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![]() La crisi della politica classica nel Novecento |
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Commento introduttivo. Antonio va per via in compagnia del vecchio zio Ermenegildo, filosofo, scontento politico e viveur «Però, che cosa?» fece Antonio. «Però ... volevo dire ... Ma lasciamo stare, divento ridicolo!» Uscirono dalla piazza, imboccando via Di San Giuliano che scende a precipizio verso il centro della città. Da questo punto, in fondo a una fuga di grigi palazzi, gravidi di ringhiere persiane portali cariatidi vasi di fiori, e che, declinando gradatamente nell'illusione della prospettiva, mostrano a mano a mano i frontoni, i tetti scuri e le giare per l'acqua, si scorgeva un tratto di mare dolcemente annebbiato dallo scirocco. «Però» sbottò d'un tratto Ermenegildo, «io al fatto che lo spirito umano crea il mondo, non ci ho mai creduto!... Cioè, mi spiego meglio: quando leggo il nostro grande filosofo vivente, io piego la testa e ammetto di essere stato battuto. Non c'è che dire, ha ragione lui: al di fuori del pensiero umano non esiste realtà di sorta, noi non possiamo uscire fuori del nostro pensiero, anche questa frase che ho detto fuori del nostro pensiero non è che un nostro pensiero... Perdio, non trovo argomenti contro di lui, mi mordo le mani e i gomiti, ma devo ammettere che non ne trovo!... Però, sento qualcosa in fondo al petto, una protesta, un'aspirazione... come devo dire... una pazzia, qualcosa che chiede giustizia contro questo modo di ragionare che non ti dà respiro, contro ... come devo dire?... la prepotenza del nostro grande filosofo vivente. Giustizia, giustizia! che venga un altro filosofo, più grande e valoroso di lui, e dimostri, con parole belle come il sole, che da una parte c'è il mondo e dall'altra il pensiero che crede (nota bene questa parola!) che crede di crearlo, ma in sostanza lo riflette, da una parte il corpo e dall'altra l'anima ... Il nostro grande filosofo vivente sostiene che una dimostrazione simile non sarà mai data dagli uomini ... Ma... e qui mi permetto di fargli un'obbiezione ... come fa lui a ipotecare il futuro e a stabilire quello che gli uomini non penseranno mai più e non saranno mai più in grado di dimostrare? Sarebbe per caso diventato determinista, un determinista a modo suo naturalmente ... magari senza saperlo?... Come? ha deriso tutti i profeti, e adesso ci spiattella una profezia bell'e buona?... Eh, che ne dici?» «Sta' attento dove metti il piede!» rispose Antonio, «c'è uno scalino». «Che il vero e il fatto siano la stessa cosa... mi ha sempre convinto, ma non ci ho mai creduto». «Eh?» «Voglio dire che un paio di maniche è rimaner convinti di un ragionamento e un altro paio credere che sia vero... Ma tu non puoi capire! quando il fegato ti diventerà un sasso come il mio, e pisciando manderai più lacrime di dolore che gocce di urina, allora forse capirai... E poi, scusami: io sarò un bambino, un ignorante, un vecchio che non vede più dagli occhi perché soffre pene di c., ma insomma, che vuol dire che la vita va bene cosi com'è, e ch'è stupido lamentarsene e chiedere qualcosa di meglio?... Per me non va bene affatto! Una volta i nostri grandi dichiaravano ad alta voce di voler sapere la verità assoluta, chiedevano di sapere perché siamo nati e a che servano e a chi procurino diletto le sofferenze degli uomini, dato che l'universo le coltiva con tanta sollecitudine, chiedevano perché dobbiamo conoscere che moriremo e ignorare completamente che cosa sia la morte, perché, prima di morire noi stessi, dobbiamo aver visto il miserabile aspetto di tanti uomini morti, perché al nostro pensiero è dato tanto spago da permettergli di arrivare con un salto a sentir l'odore della verità, senza però paterne cogliere il frutto, e perché alla fine, ci viene concessa la facoltà di chiedere «perché» e negata quella di ricevere una risposta definitiva ... Ora tutto è cambiato! lo mi levo il cappello davanti ai filosofi idealisti (gli altri, purtroppo, quelli che, in un certo senso, potrebbero danni ragione, non sono che merdicella di passero), io mi levo il cappello fino ai piedi davanti al nostro grande filosofo vivente, ma, caro Antonio, non pensi che questa filosofia cosiddetta conciliatrice, questa filosofia che dichiara: voi cercate la verità? ebbene, la verità è la vostra ricerca! voi chiedete perché? ebbene, importante non è la risposta, ma il vostro domandare perché!... non ti sembra che questa filosofia nasconda molto accuratamente la rassegnazione e la viltà? Stiamo abbracciando con la mente uno spazio più ampio o stiamo piegando la testa davanti al mistero che si dimostra impenetrabile? Questa serenità, con cui diciamo di comprendere, e accettare di buona grazia, tutti i contrasti e assurdità della vita, non varrebbe per caso assai meno della disperazione con cui i grandi del passato gridavano di non comprenderli e tanto meno accertarli, e preferivano il suicidio a una vita di miseria e d'ignoranza, che a loro, grandi e generosi davvero, appariva in ogni caso disonorevole?» Gesticolando, gridando, e appoggiandosi impaurito al braccio di Antonio a ogni nuovo capogiro, Ermenegildo era arrivato al centro della città chiamato i Quattro Canti. Qui furono urtati e sospinti in ogni senso dalla folla, e finalmente strizzati contro lo specchio di un negozio... [Vitaliano Brancati, Il bell'Antonio, 1949, Cap. XI, pp. 280..282 dell'Edizione Bompiani 1979] Commento ulteriore |
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