![]() |
![]() www.zonabit.it: Applicazioni di Intelligenza Artificiale
|
![]() La crisi della politica classica nel Novecento |
||||||
|
L'idea di fondo del libro è questa: si chiama "logica" in senso proprio la capacità dello spirito (umano) di giudicare delle proprie vicende. Ancora più al fondo, poi, c'è questo: si chiama "logica" l'atto del pensiero in cui ciascun uomo fa propria, e rivive come presente, la vicenda esistenziale di se stesso come pure di ogni altro uomo che sia vissuto in un qualche tempo e abbia lasciato traccia della propria esistenza spirituale. E di conseguenza non si chiamano "logica" le attività in cui la mente umana fa ragionamenti e calcoli utili a scopi estranei a quello di capire gli uomini. Sicché questa Logica come scienza del concetto puro non tratta né della logica aristotelica, né di quella di Frege e Russel, se non per avvertirci a non fraintenderne la natura. Tratta invece dell'arte di riconoscere sempre l'uomo nell'opera dell'uomo: e lo fa con un impianto concettuale e lessicale talmente singolare, da risultare libro di lettura faticosissima, nonostante la limpida chiarezza della prosa. Chi tenta di leggere, di capire e di criticare questo libro, deve costantemente ricordare questo: che per Croce prima di ogni altra cosa importa capire gli uomini. E che capire il prossimo non è un fatto sentimentale, ma anzi è l'essenza della vita dell'uomo pensante: gli altri si capiscono pensando come pensano loro, non con identificazioni sentimentali e proiezioni emotive di se stessi, ma con tutta la forza delle distinzioni logiche chiare e nette. Non si può ridurre questo libro a una facile formula. Per farci un'idea della prospettiva di Croce su ciò che egli (forse bizzarramente) chiama "Logica", scegliamo di lasciar parlare lui stesso, e leggiamo alcune pagine da La storia come pensiero e come azione, in cui la idea del 1906 è arricchita da trent'anni di meditazione, ma non è cambiata: IV - SIGNIFICATO STORICO DELLA NECESSITÀ Il giudizio, nel pensare un fatto, lo pensa quale esso è, e non già come sarebbe se non fosse quello che è: lo pensa, come si diceva nella vecchia terminologia logica, secondo il principio d'identità e contradizione, e perciò logicamente necessario. Questo e non altro è il significato della necessità storica, contro cui si nutrono sospetti e perfino si tentano ribellioni, immaginando che voglia negare la libertà umana, laddove non nega se non l'inconcludenza logica. A conferma, si osservi che l'affermazione di quella necessità è posta, ed è di volta in volta ripetuta, contro l'introduzione in istoria del vietato "se": non già del "se", particella grammaticale, il cui uso è perfettamente lecito, e neppure di quel "se" che si adopera per desumere dal caso storico un avvertimento o ammonimento che l'oltrepassa, di carattere generale e astratto, come quando si dice che se, nel luglio del 1914, gli uomini di stato di Germania o degli altri popoli avessero dominato i loro nervi, la guerra non sarebbe scoppiata, il che serve talvolta a dare la coscienza della gravità di certi atti decisivi e a eccitare il senso della responsabilità; - ma, proprio, del "se" storico e logico, ossia antistorico e illogico. Questo "se" divide arbitrariamente l'unico corso storico in fatti necessari e fatti accidentali (lo divide proprio cosi, perché, ove concepisse tutti i fatti come accidentali, la compattezza storica rimarrebbe intatta, tanto valendo "tutti accidentali" quanto "tutti necessari"); e si argomenta di qualificare nei suoi racconti un fatto come necessario e un altro come accidentale, e allontana mentalmente questo secondo per determinare come il primo si sarebbe svolto conforme alla natura sua, se quello non l'avesse turbato. Giocherello che usiamo fare dentro noi stessi, nei momenti di ozio o di pigrizia, fantasticando intorno all'andamento che avrebbe preso la nostra vita se non avessimo incontrato una persona che abbiamo incontrata, o non avessimo commesso uno sbaglio che abbiamo commesso; nel che con molta disinvoltura trattiamo noi stessi come l'elemento costante e necessario, e non pensiamo a cangiare mentalmente anche questo noi stessi, che è quel che è in questo momento, con le sue esperienze, i suoi rimpianti e le sue fantasticherie, appunto per avere incontrato allora quella data persona e commesso quello sbaglio: senonché, reintegrando la realtà del fatto, il giocherello s'interromperebbe senz'altro e svanirebbe. Contro la fallace credenza che sopr'esso sorge, fu foggiato il proverbio popolare che del senno di poi sono piene le fosse. Ma poiché il giocherello, in istoria, è del tutto fuori luogo, quando si affaccia colà, stanca presto e presto si smette. Ci voleva un filosofo, un assai astratto filosofo, per scrivere un libro intero (Renouvier, Uchronie) al fine di narrare "le développement de la civilisation européenne tel qui n'a pas été, tel qui aurait pu être", sul convincimento che la vittoria politica della religione cristiana nell'occidente fu un fatto contingente, e che sarebbe potuto non accadere, ove si fosse introdotta una piccola variazione, gravida di conseguenze, alla fine del regno di Marco Aurelio e nelle fortune di Commodo, Pertinace e Albino! Dalla necessità storica, nel significato logico che si è determinato, e che è il pensiero che sente la gravità del còmpito suo e non vuole lasciarsene distrarre correndo dietro a trastulli, bisogna tenere ben lontani due altri significati dello stesso vocabolo, e che sono due concetti erronei. L'uno è che la storia sia necessaria perché i fatti precedenti nella serie determinano i susseguenti in una catena di cause ed effetti. Non si insisterà mai abbastanza su questa semplice e fondamentale verità, e pur difficile a cogliere da molti intelletti avvolti nelle ombre del naturalismo e del positivismo: che il concetto di causa (e anche qui, sebbene possa forse sembrare superfluo, avvertiamo che intendiamo del "concetto", e non del "vocabolo", il quale appartiene alla comune conversazione), che il concetto di causa è e deve rimanere estraneo alla storia, perché nato sul terreno delle scienze naturali e avente il suo ufficio nell'ambito loro. Né alcuno è riuscito mai, praticamente, a raccontare per adeguazione di cause ed effetti un qualsiasi tratto di storia, ma soltanto ha potuto aggiungere al racconto costruito con diverso metodo, ossia con quello che è spontaneo e proprio alla storia, l'impropria terminologia causalistica per far pompa di scientifismo. Ovvero altresì, e come conseguenza sentimentale di quel preconcetto deterministico, si è preso a raccontarla nel modo sfiduciato e pessimistico a cui l'uomo naturalmente si dispone quando la storia, invece di apparirgli come fatta da lui e da proseguire e innovare con l'azione sua propria, gli casca addosso simile a una valanga di sassi che rotolano da un alto monte e battono sul fondo e stanno sulla sua persona, schiacciandola. L'altro concetto si presenta nella forma capziosa della sentenza: che nella storia c'è pure una logica; il che è indubitabile, perché, se la logica è nell'uomo, è anche nella storia, e, se il pensiero umano pensa questa, la pensa, come si è visto, logicamente. Ma la parola "logica", nella suddetta sentenza, significa cosa ben diversa dalla logicità, un disegno o programma secondo il quale la storia s'inizierebbe, svolgerebbe e terminerebbe, e che allo storico spetterebbe di ritrovare, sottostante ai fatti apparenti, nascosta matrice di questi fatti e ultima e vera loro interpretazione. Più volte i filosofi hanno ragionato un siffatto disegno svolgendolo dal concetto dell'Idea o da quello dello Spirito, o, altresì, della Materia; senonché Idea, Spirito e Materia travestivano in varie guise il Dio trascendente, che solo potrebbe idearlo e imporlo agli uomini e attendere a farlo eseguire. A questa, che è la forma nuda e schietta, giova, dunque, sempre ridurlo, e in questa principalmente considerarlo: forma che Tommaso Campanella diceva nei suoi sonetti, e senza nessuna intenzione satirica né burlesca, esser quella di un "comico fatallibro", di uno "scenario", quale egli lo vedeva usato ai suoi tempi dai direttori delle compagnie dei comici dell'arte per disegnare l'azione della commedia, assegnare le varie parti agli attori e far seguire la recita; e che l'abate Galiani paragonava alla pratica, consueta ai bari, che giocano con "dés pipés", con dadi segnati. Come che sia, nemmeno una storia di questa sorta è stata mai da alcuno effettualmente raccontata; e l'imbarazzo dei suoi proponitori e propugnatori si scopriva già nella loro metodologia, per l'aggiunta e contradittoria loro richiesta che l'indagine dovesse attingere un disegno che è di là dalle testimonianze e dai documenti, e però irraggiungibile per quella via; e, nel fatto, per l'uso di quelle testimonianze ora a simbolo ora a superfluo ornamento dell'asserzione che facevano delle loro credenze e tendenze e speranze e paure, politiche, religiose, filosofiche o altre che fossero e che battezzavano storia. Al pari della causalità, il Dio trascendente è straniero alla storia umana, che non sarebbe se quel Dio fosse: essa che è a sé stessa il Dioniso dei misteri e il "Christus patiens" del peccato e della redenzione. Insieme con questa duplice falsa forma della necessità sparisce dalla storiografia l'altro concetto, che da quella deriva, della previsione storica; perché, se del programma divino era rivelato di solito l'atto ultimo (per esempio, la venuta dell'Anticristo, la fine del mondo e il Giudizio universale), tutto il resto, intermedio tra il presente e quello, stava pure scritto nel libro della Provvidenza, e qualche tratto ne poteva essere per grazia rivelato a qualche pio uomo; e, per un altro verso, nella concezione causalistica la catena delle cause ed effetti proseguiva, e si poteva, calcolando, determinarne i futuri anelli. Praticamente, per altro, si confessava l'impossibilità del prevedere, nel primo caso riverenti all'imperscrutabile volontà divina, nel secondo smarriti dinanzi all'enorme complessità delle cause in giuoco: cosicché il fedele naturalista faceva, come il naturalistico romanziere dei Rougon-Macquart, lo Zola, che, dopo aver costruito nel tronco e in tutti i rami e ramicelli l'albero di quella famiglia, sottomessa alla legge dell'eredità, nel posto preparato a un bambino che stava per nascere non sapeva segnare altro che l'ironica interrogazione senza risposta: "Quel sera-t-il?". Nondimeno, la piega del prevedere persiste come abitudine nell'aspettazione di molti lettori di storia, e come dovere di dignità da parte di molti scrittori, e si soddisfa in sfilate di immagini che non hanno alcuna sostanza, come si è detto, fuori dei personali timori e paure e delle personali speranze di chi le viene formando. Alla necessità causalistica e a quella trascendente, che si celano l'una e l'altra sotto tante forme ingannevoli, dovrebbero i difensori della libertà umana saldamente opporsi, e non già partire in battaglia, come sovente fanno, contro la necessità logica della storiografia, che è, invece, premessa di questa libertà. V - LA CONOSCENZA STORICA COME TUTTA LA CONOSCENZA. Non basta dire che la storia è il giudizio storico, ma bisogna soggiungere che ogni giudizio è giudizio storico, o storia senz'altro. Se il giudizio è rapporto di soggetto e predicato, il soggetto, ossia il fatto, quale che esso sia, che si giudica, è sempre un fatto storico, un diveniente, un processo in corso, perché fatti immobili non si ritrovano né si concepiscono nel mondo della realtà. È giudizio storico anche la più ovvia percezione giudicante (se non giudicasse, non sarebbe neppure percezione, ma cieca e muta sensazione): per esempio, che l'oggetto che mi vedo innanzi al piede è un sasso, e che esso non volerà via da sé come un uccellino al rumore dei miei passi, onde converrà che io lo discosti col piede o col bastone; perché il sasso è veramente un processo in corso, che resiste alle forze di disgregazione o cede solo a poco a poco, e il mio giudizio si riferisce a un aspetto della sua storia. Ma neppur qui ci si può arrestare, rinunziando a svolgere l'ulteriore conseguenza: che il giudizio storico non è già un ordine di conoscenze, ma è la conoscenza senz'altro, la forma che tutta riempie ed esaurisce il campo conoscitivo, non lasciando posto per altro. In effetto, ogni concreto conoscere non può non essere, al pari del giudizio storico, legato alla vita, ossia all'azione, momento della sospensione o aspettazione di questa, rivolto a rimuovere, come si è detto, l'ostacolo che incontra quando non scorge chiara la situazione da cui essa dovrà prorompere nella sua determinatezza e particolarità. Un conoscere per il conoscere, non solo, diversamente da quel che taluni immaginano, non ha punto dell'aristocratico né del sublime, esemplato come è in effetto sul passatempo idiota degli idioti e dei momenti di idiozia che sono in ognuno di noi, ma realmente non accade mai in quanto intrinsecamente è impossibile, venendo gli meno con lo stimolo della pratica la materia stessa e il fine del conoscere. E quegli intellettuali che disegnano come via di salvazione il distacco dell'artista o del pensatore dal mondo che lo attornia, la sua deliberata impartecipazione ai volgari contrasti pratici, - volgari in quanto pratici, - non si avvedono di disegnare nient'altro che la morte dell'intelletto. In una vita paradisiaca, senza lavoro e senza travaglio, in cui non si urti in ostacoli da superare, neppur si pensa, perché è venuto meno ogni motivo di pensare, e neppure, propriamente si contempla, perché la contemplazione attiva e poetica chiude in sé un mondo di pratiche lotte e di affetti. Né ci vogliono sforzi per dimostrare che anche quella che si chiama la scienza naturale, col suo complemento e strumento che è la matematica, si fonda sui bisogni pratici del vivere, ed è indirizzata a soddisfarli; perché questa persuasione fu già indotta negli animi dal suo grande banditore alla soglia dei nuovi tempi, Francesco Bacone. Ma in qual punto del suo processo la scienza naturale esercita quest'ufficio utile, facendosi vera e propria conoscenza? Non di certo quando compie astrazioni, costruisce classi, stabilisce rapporti tra le classi che chiama leggi, dà formola matematica a queste leggi, e simili. Tutti cotesti sono lavori di approccio, indirizzati a serbare le conoscenze acquistate o a procacciarne di nuove, ma non sono l'atto del conoscere. Si può possedere raccolta nei libri o pronta nella memoria tutta la materia medica, tutte le specie e sottospecie delle malattie con le loro caratteristiche; e con ciò, possedendosi "bien Galien, mais nullement le malade", come avrebbe detto il Montaigne, si conoscerà tanto poco quanto poco o nulla conosce di storia chi possiede una delle tante storie universali che sono state compilate, o ne ha ammobiliato la memoria, fino a quando non giunga il momento in cui, sotto lo stimolo degli eventi, quelle conoscenze disciolgono la loro immota rigidità e il pensiero pensa una situazione politica o altra che sia; e similmente l'esperto di medicina, fino a quando non venga al punto di aver davanti un malato e d'intuire e intendere il male di cui propriamente quel malato, e solo quello, soffre a quel modo e in quelle condizioni, e che non è più uno schema di malattia, ma la concreta e individua realtà di una malattia. Le scienze naturali muovono dai casi individuali, che la mente non ancora intende o non intende a pieno, ed eseguono la lunga e complicata serie dei loro lavori per riportare la mente cosi preparata innanzi a quei casi, e lasciarla in diretta comunicazione con essi sicché ne formi il giudizio proprio. Alla teoria che ogni genuina conoscenza è conoscenza storica non fa dunque vero contrasto e opposizione la scienza naturale, la quale, al pari della storia, lavora nel mondo e nel basso mondo, ma la filosofia o, se si vuole, la tradizionale idea di una filosofia che abbia gli occhi rivolti al cielo e dal cielo attinga o aspetti la suprema verità. Questa divisione di cielo e terra, questa concezione dualistica di una realtà che trascende la realtà, di una metafisica sulla fisica, questa contemplazione del concetto senza o fuori del giudizio, le dà il carattere suo proprio, che è sempre il medesimo, comunque si denomini la realtà trascendente, Dio o Materia, Idea o Volontà, e sempre che si suppone che le resti sotto o di contro una realtà inferiore o una realtà meramente fenomenica. Ma il pensiero storico ha giocato a questa rispettabile filosofia trascendente un cattivo tiro, come alla sua sorella la trascendente religione, di cui essa è la forma ragionata o teologica: il tiro di storicizzarla, interpretando tutti i suoi concetti e le sue dottrine e le sue dispute e le sue stesse sfiduciate rinunzie scettiche come fatti storici e storiche affermazioni, nascenti da certi bisogni da essa in parte soddisfatti e in parte lasciati insoddisfatti, e a questo modo le ha reso la giustizia che per il suo lungo dominare (il quale era insieme un servire l'umana società) le si doveva, e ha scritto il suo onesto necrologio. Si può dire che, con la critica storica della filosofia trascendente, la filosofia stessa, nella sua autonomia, sia morta, perché la sua pretesa di autonomia era fondata appunto nel carattere suo di metafisica. Quella che ne ha preso il luogo, non è più filosofia, ma storia, o, che viene a dire il medesimo, filosofia in quanto storia e storia in quanto filosofia: la filosofia-storia, che ha per suo principio l'identità di universale ed individuale, d'intelletto e intuizione, e dichiara arbitrario o illegittimo ogni distacco dei due elementi, i quali realmente sono un solo. Singolare vicenda della storia, che a lungo è stata considerata e trattata come la più umile forma del conoscere, e per contrasto la filosofia come la più alta, ed ora par che non solo superi questa, ma la discacci. Senonché la cosiddetta storia, che se ne stava relegata all'infimo posto, non era punto storia, ma cronaca o erudizione, e si atteneva all'esterno, lavorando su testimonianze; e l'altra, che ora è assurta, è il pensiero storico, unica e integrale forma del conoscere. Quando la vecchia filosofia metafisica volle porgere una mano soccorrevole alla storia per tirarla in su, non la stese ad essa ma alla cronaca e, non potendo elevarla a storia perché ciò le era precluso dal suo carattere metafisico, le sovrappose una "filosofia della storia", ossia quel modo di escogitazione o indovinamento, del quale si è di sopra discorso, circa il divino programma che la storia eseguirebbe come chi si adopri a copiare più o men bene un modello. La "filosofia della storia" fu effetto di un'impotenza mentale, o, per dirla con frase vichiana, di una "inopia della mente", al pari del mito. Certo, tra le svariate forme letterarie della didascalica si vedono produzioni che si considerano filosofiche e non storiche, perché sembrano aggirarsi intorno ad astratti concetti, purgati di ogni elemento intuitivo. Ma se quelle trattazioni non si aggirano nel vuoto, se hanno pienezza e concretezza di giudizi, l'elemento intuitivo c'è in esse sempre, sebbene latente all'occhio del volgo, che crede di riconoscerlo solo dove gli si mostra come incrostazione di cronachismo o di erudizione. C'è, per il fatto stesso che i filosofemi, che vi si formulano, rispondono ad esigenze di portar luce su particolari condizioni storiche, la cui conoscenza li rischiara non meno di quello che ne sia rischiarata. Stavo per dire, cogliendo un esempio sul vivo, che anche le dilucidazioni metodologiche, che qui vengo dando, non sono veramente intelligibili se non col rendere mentalmente esplicito il riferimento (di solito da me fatto in modo soltanto implicito) alle condizioni politiche, morali ed intellettuali dei giorni nostri, delle quali concorrono a dare la descrizione e il giudizio. Rimangono gli specialisti o professori di filosofia, il cui ufficio par che sia di far da contrappeso ai filologisti, ossia agli eruditi che si atteggiano a storici, collocando accanto ai bruti fatti, da questi allineati e spacciati per storie, un allineamento di astratte idee, e completando cosi un'ignoranza mercé di un'altra ignoranza; con che non si va molto innanzi. Sono essi i naturali conservatori della filosofia trascendente, a segno che anche quando professano a parole l'unità della filosofia e della storia, la smentiscono col fatto, o tutt'al più discendono di tanto in tanto dal loro sopramondo per pronunziare qualche vieta generalità o qualche falsità storica. Ma quanto più si affinerà il senso della storicità e si diffonderà il modo storico di pensare, gli storici filologisti saranno rinviati alla pura e semplice e utile filologia, e i filosofi di professione potranno essere, con ogni garbo, ringraziati e congedati, perché la filosofia ha trovato nell'alta storiografia quella condizione di vita operosa che in loro aveva cercato indarno. Filosofavano essi a freddo, senza sollecitazione di passioni ed interessi, "senza occasione"; laddove ogni seria storiografia e ogni seria filosofia dev'essere storiografia e filosofia "di occasione", come della genuina poesia diceva il Goethe, questa passionalmente e l'altra praticamente e moralmente motivata. VI - LE CATEGORIE DELLA STORIA E LE FORME DELLO SPIRITO. La polemica contro la trascendenza, trascorrendo oltre il segno, ha portato a negare la distinzione delle categorie del giudizio, considerate anch'esse una trascendenza, giacché, si è detto, le categorie fanno tutt'uno col giudizio, e cangiano e si arricchiscono col sempre nuovo giudizio: infiniti giudizi, infinite categorie. Senonché la distinzione delle categorie non ha niente da vedere con una loro supposta trascendenza di contro al giudizio, perché si compie dentro al giudizio stesso, per virtù del giudizio, come sua attuazione, non potendosi giudicare se non distinguendo, distinguendo a per la sua qualità da b per la sua qualità, cioè secondo categorie. Quale mai giudizio sarebbe quello che non qualificasse l'atto a come atto di verità, l'atto b come atto di bellezza, l'atto c come atto di accorgimento politico, l'atto d come di sacrificio morale, e via distinguendo, e si restringesse a porre intuitivamente diversi a, b, c, ecc., il che, se basta alla fantasia, non basta al pensiero? Né le categorie cangiano, e neppure di quel cangiamento che si chiama arricchimento, essendo esse le operatrici dei cangiamenti: ché, se il principio del cangiamento cangiasse esso stesso, il moto si arresterebbe. Quelli che cangiano e si arricchiscono sono non le eterne categorie, ma i nostri concetti delle categorie, che includono in sé via via tutte le nuove esperienze mentali, per modo che il nostro concetto, poniamo dell'atto logico, è di gran lunga più ammaliziato e più armato che non fosse quello di Socrate o di Aristotele, e nondimeno questi concetti, più poveri o più ricchi, non sarebbero concetti del1'atto logico, se la categoria "logicità" non fosse costante e ritrovabile in essi tutti. Ma quella polemica mostra aperto di essere trascorsa oltre il segno nella sua incapacità di rendere ragione del motivo di verità che è da ricercare e mettere in chiaro anche nell'errore della trascendenza, posto che si consenta che in fondo ad ogni errore si annida sempre un consimile motivo. Il quale, in rapporto alla filosofia trascendente, consisteva appunto nell'esigenza di mantener saldo nel flusso della realtà il criterio dei valori spirituali (buono, vero, giusto, ecc.), ciascuno nel suo carattere proprio e ciascuno opposto al suo opposto (cattivo, falso, ingiusto, ecc.), e di proteggerli contro le confusioni e le negazioni che uomini tutto attenuti al senso inavvedutamente ne facevano. L'errore, invece, in cui essa s'intricava, veniva dalla pretesa di distaccarli da quel flusso e metterli in salvo in una sfera superiore, trascendendo la realtà: che valeva dare di un problema logico una soluzione fantastica. Ma contro il sensismo e l'edonismo era quella un'esigenza di sana vita intellettuale e spirituale in genere, che, nonostante il suo errore, ha operato beneficamente in vari tempi della storia delle idee, a cominciare dalle definizioni che Socrate elaborava di contro ai sofisti, e dalle idee che Platone trasferì nell'iperuranio. Per accennare a tempi recenti, in Germania, nell'ottocento, a consimile rimedio ricorse il rigido pedagogista Herbart contro le perversioni della dialettica e dello storicismo in parte nello Hegel stesso, ma più ancora nella scuola hegeliana, che sembravano insidiare non meno la serietà della vita morale che quella della vita scientifica, l'una con la fluidità e mollezza dei concetti, l'altra coi compromessi e i facili passaggi dall'un partito all'opposto. Fu una reazione e, come reazione, esagerò separando i concetti dalle rappresentazioni e segnandone così forte i contorni da chiuderli ciascuno in sé e porli tutti indeducibili e senza rapporto gli uni con gli altri; e con tutto ciò, meglio quella distinzione, alquanto caramente pagata con la trascendenza dei valori sui fatti, che non la poltiglia di rappresentazioni e concetti, di concetti puri e concetti empirici, che oggi taluni vorrebbero restaurare nel pensare filosofico, senza aver forse chiara consapevolezza di quel che chiedono, e senza rendersi conto della grande perdita che si farebbe di quanto si è in questa parte faticosamente acquistato per opera della critica filosofica, che è sempre rivoluzionaria e conservatrice insieme. Che se una certa parvenza di ben filato ragionamento rimane a siffatte richieste viene da questo, che le proposizioni di astratta filosofia unitaria non sono portate alla prova dei fatti particolari, ossia dei particolari e precisi giudizi e del concreto pensare, con l'attendere a narrare la storia delle varie attività umane; nella quale prova andrebbero presto miseramente in pezzi. Pili agevole e pili prudente sembra in quel poco che quegli ingegni generici sono pur costretti a dare di trattazioni storiche, introdurre surrettiziamente le distinzioni negate nella loro metodologia, o valersene dichiarandole al tempo stesso empiriche: a un dipresso come usò un musulmano inviato del gran Sultano, che venne a Napoli nel settecento alla corte del re Carlo di Borbone, del quale mi accadde di leggere in una relazione diplomatica che bevve nei banchetti napoletani molto sciampagna, ma chiamandolo, e imponendo cosi agli altri di chiamarlo, "limonata". Mi si perdoni questo ricordo, certamente sconveniente alla gravità filosofica, ma non certo sconveniente al caso di cui si è toccato. (da La storia come pensiero e come azione, pp. 14-27 dell'edizione 1939) |
| Croce - Indice | Croce - Opere, indici e regesti |