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  L'orecchio di Mao e le leggi della prospettiva in English di Wang Gang (2004)  

English di Wang Gang (Neri Pozza, 2007, pp. 384) è un romanzo di formazione ambientato negli anni della Rivoluzione culturale cinese. C'è il ragazzino Liu Ai, c'è la figura di un professore di inglese che porta con sé il fascino di un altro mondo assieme all'autorevolezza della propria integrità umana, c'è la maestra Ajitai dalle belle forme prosperose (che meritano eroiche e funeste arrampicate su una catasta di carbone per sbirciare il rito del suo bagno del Sabato), c'è un malinconico amore negato nella persona dell'indeterminata Huang Xusheng, e c'è un altro ragazzino detto Li Mondezza a far la parte di Huckleberry Finn. Naturalmente, poiché siamo in un contesto postmoderno, le due spalle finiscono malamente per consentire a Liu Ai di prendere il volo, e il finale non è lieto, ma piuttosto grigio. Nulla di male in questo: ma i personaggi non convincono, e c'è qualcosa di meccanico e di deciso a priori in tutti loro, così come in tutte le vicende del racconto, che via via si fanno psicologicamente meno realistiche senza per questo raggiungere alcuna qualità poetica (ad esempio, è assai poco compiuta la descrizione del sadismo infantile di fronte allo spettacolo delle fucilazioni, a p. 361 e seguenti, sebbene muova dalla constatazione spregiudicata dell'attrattività di questi spettacoli).

Ma come strumento per assaporare il clima della Rivoluzione culturale il libro è impareggiabile, data la nostra abituale ignoranza della Cina. Innanzitutto, il libro ci dipinge questa Cina (poco dopo il 1970) come un mondo più articolato di quanto il nostro sguardo stereotipo usi pensare: vi sono tanti tipi di umanità e vi è tutta una stratificazione sociale, e a questa stratificazione appartiene il fatto che Li Mondezza è un ragazzo irredimibilmente popolano, astuto e dotato di scaltra ironia con la quale mette a nudo il beneducato Liu Ai, inguaribile figlio di professori. E poi ci sono quelli che sono comunisti sul serio, e quelli che lo sono altrettanto, e tuttavia sono in sospetto di non esserlo veramente. Espressione sibillina: ma che riflette proprio la consueta difficoltà di mettere a fuoco i termini del conflitto che si consumò in Cina circa venti anni dopo la Rivoluzione del 1949, e che si era manifestato identico nella Russia degli anni '30.

Nel mondo di English (che precisamente è la remota città di Urumqi, nell'estremo Ovest cinese), tutti sono comunisti, tutti sono stati radicali in giovinezza, pochi hanno peccati politici da farsi perdonare (e comunque un passato nazionalista non è il più grave dei peccati), ma taluni sono comunisti che potrebbero in qualche modo tradire gli altri comunisti, mentre gli altri sono comunisti-comunisti, e lo sanno benissimo. Qual è la posta in gioco? Nessuno lo sa, e il libro non lo dice. Ma tutti sanno benissimo che questa è la situazione, e tutti sentono a quale delle due specie appartengono: perdenti, sottomessi e costantemente ansiosi i sospettati, arroganti e certi di sé i sospettosi, che per il momento vincono (l'epoca è appunto il loro tempo, quello della Rivoluzione culturale, e Mao tutela benevolo le loro ragioni). Il padre di Liu Ai è un architetto notevole della città, di pesante scuola sovietica, ma amante di musica e lingue straniere; incaricato di dipingere la figura di Mao in uno dei soliti murales politici gli capita di incorrere in questo episodio:

Due uomini usciti da un edificio poco lontano stavano venendo verso di noi. Uno portava gli occhiali, l'altro no. Quello con gli occhiali era il responsabile Fan, l'altro era un tizio molto alto.
In preda all'agitazione, mio padre mi disse: «Torna a casa, di' alla mamma che stasera finisco presto».
«Oggi pomeriggio non ho lezione, resto qua a guardarti dipingere».
«No, torna a casa».
Ma io non me ne andavo.
Sul volto di mio padre apparve un' espressione d'impotenza, quasi di terrore. Era evidente che la mia presenza lo agitava ancora di più.
Vedendolo così, cominciai a vacillare: se mi avesse chiesto un'altra volta di andarmene gli avrei ubbidito, ma ormai era troppo tardi. I due erano arrivati davanti a noi.
Quello alto senza occhiali guardò l'affresco e disse: «Assomiglia, assomiglia proprio, è uguale a quello che ho visto in piazza Tiananmen». Ma di colpo s'irrigidì e sbottò: «Perché ha solo l'orecchio sinistro e non anche il destro?».
(...)
Guardando il ritratto, mio padre disse: «Responsabile Fan, comandante in capo Shen, sono le leggi della prospettiva, pensateci un attimo ...».
L'uomo lo fissò e disse: «Di che leggi parli? Vai su e sbrigati a mettergli l'orecchio che manca».
Mio padre non si mosse, il suo volto si apri in un largo sorriso, come se fosse alquanto divertito, e disse: «Se gli metto l'orecchio, non gli somiglierà più».
L'uomo gli si parò davanti e prima gli afferrò la mano, poi cambiò idea e gli prese un orecchio tra le dita, tirandolo leggermente, ma resosi conto che mio padre non lo seguiva, si mise a tirare con forza dicendo: «Svelto,arrampicati e fagli l'orecchio!».
Il responsabile Fan, quello con gli occhiali, continuava a ridere. «Se ti dice di farglielo, faglielo».
Mio padre li guardava incerto, e pareva supplicare con gli occhi il responsabile Fan perché sapeva che anche lui era un intellettuale e conosceva non solo le leggi della prospettiva, ma molte altre cose.
All'inizio ridevo anch'io, ma quando vidi mio padre preso per le orecchie mi passò la voglia di ridere. Volevo dire all'uomo «Molla quell'orecchio»; ma non osavo. Mi pareva che mi facesse male anche il mio, di orecchio.
Mio padre cominciò ad arrampicarsi agile sull'impalcatura.
Da sotto gli vedevo i capelli tremolare, e gli occhiali che riflettevano la luce.
Afferrò il pennello e aggiunse l'orecchio destro all'uomo del ritratto. Rimanemmo tutti pietrificati: la forma della faccia era completamente cambiata, non sembravano più la testa e il volto di una persona normale.
L'uomo disse: «Ma che cavolo fai? L'orecchio è troppo grande!».
Mio padre lo cancellò e lo ridisegnò un po' più piccolo.
L'immagine del presidente Mao diventava sempre più ridicola.
A quel punto mio padre sentenziò: «Impossibile».
L'uomo gli intimò: «Scendi!».
Il responsabile Fan incalzò: «Muoviti!».
Mio padre scese. Stava guardando il ritratto insieme ai due uomini quando, all'improvviso, il responsabile Fan alzò una mano e gli assestò un sonoro ceffone, mandandolo quasi a gambe all'aria.
Dopodiché disse: «Lo so che cos'hai in mente, tu!».
Poi cercò un segno d'approvazione nello sguardo dell'uomo alto.
Il comandante in capo Shen disse: «Cancellalo tutto e rifallo». E su queste parole i due fecero per andarsene.
Ma io balzai davanti a loro e aggrappato alla gamba del responsabile Fan dissi: «Perché hai picchiato mio padre?».
Lui si fece una risata e rispose: «Sei ancora un bambino, quando crescerai un po' farai bene a prendere le distanze da lui».
lo continuavo a tenerlo stretto, non lo lasciavo andare.
Urlò a mio padre: «Portati via il bambino!».
Papà tuonò verso di me: «Torna qui, lascia andare il signore».
Ma io non mollavo.
Mio padre mi si avvicinò tirandomi la mano.
Io continuai nella mia ostinazione.
Quando capi che per quanto mi tirasse non avrei lasciato la presa, mi assestò un calcione nel culo.
Dallo spavento lasciai andare la mano, avvertendo la violenza con cui mio padre mi aveva colpito, oltre al dolore.
I due se ne andarono confabulando.
Papà li guardò finché furono lontani, poi mi chiese: «Ti fa male?».
Feci segno di no con la testa.
Lui sospirò e disse: «Oggi pomeriggio lo rifaccio, un ritratto frontale con tutt'e due le orecchie».
[pp. 14-16]


Riparato il volto di Mao sul dipinto murale, l'architetto / pittore mendicherà di avere ancora un'onerosa commessa professionale, e si umilierà nella gratitudine avendola ottenuta. Quanto all'episodio, si capisce benissimo che il responsabile Fan e il comandante Shen conoscono benissimo le leggi della prospettiva, e che il loro fare è pretestuoso. Ma perché? Qui non c'è una spiegazione, né un'ipotesi: e però questo episodio, come ogni altro dell'infinita costellazione del genere, si rende comprensibile e si sottrae alle spiegazioni superficiali e irrazionali allorché capiamo che la posta in gioco era la politicizzazione della differente situazione umana di chi traeva la propria identità dall'esperienza dell'acculturazione rivoluzionaria, e chi poteva permettersi di contaminarla con valori tradizionali, tipicamente di competenza tecnica. Né più né meno che la situazione della Russia sovietica trent'anni prima, con la differenza che qui probabilmente vi era un tanto in più di consapevolezza di ciò che si faceva, e la prassi della persecuzione dell'elemento potenzialmente ricostruttore di una gerarchia sociale tradizionale aveva una sua forma di regolazione giuridica più articolata che non nel mondo sovietico.

Ne abbiamo esempio in English, allorché i valori comunisti si esprimono attraverso parole della pedagogia tradizionale, in spirito evidentemente confuciano in questo caso, ma non per questo in modo dissimile dalla pedagogia moralistica del cristianesimo:

Tacque per un attimo e poi: «Che cosa sta progettando ultimamente tua madre?».
Mi vennero in mente i disegni ai quali lavorava tutti i giorni la mamma. «Un rifugio antiaereo» risposi.
«Bisogna farlo bene, un rifugio antiaereo» commentò lui, «sarà senz' altro perfetto se lo disegna tua madre, che comunque resta un talento sottovalutato. Ma torniamo a noi: mi dicono che in classe certe volte fai il superbo, che hai il difetto di volerti sempre mettere in mostra, è vero?».
Non fiatai.
«È la modestia che ci fa fare progressi, la superbia ci fa rimanere indietro. Devi tenere buoni rapporti con i compagni, senza darti arie e soprattutto senza metterti in mostra. Dicono che a tuo padre piacesse essere al centro dell'attenzione. E cos'ha ottenuto? Di finire schedato come "tecnico controrivoluzionario"».
E io sempre zitto.
«Guarda che ti dico queste cose per il tuo bene. Hai sentito quello che ti ho detto?».
[p. 100]


Qui si chiama modestia l'omologazione al modo di pensare comunista, e si fa appello all'interesse individuale per rendere appetibile la sottomissione a quello collettivo, che viene dipinto in accordo con le ragioni dell'egoismo personale. La logica dell'opera pedagogica è quella di sempre; ma il contenuto di questa modestia è evidentemente un altro, è l'omologazione non a valori tradizionali, ma al tipo di acculturazione chiusa in se stessa e autoermarginante che era la ragione di vita dell'umanità che si riconosceva nelle parole del comunismo.



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