![]() |
![]() www.zonabit.it: Applicazioni di Intelligenza Artificiale
|
![]() La crisi della politica classica nel Novecento |
||||||
|
Il rapporto della cultura italiana con Benedetto Croce si è fatto sempre più stravagante, e purtroppo sempre più coerente con il tono della vita culturale dei nostri giorni, improntata, per così dire, dall'ideale postmoderno della volontaria modestia intellettuale. Cosa succede di strano? Succede che mentre sta venendo alla luce una nuova generazione di saggistica crociana, documentata e competente (perlopiù pubblicata dall'editore Rubbettino), mentre a Napoli Bibliopolis mette a disposizione (di chi si prenda la briga di ordinarne i volumi) la costosa edizione nazionale delle opere di Croce, e mentre da Laterza è uscito il terzo volume del carteggio tra Croce e il fondatore della casa editrice pugliese (che indicherebbe una attenzione quasi feticista del pubblico italiano per il suo vecchio filosofo), i lettori italiani che volessero informarsi su Croce, uno studente incuriosito, una persona in vena di rinfrescare qualche reminiscenza, uno studioso che volesse verificare la propria idea del filosofo napoletano, in libreria non troverebbero niente di importante. Troverebbero qualche volume di carattere aneddotico pubblicato da Adelphi recentemente, e con fortuna una vecchia copia di qualcuna delle opere maggiori del filosofo, ristampate da Adelphi nei primi anni '90. Le opere di Croce riempiono un'ottantina di volumi, e quelle più importanti saranno venti o trenta: di queste, nei primi anni '90 Adelphi ha riproposto una decina di titoli. Questo è tutto: sicché accade che Croce non si legge perché è impossibile leggerlo, e quindi che la cultura italiana di oggi non sa niente di Croce.
Ma se lo si volesse riaprire, sarebbe bene tenere a mente taluni presupposti non ovvi. Innanzitutto, che il giudizio su Croce che abbiamo in mente un po' tutti come reminiscenza scolastica è anacronistico. Croce scrisse e intervenne nella vita pubblica italiana sino all'ultimo giorno della sua vita, nel 1952, ma la sua akmé di uomo e di scrittore data a un'epoca molto più remota, quella anteriore al 1914: in quegli anni Croce fu il filosofo della sua epoca, poi non lo fu più. Poi il Croce saggista e storico rimase un uomo ricchissimo di energie e di risorse, tanto da saper fare per decenni una politica culturale personale, ma il filosofo fu un vecchio, non più in grado di capire quello che accadeva nel mondo che non sentiva più come suo. Croce non è mai riuscito a scrivere una frase logicamente persuasiva sulla natura del fascismo, ma solo a comunicarci sensazioni e prese di posizione emotive. Né riuscì a riformare la sua teoria estetica per farvi entrare l'esperienza dell'avanguardie, che non capì mai e considerò una sorta di nuovo barocchismo. E questo non perché non fosse un grande filosofo, ma perché dopo il primo dopoguerra fu un filosofo ormai antico, nelle cui categorie mentali i fatti del mondo nuovo non riuscivano a entrare: e tale lo dobbiamo considerare oggi, standogli sulle spalle, se non vogliamo fargli il torto di giudicarlo anacronisticamente. L'altro presupposto non ovvio è che il contenuto delle opere filosofiche di Croce sta in teorie difficili da capire, che dormono nei suoi libri dimenticati, e non nelle prese di posizione idealistiche tanto più facili che istituirono il crocianesimo dei professori di liceo della vecchia provincia italiana. Croce ci ha dato sue spiegazioni ingegnosissime, problematiche e niente affatto ovvie, del senso dell'esperienza estetica, del modo in cui funziona il mondo della cultura umana, di ciò che è scienza e ciò che è economia, di ciò che accade quando gli uomini fanno la politica e costruiscono il diritto, e di ciò che hanno veramente detto i suoi amati Vico e Hegel. Nel far questo, Croce ci ha fatto anche mille volte la predica per invitarci ad avere fede nello Spirito che si incarna nella vicenda umana: ma oggi, proprio per rendergli giustizia, dovremmo leggerlo senza badare a questa predica più del necessario, concentrati sui suoi difficili ragionamenti, e quasi indifferenti agli abbellimenti idealistici, senza nemmeno perdere tempo nel facile lavoro di aborrirli. Trattandolo in questo modo non diversamente da qualsiasi antico, consapevoli che ciascuno paga un tributo allo stile del suo tempo. Infine, certo che Croce appartenne alla cultura dell'Italia liberale e laica, ma le appartenne a modo suo, senza condividerne il moralismo, né il laicismo, senza ammettere mai alcuna forma di giusnaturalismo, contestando come retorici tutti i soliti assiomi liberali (quelli dell'economia di mercato come quelli dell'assolutezza dei diritti umani), e professando un liberalismo sui generis, machiavellico e coniugato con una visione classicamente realista della politica. Croce disse sempre che tutta la politica è forza ed è decisione, che la politica liberale è fatta di forza come ogni altra, e che nondimeno la civiltà liberale è un'altra cosa: liberale, appunto. E così dicendo non riuscì mai a farsi capire: perché semplicemente aveva idee poco chiare e si contraddiceva, o perché l'apparente contraddizione è una sfida che richiede abiti mentali non banali per essere raccolta? E' bello pensare che intanto Croce sta lì tranquillo, sopporta la polvere delle biblioteche, e aspetta qualcuno che, sapendolo storicizzare, finalmente gli renda giustizia. (Alberto Palazzi)
| |||||||||