità di agire politicamente,
l'eclissi che cominciò con l'attentato di Sarajevo e cominciò a risolversi con il ritorno alla ragione della primavera del 1945.
Senza moralismo e senza apologia, il libro ci aiuta a pensare la tragedia della generazione compresa tra il 1914 e il 1945 come passato, e non più come presente.
NOTA BIOGRAFICA
Alberto Palazzi è nato nel 1959 a Bolzano, e vive da lungo tempo a Roma, dove lavora nel campo dell'informatica. Independent scholar dopo la laurea in filosofia, si occupa della tematica filosofica della relazione tra la corporeità dei pensieri e l'oggettività dei giudizi logici. La crisi della politica classica nel Novecento è un contributo alla filosofia della politica, ma anche un momento applicativo della sua ricerca intorno alle condizioni in cui il giudizio umano si fa concreto nelle condizioni dell'esistenza.
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