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Recensione di Ernesto Galli della Loggia a L'Urss di Lenin e Stalin di Andrea Graziosi (2007)
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Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Cultura - data: 2008-06-01 num: - pag: 27 categoria: REDAZIONALE |
Prospettive Andrea Graziosi rilegge la storia del potere
bolscevico in Russia: dietro il paravento ideologico, il peso
della barbarie
Stalin, un despota come Gengis Khan
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| L'Urss da Lenin in poi: una tirannia «asiatica» sulle
donne, gli operai e i contadini |
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
È abbastanza raro per la storiografia italiana, e quindi da
salutare con compiacimento, un libro come questo di Andrea
Graziosi ( L'Urss di Lenin e Stalin. Storia
dell'Unione Sovietica 1914-1945, Il Mulino); un libro che
per la sua importanza merita dunque un discorso ulteriore più
ampio di quelli che lo hanno riguardato finora. È uno di quei
testi, fra l'altro, che per solito la nostra editoria è
costretta a tradurre dall'inglese perché da noi non si
scrivono: e cioè il racconto di un grande nodo di storia
mondiale, di carattere divulgativo sì, ma, come si usa dire, di
alta divulgazione e frutto, oltre che di una amplissima
bibliografia, di ricerche di prima mano negli archivi. Un
libro godibile, tutto fatti, spesso ignoti anche al pubblico
colto, e che tra i filoni d'indagine fa posto anche a
dimensioni di solito trascurate, quali per esempio il rapporto
tra i generi (la condizione femminile fu tra le prime vittime
della rivoluzione), i quanto mai eloquenti andamenti
demografici, l'intricato problema delle nazionalità. Il
tutto sorretto da un robusto impianto interpretativo, al cui
centro sta un'ipotesi certo non comune tra gli addetti ai
lavori. L'ipotesi cioè che il regime comunista russo non
sia stato in realtà un totalitarismo, come oggi quasi
universalmente si dice, ma piuttosto un caso particolarmente
brutale di «dispotismo asiatico» (viene in mente la celebre
definizione buchariniana di Stalin come «un Gengis khan col
telefono »), dunque non un a suo modo modernissimo regime di
massa, ma assai più un «ancien régime di tipo nuovo», un regime
dove, per dirne solo una, che però serve a far capire di che si
trattava, in tutto il periodo considerato la regola fu sempre
quella di tenere la popolazione all'oscuro dei
provvedimenti adottati dal potere. Una delle conclusioni
apparentemente sorprendenti a cui ci costringe la lettura delle
pagine di Graziosi è che è difficile trovare negli ultimi due
secoli un regime che abbia attuato una criminalizzazione
altrettanto sistematica della classe operaia e dei contadini
come quella messa in opera dal bolscevismo in Russia. Sapevamo
già, naturalmente, della repressione politica, delle stragi di
massa durante la collettivizzazione delle campagne, della
carestia artificiale in Ucraina, ma ignoravamo per esempio che
negli anni Trenta fu di fatto cancellata qualunque legislazione
sul lavoro come qualunque presenza sindacale; che
l'«emulazione socialista» prevedeva un inferno di 12 ore
di lavoro quotidiano con nessun riposo festivo; che in un
anno-tipo come il 1929-30 i licenziamenti per assenteismo
potevano arrivare a colpire il 30 per cento (il 30 per cento!)
della forza lavoro occupata. Né conoscevamo, per fare un altro
esempio, quali fossero (ovviamente per le classi popolari, non
di certo per la nomenklatura) le terrificanti condizioni
abitative a Mosca circa vent'anni dopo l'Ottobre: con
il 40 per cento degli inquilini che risiedeva in una sola
stanza, il 23,6 in «parte di una stanza», il 5 per cento in una
cucina o in un corridoio, e la bellezza del 25 per cento in
dormitori (in dormitori!). Era questo uno dei tanti esiti
paradossali di una «rivoluzione proletaria» destinata in realtà
a segnare la catastrofe non solo della grande tradizione
rivoluzionaria russa, ma dello stesso movimento operaio di quel
Paese (non a caso tuttora inesistente), e più ancora delle
radici contadine dell'una e dell'altro.
L'idea di trapiantare un'ideologia industrialista-
statalista, com'era quella che animava fanaticamente Lenin
e il gruppo dirigente bolscevico, entro una società per tre
quarti formata di contadini unicamente desiderosi di diventare
proprietari ebbe fin dall'inizio conseguenze devastanti.
Ciò che infatti mostra questo libro è che, contrariamente ad una
leggenda ancora oggi dura a morire, un'età d'oro
della Rivoluzione e del Comunismo in Russia in realtà non vi fu
mai. Così come fin dalle prime settimane, infatti, il nuovo
regime diede il via ad una dura repressione poliziesca contro
qualunque genere d'oppositori, allo stesso modo esso prese
a colpire le campagne. Sta qui il punto centrale
dell'impianto interpretativo di Graziosi. Egli vede tutto
il primo ventennio della storia sovietica dominato da una vera
e propria guerra mossa dallo Stato contro i contadini: una
lotta tanto più crudele in quanto dominata
dall'impossibilità di un compromesso. A parte ogni
pregiudizio ideologico, infatti, per i bolscevichi consentire
al desiderio contadino di proprietà della terra avrebbe voluto
dire né più né meno che rinunciare di fatto a stabilire nelle
campagne una qualunque rete capillare di controllo
politico-sociale da parte dello Stato- partito. Non solo:
lasciare le campagne nelle mani di milioni di piccoli-medi
proprietari (oltre tutto padroni del sostentamento delle città)
sarebbe equivalso altresì alla necessità di continuare a far
esistere il mercato, e quindi la moneta, cioè esattamente le
due cose nell'abolizione delle quali i bolscevichi
pensavano che dovesse consistere il comunismo. Da qui
l'impeto barbarico con il quale i bolscevichi si
avventarono sulle campagne fin dal 1918: dapprima allo scopo
di farsi consegnare a viva forza il grano, in seguito per
imporvi il proprio assoluto dominio culminante alla metà
degli anni Trenta nella definitiva collettivizzazione della
terra. Lenin — il «buon» Lenin, non il «cattivo» Stalin del
sempre evocato «stalinismo » da parte di quelli che vogliono
salvare l'onore del comunismo non pronunciandone il nome
— Lenin, dicevo, non arretrò di fonte a nulla: reparti «di
sterminio» (sì, si chiamavano così, senza falsi pudori),
deportazioni e impiccagioni in massa, incendi di villaggi,
torture di massa, fucilazioni di ostaggi fino alla misura di
cinquanta a uno, bombardamenti aerei pure con l'uso di gas
asfissianti, addirittura il ritorno alle fustigazioni in massa,
una delle più odiose pratiche repressive dello zarismo.
Giustamente Graziosi, che in queste pagine come in tutto il
libro si basa esclusivamente su dati ufficiali o su documenti
d'archivio, parla di «sfruttamento genocidiario » dei
contadini, riportati di fatto alla condizione di servi della
gleba (non a caso saranno sottoposti pure all'obbligo delle
corvée), e invano protagonisti, nel solo primo semestre del
1932, di ben milleseicento insurrezioni nelle campagne. Fu
su questa pratica collaudata di violenza «sterminazionista»
leniniana, replicata già a suo tempo da sanguinose operazioni
repressivo- militari di tipo coloniale nel Caucaso e in Asia
centrale, che Stalin innestò poi quello che l'autore chiama
un «terrore categoriale e preventivo». Il risultato stupefacente
fu, alla fine, uno Stato edificato «contro» la propria società,
«contro» il proprio popolo, e dunque fisiologicamente incapace
di fare a meno di quello che una volta un contadino,
rivolgendosi a Kalinin, osò definire «il partito revolver ».
Un partito che già durante la rivoluzione aveva cominciato ad
attingere per i suoi quadri all'ampio serbatoio
plebeo-criminale prodotto dalla disgregazione sociale
circostante, e che via via conobbe perciò una profonda
trasformazione antropologica dei propri gruppi dirigenti, nei
quali da un certo punto in avanti l'alcolismo, la
brutalità, il cinismo, la corruzione e il più violento
maschilismo divennero la regola. Fino al vertice simbolico
difficilmente eguagliabile della replica di Pjatakov, alla fine
degli anni Venti capo della banca di Stato, il quale a coloro
che alla sua proposta di vendere per fare cassa i quadri dei
musei russi — e per primo lo «schifoso Botticelli» —
obiettavano che così si precipitava nella barbarie, non esitò a
rispondere: «Ma io sono per la barbarie!».
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