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Queste pagine sembrano ancora fatte per fare arrabbiare i filosofi professionali (specie quelli "continentali"). Fa pensare che l'unico progetto di filosofia affine nel metodo a queste istanze crociane sia stata la filofia analitica, da lui lontanissima. Però, tutto sommato l'incompatibilità tra lo storicismo Crociano e la filosofia analitica dipese da due divergenze sul punto di partenza di questa ultima: in primo luogo la superstizione che la lingua a doppia articolazione sia un mezzo espressivo di qualità logicamente superiore a ogni altro, e la conseguente aridità estetica. In secondo luogo, l'incapacità della filosofia analitica di concepire come relativi i valori illuministici del nostro tempo, se non a prezzo di cadere in forme di scetticismo scolastico. Ma la filosofia analitica dell'ultima generazione ha mostrato una sensibilità per l'estetica e per la storia in cui resta ben poco delle premesse originarie. Cosa significa ciò? Forse che il Croce di cento anni fa era un filosofo dalle vedute più vaste di quanto non si creda? Appendice III - FILOSOFIA E METODOLOGIA Stabilita l'unità di filosofia e storiografia, e mostrato che la partizione tra le due non ha altro valore che letterario e didascalico, perché si fonda sulla possibilità di collocare in primo piano nell'esposizione verbale ora l'uno ora l'altro dei due elementi dialettici di quell'unità, giova mettere bene in chiaro quale sia propriamente l'oggetto delle trattazioni designate col nome tradizionale di "teoria" o di "sistema" filosofico: a che cosa (per dirla in breve) si riduca la Filosofia. La Filosofia, in conseguenza della nuova relazione in cui è stata posta, non può essere necessariamente altro che il momento metodologico della Storiografia: dilucidazione delle categorie costitutive dei giudizi storici ossia dei concetti direttivi dell'interpretazione storica. E poiché la storiografia ha per contenuto la vita concreta dello spirito, e questa vita è vita di fantasia e di pensiero, di azione e di moralità (o di altro, se altro si riesca ad escogitare), e in questa varietà delle sue forme è pur una, la dilucidazione si muove nelle distinzioni dell'Estetica e della Logica, dell'Economica e dell'Etica, e tutte le congiunge e risolve nella Filosofia dello spirito. Se un problema filosofico si dimostra affatto sterile pel giudizio storico, si ha in ciò la prova che quel problema è ozioso, malamente posto, e in realtà non sussiste. Se la soluzione di un problema, cioè una proposizione filosofica, invece di rendere meglio intelligibile la storia, la lascia oscura o la intorbida o vi salta sopra e la condanna e la nega, si ha in ciò la prova che quella proposizione, e la filosofia con la quale si lega, è arbitraria, se anche possa serbare interesse per altri rispetti, come manifestazione del sentimento e della fantasia. La definizione della Filosofia come "metodologia" non va sulle prime esente da dubbi, anche per parte di chi è disposto ad accettare in genere la tendenza ch' essa designa; perché filosofia e metodologia sono due termini di frequente messi in contrasto, e una filosofia che versi nella metodologia suole ricevere taccia di empirismo. Ma certamente la metodologia, della quale qui s'intende discorrere, non è niente di empirico, anzi viene appunto a correggere e sostituire l'empirica metodologia degli storici di mestiere e di altrettali specialisti in tutta quella sua maggior parte nella quale essa è un vero e proprio, sebbene manchevole, conato verso la soluzione filosofica dei problemi teorici suscitati dallo studio della storia, ossia verso la metodologia filosofica e la filosofia come metodologia. Per altro, se l'anzidetto contrasto si risolve tosto che si accenna, non accade il medesimo di un'altra opposizione nella quale il concetto da noi sostenuto si trova col concetto assai antico e largamente divulgato della filosofia come risolutrice del mistero dell'universo, conoscenza della realtà ultima, rivelazione del mondo noumenico, che sarebbe di là dal fenomenico nel quale ci aggireremmo nella vita ordinaria e si aggirerebbe la considerazione storica. Non è il caso di delineare qui la storia di tale concetto; ma questo almeno bisogna dire, che la sua origine è religiosa o mitologica, e che esso persistette persino nei filosofi che più validamente avviarono il pensiero verso l'unica realtà dell'umano e del mondano, e iniziarono la nuova filosofia come metodologia del giudizio ossia della conoscenza storica. Persistette nel Kant, che l'ammise come limite della sua critica; persistette nello Hegel, che inquadrò le sue squisite ricerche di logica e di filosofia dello spirito in una sorta di mitologia dell'Idea. Tuttavia la diversità tra i due concetti fu avvertita in modo sempre più vivace, e si espresse nelle varie formole che, nel corso del secolo decimonono, opposero alla metafisica la psicologia, alla filosofia aprioristica e trascendente una filosofia dell'esperienza e immanente, all'idealismo il positivismo; e sebbene di solito la polemica fosse infelicemente condotta e, andando oltre il segno, finisse col riabbracciare inconsapevolmente quella metafisica, quel trascendente e aprioristico, quell'idealismo astratto che si proponeva di combattere, l'esigenza che vi si disegnava era legittima. E la Filosofia come Metodologia l'ha fatta sua, e ha combattuto con migliori armi il medesimo avversario, e ha propugnato una concezione psicologica bensì ma di psicologia speculativa, immanente alla storia ma dialetticamente immanente, e diversa in ciò dal positivismo che, laddove questo rendeva contingente il necessario, essa rende necessario il contingente, affermando il diritto egemonico del pensiero. Una tale filosofia è appunto la filosofia come storia (e perciò la storia come filosofia), e la determinazione del momento filosofico nel momento puramente categorico e metodologico. Il maggior vigore di questa concezione verso l'opposta, la superiorità della filosofia come Metodologia sulla filosofia come Metafisica, è dimostrata dalla capacità della prima a risolvere, criticandoli e assegnandone la genesi, i problemi della seconda; laddove la Metafisica non è capace di risolvere, non solo quelli della Metodologia, ma nemmeno i propri problemi senza dare nel fantastico e nell'arbitrario. Così le questioni sulla realtà del mondo esterno, sull'anima-sostanza, sull'inconoscibile, sui dualismi e sulle antinomie, e via dicendo, si sono disciolte nelle dottrine gnoseologiche che hanno sostituito migliori concetti a quelli che prima si possedevano intorno alla logica delle scienze, e spiegato quelle questioni come aspetti eternamente rinascenti ed eternamente superabili della dialettica o fenomenologia della conoscenza. Senonché il concetto della filosofia come metafisica è così inveterato e così tenace, che non è meraviglia se esso dia ancora qualche guizzo di vita nelle menti di coloro che se ne sono bensì liberati in genere, ma non l'hanno attentamente perseguitato in tutti i particolari, né hanno chiuso tutte le porte per le quali può introdursi più o meno inavvertito. E se ora di rado lo s'incontra nella sua diretta e scoperta presenza, è dato discernerlo o sospettarlo in alcuni suoi aspetti ed atteggiamenti, che rimangono quasi pieghe prese dagl'intelletti o come preconcetti inconsapevoli, e offrono il pericolo di risospingere la Filosofia come metodologia in vie fallaci, e di preparare la restaurazione, sia anche efimera, della sorpassata Metafisica. E di alcuni di questi preconcetti e tendenze ed abiti mi sembra opportuno dare chiaro enunciato, additando l'errore che essi contengono o traggono seco. Prima ci si presenta, tra le sopravvivenze del passato, l'ammissione, ancora assai comune, di un problema fondamentale della filosofia. Ora il concetto di un problema fondamentale è intrinsecamente contrastante a quello della filosofia come storia e della trattazione della filosofia come metodologia della storia, il quale pone, e non può non porre, l'infinità dei problemi filosofici, tutti bensì connessi organicamente tra loro, ma dei quali nessuno può dirsi fondamentale, per l'appunto come in un organismo nessuna singola parte è il fondamento delle altre tutte, ma ciascuna è, a volta a volta, fondamento e fondata. Se, infatti, la metodologia toglie la materia dei suoi problemi dalla storia, la storia, nella sua modesta ma concretissima forma di storia di noi medesimi, di ciascuno di noi come individuo, ci mostra che noi trascorriamo di problema in problema filosofico particolare sotto la sollecitazione della nostra vita vissuta, e, secondo le epoche di questa, uno o altro gruppo o classe di problemi tiene il campo o ha per noi interesse preponderante. E se guardiamo al più largo ma meno determinato spettacolo che offre la cosiddetta storia generale della filosofia, osserviamo il medesimo: che cioè, secondo i tempi e i popoli, ora i problemi filosofici della morale ora quelli della politica ora della religione ora delle scienze naturali e delle matematiche hanno avuto le prime parti; e che sempre, certamente, ogni particolare problema filosofico è stato, in modo espresso o sottinteso, problema di filosofia totale, ma non mai s'incontra, per la con tradizione che nol consente, un problema generale, per sé stante, della filosofia. E se uno pare che ce ne sia (e pare certamente così), si tratta, in verità, di una parvenza, generata da ciò che la filosofia moderna, uscita dalla filosofia del medioevo ed elaborata attraverso le lotte religiose della Rinascenza, ha serbato, nella sua forma didascalica non meno che nella disposizione psicologica della maggior parte dei suoi cultori, forte impronta di teologia: onde !'importanza fondamentale e quasi unica che usurpava il problema della relazione tra Pensiero ed Essere, che era poi nient'altro che la forma critica e gnoseologica dell'antico problema del mondo e dell'altro mondo, della terra e del cielo. Ma coloro che distrussero o iniziarono la distruzione del cielo e dell'altro mondo, e della filosofia trascendente per la filosofia immanente, nello stesso atto distrussero e cominciarono a corrodere il concetto di un problema fondamentale, sebbene di ciò non si avvedessero a pieno (epperò si è detto di sopra che restarono impigliati nella filosofia della Cosa in sé o nella mitologia dell'Idea). Quel problema era a buon diritto fondamentale per gli spiriti religiosi, che tenevano esser nulla tutto il dominio intellettuale e pratico del mondo se non avessero salvato in un altro mondo, nella conoscenza del mondo noumenico e veramente reale, l'anima propria o il proprio pensiero; ma tale non doveva più rimanere pei filosofi, ormai ristretti solo al mondo o alla natura, che non ha nòcciolo né corteccia ed è tutto di un getto. Riammettendo la concezione di un problema fondamentale, primeggiante sugli altri tutti, che cosa accadrebbe? Gli altri problemi o sarebbero da considerare tutti come dipendenze del primo, e perciò risoluti col primo; o come problemi non più filosofici, ma empirici. Cioè tutti i problemi, che ogni giorno ci sorgono sempre nuovi dalla scienza e dalla vita, sarebbero degradati, e o diventerebbero una tautologia della soluzione fondamentale o resterebbero commessi alla trattazione empirica: riproducendosi così la distinzione tra filosofia e metodologia, tra metafisica e filosofia dello spirito, trascendente la prima rispetto alla seconda e la seconda afilosofica rispetto alla prima. Un'altra tendenza, proveniente dalla vecchia concezione metafisica dell'ufficio della filosofia, porta a spregiare la distinzione per l'unità, conformandosi anch'essa al concetto teologico, che tutte le distinzioni si unificano sommergendosi in Dio, e all'atteggiamento religioso, che nella visione di Dio dimentica il mondo e le sue necessità. Nasce da ciò una disposizione tra indifferente, accomodante e molle rispetto ai problemi particolari, e quasi si ripristina tacitamente la perniciosa dottrina della doppia facoltà, della intuizione intellettuale o altra superiore facoltà conoscitiva che sarebbe propria del filosofo e condurrebbe alla visione della vera realtà, e della critica o pensiero che indugerebbe nel contingente e serberebbe una dignità di gran lunga minore e potrebbe procedere con una mancanza di rigore speculativo, che all'altra non sarebbe consentita. Tale disposizione ingenerò pessime conseguenze nelle trattazioni filosofiche della scuola hegeliana, nelle quali di solito quegli scolari (diversamente dal maestro) mostrarono di avere poco o punto ricercato e meditato nei problemi delle varie forme spirituali, accogliendo volentieri intorno ad essi le opinioni volgari o entrandovi in mezzo con noncuranza di uomini sicuri dell' essenziale, e perciò tagliandoli e mutilandoli senza pietà per ridurli in fretta e furia nei loro schemi prestabiliti e spacciarsene con quell'illusorio collocamento: donde la vacuità e la noia delle loro filosofie, dalle quali lo storico, ossia colui che si volgeva a intendere la realtà particolare e concreta, non riusciva ad apprender nulla: nulla che gli fosse di aiuto a meglio indirizzare le sue indagini e a formare in modo più perspicuo i suoi giudizi. E poiché la mitologia dell'Idea ricomparve come mitologia dell'Evoluzione nel positivismo, anche in questo i problemi particolari (che sono poi i soli problemi filosofici) ricevettero schematico e vacuo trattamento e non progredirono di un passo. La filosofia come storia e metodologia della storia rimette in onore la virtù dell'acume ossia del discernimento, che l'unitarismo teologico della metafisica tendeva a spregiare: il discernimento, che è prosaico ma severo, che è duro e penoso ma proficuo, che prende talvolta non simpatico aspetto di scolasticismo e pedanteria, ma anche in questo aspetto è giovevole, come ogni disciplina; e stima che la trascuranza della distinzione per l'unità sia anch'essa in intimo contrasto con la concezione della filosofia come storia. Una terza tendenza (e mi sia permesso qui per ragioni di comodo e di perspicuità andare distaccando con enumerazione i vari lati di un medesimo atteggiamento mentale), una terza tendenza va ancora in cerca della filosofia definitiva: non ammaestrata dalla storica esperienza, che prova come nessuna filosofia sia stata mai definitiva ossia abbia posto termine al pensare, né ben compenetrata dalla persuasione che il perpetuo cangiare della filosofia col mondo che cangia in perpetuo non è già un difetto, ma è la natura stessa del pensiero e del reale. O, piuttosto, quell'ammaestramento e questa proposizione non rimangono al tutto senz'ascolto; e si è portati a riconoscere che lo spirito, crescendo in eterno sopra sé medesimo, produce pensieri e sistemazioni sempre nuove. Ma poiché si è mantenuto il preconcetto del problema fondamentale, il quale (come si è detto) è sostanzialmente l'antico e unico problema religioso o della rivelazione, e ciascun problema ben determinato comporta un'unica soluzione, la soluzione che si dà del "problema fondamentale" ha necessariamente pretesa di soluzione definitiva della filosofia stessa. Una nuova soluzione non potrebbe sorgere se non con un nuovo problema (in forza della logica unità di problema e soluzione): e quel problema, superiore agli altri tutti, è invece unico. Sicché la filosofia definitiva, contenuta come esigenza nella concezione del problema fondamentale, contrasta con l'esperienza storica, e più insanabilmente, perché in modo più logicamente evidente, con la filosofia come storia, la quale, come ammette infiniti problemi, così toglie la pretesa e l'aspettazione di una filosofia definitiva. Ogni filosofia è definitiva bensì pel problema presente che risolve, ma non già per quello che nasce subito dopo, a piede del primo, e per gli altri che nasceranno da questo. Chiudere la serie varrebbe tornare dalla filosofia alla religione e riposarsi in Dio. Infatti, il quarto preconcetto, che passiamo a enunciare, e che si congiunge ai precedenti e, insieme coi precedenti tutti, alla natura teologica della vecchia metafisica, concerne appunto la figura del filosofo, quasi Buddha o "risvegliato", che si pone superiore agli altri (e a sé stesso, nei momenti nei quali non è filosofo), perché, mercé la filosofia, si tiene ormai liberato dalle umane illusioni, passioni e agitazioni. La qual cosa è propria del credente, che, affisandosi in Dio, scuote da sé le terrene cure; al modo stesso dell'amante, che nel possesso della creatura amata si sente beato e sfida il mondo intero: quantunque poi sopra il credente come sopra l'innamorato il mondo non tardi a vendicarsi e a far valere i suoi diritti. Ma quella illusione è impossibile al filosofo storico che, diverso dall'altro, si sente ineluttabilmente preso nel corso della storia, soggetto e oggetto insieme di storia, e che perciò è tratto a negare la felicità o beatitudine come ogni altra astrattezza (perché, com'è stato ben detto, le bonheur est le contraire de la sensation de vivre) , e ad accettare la vita qual è, come gioia che supera il dolore e produce in perpetuo nuovi dolori per nuove instabili gioie. E la storia, che esso pensa come sola verità, è opera del pensiero infaticabile, che condiziona l'opera pratica, come l'opera pratica condiziona la nuova opera del pensiero; cosicché il primato, che fu già attribuito alla vita contemplativa, viene ora trasferito non già alla vita attiva, ma alla vita nella sua integralità, che è ad una pensiero e azione. E filosofo è (nella sua cerchia, angusta o larga che sembri) ogni uomo, e ogni filosofo è uomo, indissolubilmente legato alle condizioni della vita umana, che non è dato in niun modo trascendere. Il filosofo mistico o apolitico della decadenza greco-romana poteva bene distaccarsi dal mondo; i grandi pensatori, che inaugurarono la filosofia moderna, potevano, come lo Hegel, pur negando con l'effettivo loro pensiero il primato dell'astratta vita contemplativa, ricadere nell' errore di questo primato e concepire una sfera dello spirito assoluto e, per giungere ad essa, un processo di liberazione mercé l'arte, la religione o la filosofia: ma la figura, già sublime, del filosofo beato nell'Assoluto, quando si cerchi di rinnovarla nel nostro mondo moderno, si tinge di comico. Vero è che la satira trova ormai poca materia sopra cui esercitarsi, ed è ridotta ad avventare i suoi strali contro i "professori di filosofia" (secondo il tipo che del filosofo hanno elaborato le università moderne, e che è in più parti erede del "maestro di teologia" delle università medioevali): contro i professori in quanto, ripetendo meccanicamente viete e generiche sentenze, sembrano incommossi dalle passioni e chiusi ai problemi che urgono loro intorno e che invano loro chiedono cose più concrete ed attuali. Ma l'ufficio e la figura sociale del filosofo sono ora profondamente cangiati; e non è detto che a poco a poco non cangeranno a lor guisa anche i "professori di filosofia", cioè che il modo di considerare e insegnare la filosofia nelle università e nelle altre scuole non sia per entrare in crisi, fino ad espungere da sé gli ultimi formalistici residui del modo medioevale di filosofare. Un forte avanzamento della cultura filosofica dovrebbe tendere a questo ideale: che tutti gli studiosi delle cose umane, giuristi, economisti, moralisti, letterati, ossia tutti gli studiosi di cose storiche, diventino consapevoli e disciplinati filosofi; e il filosofo in generale, il purus philosophus, non trovi più luogo tra le specificazioni professionali del sapere. Con la sparizione del filosofo "in generale", sparirebbe l'ultimo vestigio sociale del teologo o metafisico, e del Buddha o risvegliato. Un preconcetto turba altresì il modo di cultura che gli studiosi di filosofia si sogliono dare, e che consiste nel frugare quasi esclusivamente i libri dei filosofi,anzi dei filosofi "in generale", dei sistematori della metafisica: così come il dotto in teologia si formava sui sacri testi. Questo modo di cultura, affatto conseguente quando si muova dal presupposto di un problema fondamentale o unico del quale importi conoscere le diverse e divergenti o progressive soluzioni che sono state tentate, è affatto inconseguente e inadeguato in una filosofia immanente e storica, che trae materia da tutte le più varie impressioni della vita e da tutte le intuizioni e le riflessioni sulla vita. Quella forma di cultura è cagione di aridità nella trattazione dei problemi particolari, pei quali si richiede un continuo ricambio con l'esperienza dei fatti particolari (dell'arte e della critica d'arte per l'Estetica, della politica, dell'economia, delle contese giuridiche per la Filosofia del diritto, delle scienze positive e matematiche per la Gnoseologia delle scienze, e via dicendo); e di aridità nella trattazione di quelle parti stesse di filosofia che sono tradizionalmente considerate come costituenti la "filosofia generale": perché anch' esse sorsero già dalla vita e alla vita conviene riportarle per bene interpetrame le proposizioni, e nella vita rituffarle per ritrarnele accresciute e con nuovi aspetti. Fondamento della filosofia come storia è tutta la storia, e restringere il suo fondamento alla sola storia della filosofia,e della filosofia"generale" o "metafisica", non si può se non per una inconsapevole adesione alla vecchia idea della filosofia non metodologica ma metafisica: che è il quinto dei preconcetti che veniamo enumerando. La quale enumerazione si potrà allungare e insieme terminare con un sesto preconcetto, circa l'esposizione filosofica, onde si continua a desiderare e a chiedere per la filosofia, ora la forma architettonica, quasi di un tempio consacrato all'Eterno, ora quella calorosa e poetica, quasi di un inno o salmo cantato all'Eterno. Ma codeste forme erano congiunte al vecchio contenuto; e, ora che il contenuto è cangiato e la filosofia si esplica come una dilucidazione delle categorie dell'interpetrazione storica, non la grandiosa architettura da tempio, e non la lirica dell'inno sacro le si confà per istituto, ma la discussione, la polemica, la severa esposizione didascalica, che si colora bensì dei sentimenti dello scrittore come ogni altra forma letteraria, e può talvolta prendere anche toni alti (o altresì, nel caso, tenui e giocosi), ma non è astretta ad osservare le regole che sembravano proprie del contenuto teologico o religioso. La filosofia trattata come metodologia ha fatto, per così esprimerci, discendere l'esposizione filosofica dalla poesia alla prosa. Tutti i preconcetti, le pieghe o tendenze, gli abiti, che ho in breve descritti, debbono, a mio parere, essere accuratamente ricercati e sradicati, perché sono essi che impediscono alla filosofia di configurarsi e procedere in modo conforme e adeguato alla coscienza alla quale essa è pervenuta della sua unità con la storia. Se solo si guardi l'enorme materiale che nel corso del secolo decimonono la poesia, il romanzo e il dramma, voci della nostra società, hanno accumulato di osservazioni psicologiche e di dubbi morali, e si consideri che in gran parte rimane senza elaborazione critica, si può formarsi una qualche idea del molto lavoro che ad essa tocca compiere. E se d'altra parte si osservi, a non dir altro, la moltitudine di ansiose domande, che ha suscitato da ogni parte la grande guerra europea - sullo Stato, la storia, il diritto, l'ufficio dei diversi popoli, la civiltà, la cultura, la barbarie, la scienza, l'arte, la religiosità, il fine e l'ideale della vita, e via dicendo, - si acquista chiarezza sul dovere che spetta ai filosofi di uscire dalla cerchia teologico-metafisica, nella quale essi continuano a stare rinchiusi anche quando non vogliono più udire parIare di teologia e di metafisica, giacché, nonostante quell'aborrimento, nonostante il nuovo concetto accolto e professato, il loro intelletto e il loro animo sono ancora orientati secondo le idee antiche. Persino la storia stessa della filosofia è stata finora solo in piccola parte rinnovata in conformità del nuovo concetto della filosofia. Il quale nuovo concetto invita a rivolgere l'attenzione a pensieri e a pensatori, che sono stati a lungo trascurati o tenuti in grado secondario e considerati non propriamente filosofi, perché non trattarono direttamente del "problema fondamentale" della filosofia o del gran peut-être, e si occuparono nei "problemi particolari": in quei problemi particolari, che pur dovevano produrre alfine un rivolgimento nel cosiddetto "problema generale", che ne uscì ridotto anch' esso a "particolare". È semplice effetto di pregiudizio stimare un Machiavelli, che pone il concetto della pura politica e dello Stato, o un Pascal, che critica il legalismo gesuitico, o un Vico, che rinnova tutte le scienze dello spirito, o uno Hamann, che ha così forte sentimento del valore della tradizione e del linguaggio, per filosofi minori, non dico di un qualsiasi poco originale metafisico, ma anche, per parlare con rigore, di un Cartesio o di uno Spinoza, che si proposero altri problemi, ma non perciò di diversa e superiore natura rispetto ai problemi di quelli. Alla filosofia del "problema fondamentale" corrispondeva, insomma, una storia della filosofia schematica e scheletrica: alla filosofia come metodologia deve corrispondere una storia della filosofia assai più ricca, varia e pieghevole, che consideri come filosofia non solo ciò che si attiene al problema della immanenza e della trascendenza, del mondo e dell'altro mondo, ma tutto ciò che è valso ad accrescere il patrimonio dei concetti direttivi e l'intelligenza della storia effettiva, e a formare la realtà di pensiero nella quale viviamo. (Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, pp. 167-181 dell'edizione Adelphi 1989) |
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