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Nel novembre 2007 è uscito il saggio di Alberto Palazzi:


Le soggettività umane nei fenomeni di eversione violenta e di persecuzione che hanno segnato la vita europea dopo il 1914
La crisi della politica classica nel Novecento (di Alberto Palazzi - Rubbettino, 2007)
 
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Questa immagine proviene dal mondo della rivoluzione culturale cinese. L'oggetto che ce la rappresenta, una porcellana di quel tempo, prima del 1970, ci fa vedere l'umiliazione di un uomo in un rituale atroce: eppure la rappresentazione è innocente, a modo suo.
La crisi della politica classica nel Novecento (di Alberto Palazzi - Rubbettino, 2007)

Appartiene al genere del soprammobile, l'innocuo manufatto d'arte con cui ciascuno attesta a se stesso e a chi viene a rendergli visita che anche lui, il padron di casa, partecipa alla vita di fuori, che anche lui conosce, capisce e giudica le cose del mondo.

Tre guardie rosse hanno messo alla berlina un professore, e gridano con il megafono le loro ragioni, che comunque ai presenti sono già chiare: "questa è la fine del potere della scienza accademica reazionaria", proclama il cartello al collo dell'uomo vessato sulla berlina. La scena è riconoscibile ed è leggibile per noi che abbiamo memoria del maoismo e dei suoi stereotipi, un tempo cari anche alla moda dell'occidente. E il tipo di scenografia classico per questo rituale ci è noto da molte fotografie che ne sono rimaste.

Però la porcellana, oggetto di arte minore, ha qui un vantaggio rispetto alle fotografie: la mano dell'artista (ingenua, ma non infelice) interpreta l'espressione dei personaggi, mentre nella fotografia di mera cronaca questo avviene solo raramente e per caso. E così possiamo notare due cose strane.



La crisi della politica classica nel Novecento (di Alberto Palazzi - Rubbettino, 2007) La crisi della politica classica nel Novecento (di Alberto Palazzi - Rubbettino, 2007)
La prima è che la vittima, o se si vuole il reo, non è restituito secondo gli stereotipi iconografici del delinquente, né del malvagio: ha il volto di un uomo maturo, uno sguardo intenso e rassegnato. Appare come ci aspettiamo che appaia una persona che sa difendere la propria dignità mentre subisce l'imposizione di una violenza ingiusta.
L'altra è che i protagonisti attivi della situazione sono solo ragazze, poco più che bambine: vi è una certa ottusa sicurezza rappresentata nel loro atteggiamento, ma non vi è nessuna idealizzazione. Non sono eroi, come la vittima non è un diavolo. E allora, chi sono, queste giovani donne dai codini virginali legati con l'elastico? Sono gente che sta facendo qualcosa che le appare perfettamente lecito, dati i suoi presupposti culturali. Sono un'umanità fragile, non diversamente dalle loro vittime.
La crisi della politica classica nel Novecento (di Alberto Palazzi - Rubbettino, 2007)

Così l'ingenuità di un manufatto d'arte popolare e di discutibile gusto ci porta a riconsiderare qualcosa di dimenticato: che se vogliamo capire il soggetto dei fenomeni politici estremi delle scorse generazioni, dobbiamo sforzarci di entrare nella sua mente per ricostruire quale mondo egli si immaginava ci fosse al di fuori.

Le eversioni violente del Novecento non vengono da necessità di idee, né da necessità di reazione a situazioni politiche o economiche. Vengono prima di tutto da una necessità più ampia, quella di trovare il modo di sopportare la vita, nel quadro di una contigenza storica particolare: quella del tempo moderno, in cui la rapida evoluzione delle forme sociali distrugge strumenti antichi di difesa senza avere il tempo di ricostruirne di nuovi.

Il Novecento ha conosciuto eversioni estreme; ha conosciuto il formarsi di soggetti politici che non hanno avuto unità né in appartenenze di classe, né di ceto sociale. Ha conosciuto eversori e totalitari il cui tratto umano comune è stato soltanto la ricerca di una briciola di identità culturale, di una parola da cui trarre l'impressione di poter razionalizzare le vicende del mondo in cui è capitato loro di esistere.

La sociologia di Francoforte ci ha dato la prima chiave critica per capire tutto questo: il soggetto delle eversioni estreme usa una parvenza di cultura per proteggere se stesso da un contesto di vita sociale che gli preclude di essere uomo vivo, e di lasciare il proprio segno nella vicenda del mondo. E' la falsa mimesi, secondo l'espressione di Theodor Adorno: ci si appiattisce in forme vuote di retorica, apparenza di cultura, ci si conforma alla banalità del mondo per proteggere se stessi allo stesso modo in cui il rettile prende il colore dell'ambiente e si fa invisibile, per non essere preda.

Ma la consapevolezza, o almeno la percezione, di questa mimesi in cui è la chiave del comportamento fascista si trova anche altrove. Anche il vecchio Croce, filosofo ironico, ragionando del fascismo sentiva che sotto le parole d'ordine dell'eversione, e sotto le loro incoerenze, c'era la coerenza di questo bisogno. Le parole potevano essere tradizionaliste, moderniste, reazionarie, rivoluzionarie, trasgressive, legalitarie, cristiane, pagane, ma se la coerenza del contenuto era impossibile, pure ogni uomo che le diceva era reso coerente dal bisogno di dirle:

Un giorno colsi a volo le parole che con voce flautata cantava un lezioso oratore cattolico (ora è morto e sia pace a lui, che pure aveva le sue buone qualità), il quale si estasiava nella mirabile sintesi attuata dal fascismo, che, bellicoso com'era, porgeva al mondo il ramoscello di olivo della pace!


Il fascismo prima di ogni altra cosa fu kitsch, come lo fu questo anonimo e dimenticato oratore bisognoso di dimenticare la propria fragilità asserendo ovvie e stucchevoli simmetrie concettuali.

E i comunismi furono anche kitsch? Lo furono anche, se guardiamo alle manifestazioni delle istituzioni e dei governi nati dal paradigma fissato dal movimento bolscevico. Ma originariamente furono un'altra cosa. Furono quello che ci dice l'anonimo ceramista che ha ritratto la guardia rossa come un'innocente, e il professore come una persona che subisce un trattamento perfettamente logico, date le premesse della situazione: furono un modo troppo semplice, drammaticamente troppo semplice di razionalizzare la vicenda umana in questo mondo.

Non vi è alcuna intenzione di apologia in queste parole: vi è l'intenzione di trovare ciò che è stato comune e ciò che è stato diverso nei fenomeni politici eversivi ed estremi del Novecento. Comune vi è stata la necessità di razionalizzare l'esistenza da parte di umanità che culturalmente non ne erano in grado: umanità emancipate dalle costrizioni tradizionali, ma incapaci di competere con la complessità del proprio contesto sociale perché prive della possibilità di capirlo; e per questo autoemarginate e rese aggressive. Fascisti e comunisti ebbero questo in comune: di essere un soggetto politico che della propria semplificazione faceva la regola del mondo, e che per questo perdeva il senso delle obbligazioni giuridiche più generiche e più antiche, quelle che ci consentono di riconoscere l'uomo come uomo e di mantenere un rispetto umano anche nei confronti del nostro nemico.

Di diverso ebbero il modo con cui costruirono il loro frammento retorico di identità culturale. I fascismi lo presero dal simulacro dell'apparente tradizione, e il loro modo di essere fu intrinsecamente kitsch. Il mondo dei soggetti politici di estrema sinistra lo prese da frammenti di emancipazione umana, di cui non vedeva il valore relativo: e ne fu condotto alla stessa incapacità di riconoscere l'uomo come uomo. La differenza specifica c'è, ma non ha nessun significato come criterio per giudizi di valore: la cultura del nostro tempo del resto non ha né il diritto né il compito di emetterne, prima di avere trovato il modo di capire il perché delle cose accadute, e di compiangere anche la miseria umana dei carnefici, accanto al destino delle vittime.


Intorno alla nozione di identificazione ultraculturale - materiali e documenti complementari


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La crisi della politica classica nel Novecento - Alberto Palazzi La crisi della politica classica nel Novecento tratta della realtà psicologica delle politiche eversive del Ventesimo secolo, e si occupa delle politicizzazioni eversive fasciste come di quelle di estrema sinistra. Per quanto riguarda la natura dei fascismi, assume che il maggior lume provenga ancora dalla scuola di Francoforte (o meglio, dall’opera di Adorno), che è possibile leggere depurata sia dei pregiudizi marxisti, sia delle ipotesi psicanalitiche. Quanto alle politicizzazioni di estrema sinistra, La crisi della politica classica nel Novecento sostiene che occorre riflettere su un fenomeno antropologico al quale non si è mai prestata nessuna attenzione: il soggetto politico di estrema sinistra riceve una acculturazione che lo emancipa dalle costrizioni sociali che prima aveva interiorizzato come istituzioni, ma non riceve una formazione globale che gli consenta di conoscere realisticamente la complessità del contesto sociale in cui vive, e quindi di competervi. Perciò, il soggetto politico di estrema sinistra non può tollerare nulla che tenda a ricostruire lo stato di cose che egli ha evertito; il suo nemico più temuto è colui che con il suo comportamento ripristina di fatto una gerarchia sociale tradizionale. Per questa ragione il tempo di Stalin fu improntato dal fenomeno impenetrabile della repressione crudele del tecnico competente e politicamente fidato, o di colui che eccelleva in qualsiasi aspetto della vita sociale. L’ipotesi de La crisi della politica classica nel Novecento è che considerando questa dimensione si riescano a capire il consenso sociale attorno al sistema Staliniano, come le persecuzioni apparentemente immotivate che avvennero in quel tempo.