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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       

Questo scritto agrodolce del 1905 è l'ultima appendice del volume sullo Hegel. Sotto l'ironia, Croce prende religiosamente sul serio la serietà dell'eccentrico uomo in cui si è imbattuto, e gli rende giustizia.

XVI - UN INDAGATORE DEL MISTERO DELL'UNIVERSO

Alcuni mesi or sono, mi pervenne uno scartafaccio, accompagnato da una lettera che chiedeva intorno a esso il mio giudizio. Misi da parte lo scartafaccio, che col suo titolo annunziante una nuova dottrina dell'universo, e con certe figure a penna di astri e di atomi, non mi sorrideva di liete promesse; e soltanto dopo alcuni giorni, ripigliandolo tra mano per restituirlo a chi me l'aveva inviato, per iscrupolo mi feci a scartabellarlo e a scorrerne qualche pagina. Ma, contro l'aspettazione, lo scritto legò il mio interesse, tanto che tirai a leggerlo sino in fondo.

L'autore, tra le altre cose, racconta in quelle pagine i casi della propria vita. Si chiama Luigi Martinotti, ed è nato a Torino nel 1863. "La mia vita (egli scrive) si può riassumere in una continua e ognora più profonda contemplazione dell'infinito, contrastata però incessantemente dalla crudele ed implacabile necessità di attendere in pari tempo, e con mezzi ripugnanti, alla bisogna del vivere".

Collocato da fanciullo in un'officina di litografia, egli riusciva a cangiare il proprio corpo come in un pezzo della macchina presso cui lavorava; mentre il suo pensiero "fuggiva all'aperto e ritrovava il suo mondo naturale, che aveva perduto". E nelle ore di riposo, la contemplazione del cielo stellato lo stupiva quasi spettacolo nuovo, e gli suscitava nell'animo domande tormentose.

Passivamente, fece a volta a volta i più diversi mestieri: il fattorino, il sarto, il commesso di studio, il soldato di cavalleria, il disegnatore, lo sguattero, e infine il ferroviere. Nessuno sospettava in quell'artigiano e in quell'impiegato, indifferente ma non negligente, e punto ribelle, un cuore caldo e un cervello in ebollizione. Gli uomini tra i quali si aggirava, e anche i suoi genitori e fratelli, non potevano comprenderlo; ed egli si chiudeva ad essi, chiudeva in sé il suo vero sé stesso, sdoppiando quasi la sua personalità nelle relazioni col mondo esterno. Intanto, il suo spirito passava attraverso le più varie forme di religione: dall'ascetismo cristiano con le pratiche rigorosamente osservate del digiuno e della castità, al naturalismo ateistico con l'appendice dell'anarchismo, e poi ancora al panteismo, per giungere infine alla "religione scientifica", della quale ora si è fatto banditore.

Nel periodo più fervido dei suoi convincimenti ed entusiasmi anarchici, gli capita d'innamorarsi e di fidanzarsi con una brava ragazza. A questa passione egli per altro non si abbandona senza esitanze e malinconie; perché si ha forse il diritto di amare, quando si è tormentati dall'ansia sul destino umano? si ha il diritto di stordirsi nella gioia, quando resta aperto e insoluto il problema del dolore? "Che cosa sono (egli diceva in quel tempo) tutta quella gente che va sì frettolosa per le vie? Sono scheletri, ravvolti in domino di carne. E gli scheletri non possono ridere, gli scheletri non debbono amare!".

A ogni modo, fata trahunt, ed egli era impegnato a prender moglie. E gli ostacoli, appunto, che incontra per attuare il matrimonio, e le sue convinzioni anarchiche, in forza delle quali reputava suo dovere e quasi debito d'onore strappare ai ricchi ciò che gli bisognava per l'affermazione della propria individualità, lo inducono a meditare e ad eseguire, in Genova, nientemeno che un ricatto, mediante il sequestro di una bambina!

Il ricatto (per alcuni incidenti che sarebbe lungo narrare) non consegue l'effetto cui mirava; e il Martinotti ha allora un momento di disperazione, e tenta di ammazzarsi ed è portato in condizioni gravi all'ospedale. Dove, riavutosi dopo qualche settimana, apprende da un giornale, che come autore del reato da lui commesso è stato imprigionato un povero diavolo, a lui ignoto e affatto innocente. Egli non mette tempo in mezzo ad accusarsi come il vero colpevole; ma non gli torna altrettanto facile persuadere questura e giudice istruttore e procuratore del re, che avevano nel frattempo accumulato, e inconsciamente foggiato, prove e testimonianze a carico dell'altro.

Per fortuna, nel pubblico dibattimento, persuade i giurati; e cosi l'innocente è assolto, ed egli si trova condannato a quindici anni di reclusione, detratti un anno mezzo per la sua precedente buona condotta e cinque anni per la semiresponsabilità, che i giurati credettero di riconoscergli: le perizie psichiatriche e le testimonianze dei suoi compagni, nonché l'avvocato difensore, lo spacciavano addirittura per matto.

Ed eccolo con innanzi la prospettiva, non del tutto fosca e disperata, poste le sue tendenze, di passare otto anni, (come egli dice umoristicamente) "nella possibilità garantita di pensare". Allorché lo trasportano alle Murate di Firenze, ed egli esplora la sua cella, lunga sette passi e larga due, con un finestrino a levante donde si scorge il libero cielo, riconosce in essa "un vero gabinetto di meditazione", e ne rimane "a pieno soddisfatto".

Qui, nella concentrazione della solitudine, dominando e regolando con tenacia sé stesso, dopo molti sforzi e vani tentativi conquista, finalmente, la Verità. Fu una mattina, allo svegliarsi da un lungo e profondo sonno, sentendosi del tutto equilibrato, con la mente straordinariamente lucida e forte. E gli apparve, in quell'istante, spontanea, chiarissima, la "scala mondiale"; e la sua mente passò con agilità di deduzione in deduzione, sempre rigurgitante d'idee nuove, che si richiamavano l'una l'altra e si componevano in armonia.

Dalle Murate di Firenze il Martinotti fu poi trasportato al reclusorio di Orvieto, e di là ancora alla colonia agricola della Capraia; ed espiata la condanna, compì, con ogni lode, in Milano, i due anni di vigilanza speciale.

Ma dalla lunga reclusione egli usciva col suo sistema filosofico, con la sua "Nuova dottrina" o "Saggio di logica"; e, per procacciarsi i mezzi di mettere a stampa il suo manoscritto, e d'illuminare gli uomini brancolanti nelle tenebre e straziati dal dolore e avviliti dal terrore, si recò a cercare lavoro a Marsiglia. Ma trova colà un esercito di disoccupati e nessuna speranza di lavoro; e perciò si rimette in via per l'Italia, a piede, "eseguendo per vivere di paese in paese giuochi di società e vendendo piccole ballerine di carta di un tipo speciale da lui ideato".

Giunge, in questo modo, a Napoli; e va in giro presentando il suo manoscritto a parecchi "professori", che o glielo restituiscono senza leggerlo, o pronunziano poche parole di superficiale incoraggiamento, o si stringono nelle spalle, giudicando quelle idee troppo lontane dal modo comune di pensare.

L'anno scorso, sempre preso dal suo pensiero, gli viene in mente di rivolgersi con una lettera al prefetto, per domandare che 1o Stato faccia le spese della stampa dell'opera; e reca lui stesso la lettera in prefettura. Ma casca tra le braccia di un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, ascoltato ciò che egli chiede, dialogato con lui un momento, e scorsa la lettera diretta al prefetto, dopo alcuni minuti di riflessione suona un campanello e dà ordine che il suo interlocutore venga trasportato al manicomio di San Francesco di Sales.

Nel manicomio resta dieci mesi, dal febbraio 1904 all'aprile 1905, oggetto di studio e di curiosità; il direttore lo tratta come una "cosa rara", lo conduce in carrozza alla sua clinica, lo presenta agli estatici scolari, espone qualche tratto del manoscritto filosofico che il Martinotti aveva portato sotto il braccio, nel compiere il suo ingresso in San Francesco; e conclude che è un soggetto seriamente malato, "perché ha torto", e ha torto, "perché non ha fatto studi regolari". E dovendo poi (racconta sempre il Martinotti) "trovare nel fisico la prova del mio squilibrio morale, e non avendo potuto scoprire nulla nel sangue, che per fortuna tengo perfettamente sano perché non ho sofferto malattia di sorta, a forza di cercare e ricercare trovò alfine la famosa controprova non so ben dove, ma credo nell'orina".

Per onore dell'umano buon senso, bisogna ricordare che un altro medico del manicomio, che ebbe ad osservarlo, si maravigliò assai del caso suo, e con molta probità gli disse: "che ognuno in filosofia è padrone di pensarla alla propria maniera, e che non si deve perciò meritare il manicomio"! - Comunque, dopo dieci mesi fu lasciato di nuovo libero, con certificato di grande miglioramento secondo i medici, ma, secondo lui, invece, tal quale come era entrato; e con di più la mente agitata da questo insolubile dilemma: "Se prima ero malato, perché adesso devo essere guarito? e, se adesso sono sano, perché prima dovevo essere malato?".

Ora si è soffermato in Napoli, e vi guadagna il pane come fattorino, e cerca sempre il modo di pubblicare il suo manoscritto.

Debbo qui dichiarare di non aver avuto agio di riscontrare l'esattezza di tutto questo racconto, da me fedelmente compendiato: quantunque il riscontro non sia difficile, recando il manoscritto nomi e date, e riferendosi a cose di ragion pubblica, come giornali e processi.

Ma, anche se in parte fosse un sogno o un effetto di allucinazione (il che non credo, specie dopo aver interrogato l'autore, che si presentò da me una sera), ciò non importerebbe molto al caso nostro. Chi ha scritto le pagine che ho innanzi è, manifestamente, uno di quei temperamenti da cui, secondo la forza maggiore o minore delle dote intellettuali, e secondo le varie contingenze della vita, vien fuori il filosofo, il mistico, l'asceta, il riformatore religioso, - o in cui ciascuna di queste figure è quasi abbozzata e in embrione. Come in ogni religione e filosofia, il motivo della ricerca è in lui un bisogno etico, l'aspirazione alla conquista della beatitudine attraverso la viva coscienza ed esperienza dei mali umani. Egli è di coloro che (per valersi di una sua bella espressione) non hanno studiato in altra università che nella "grande università del dolore".

E (tratto anche codesto non raro in quelli che hanno disposizione di apostoli) l'entusiasmo spinto sino all'ingenuità si allea nel suo animo con una certa chiaroveggenza pratica e con una sorta di furberia. Si è visto come il Martinotti critichi e canzoni, non senza spirito comico, gli psichiatri, nelle cui mani ebbe la disgrazia di capitare. Eguale chiaroveggenza è nell'analisi della serie di pensieri onde fu condotto, senza mai dubitare di fare cosa disonesta, e scevro di ogni odio e di ogni ferocia egoistica, alla pagina non bella della sua vita, al tentativo di ricatto; e, parimenti, nella descrizione dei modi di pensare e operare dei poliziotti, dei magistrati, dei testimoni e dei giurati. E, se lo spazio me lo consentisse, vorrei riferire le osservazioni ch'egli fa intorno alla moralità dei ladri e degli omicidi, tra i quali visse nel reclusorio, e intorno al loro vivace "sentimento di onore".

Anche la forma del suo scritto è caratteristica. Vi è di tutto, come in certe opere primitive, che sono insieme filosofia e poesia e biografia. Lo stile dottrinale si alterna col racconto degli incidenti della propria vita; i teoremi, coi dialoghi; i sillogismi, con brani di prosa che hanno l'intonazione d'inni, di salmi, di preghiere, e con rozzi versi coi quali l'autore si sforza di rinserrare in un cerchio ritmico il suo sentimento. Rozzi versi, ma dove pure accade di cogliere qua e là gli accenti della lirica dei mistici.

Ascoltate, come esempio, questo invito solenne:

Volete voi ch'io squarci il vel che copre Iddio?
udir volete arcane cose dal labbro mio?
E, meco veleggiando per le vie infinite,
abbattere, spezzando, le dighe stabilite?
E meco ebbri, sazi - sazi di desio, -
splendenti, luminosi, cangiati in vero Dio,
da mondi ignoti ancora voi, lieti, ritornar?
I sensi deponete; e liberi venite,
e liberi correte; e, liberi, m'udite!


Ma qual è, insomma, il nuovo sistema filosofico, il nuovo verbo, che il nostro scrutatore del mistero dell'universo ha fiducia di poter rivelare? L'interesse del suo scritto sta soltanto all'atteggiamento psicologico, che ho descritto? Il Martinotti, anzitutto, non crede all'esistenza della materia. La materia dei materialisti, concepita nella sua solidità, rende inconcepibile il moto; o invano si cerca di sfuggire a questa conseguenza col pensarla come un aggregato di parti piccolissime, la qual cosa o riconduce al caso precedente, o ammette il vuoto, che il materialismo nega. La materia non è altro che forza, e la forza, sottoposta ad analisi più intensa, si cangia in Dio, e Dio a sua volta si cangia nello spazio, e l'universo è (secondo che egli si esprime)un effetto dello spazio.

Tutte le ricerche, che volgono sull'evoluzione degli esseri, sull'origine dell'uomo da forme inferiori di organismi, si aggirano su particolari ovvi, spesso innegabili; ma non penetrano l'essenza della realtà, non soddisfano l'animo che cerca la verità e la vita. "Che cosa si direbbe (egli scrive, con uno di quei paragoni energici, che abbondano nel suo stile) di naviganti, che, sbattuti furiosamente dal vento e dal mare, invece di pensare a porsi in salvo, misurassero con cura le onde, bisticciandosi tra loro circa la forma di queste?". Certo, lo studio delle combinazioni degli atomi è opportuno, e serve moltissimo alla vita pratica e materiale; ma che cosa esso è mai di fronte a ciò che veramente bramiamo conoscere? "Il parafulmine, escogitato dalla scienza, ci preserva dalla morte, è vero; ma solo per prolungare la nostra agonia".

Il mondo angusto della scienza si slarga innanzi alla sua mente, che si è distrigata dal gretto naturalismo: gli atomi gli appaiono non più gl'indivisibili materiali della fisica, ma astri, e gli astri, a lor volta, atomi di astri maggiori. Questo infinito universo si muove per forze immanenti: Dio, come si è detto, si risolve nello spazio, e lo spazio ha per centro, non il principio, ma l'in-principio (parola coniata sull'analogia d'in-finito).

L'uomo, dunque, non è un prodotto di forze estranee. "Noi ci siamo a grado a grado creati nel corso dei secoli da noi stessi: il mirabile nostro organismo e la conseguente manifestazione del genio sono veramente opera nostra". La moralità non è nemmeno essa qualcosa di estraneo, un'imposizione o una illusione; ma è "la scienza della vita, accumulata nei secoli: come il rimorso è il vago presentimento di un male futuro provocato dal mal fare presente; e l'ineffabile sentimento, che si prova nel fare il bene, è nient'altro che la certezza di viaggiare nel vero".

E il vero è la felicità, e a esso tende tutta la realtà. L'infelicità nacque dall'abbandonare l'infallibile istinto, sostituendogli il ragionamento, cioè il ragionar male; e cesserà con la scoperta del vero, cioè col ragionar bene. I mali e gli errori sono come gl'incidenti che rendono vario e attraente il viaggio. Tutto trapassa e nulla può morire, e la morte è una palingenesi: gli esseri più alti si elevano ancora, passando dagli astri minori ai maggiori, e lasciando il loro posto ai sopravvegnenti. Gl'individui si sono già presentati e si ripresenteranno infinite volte alla vita.....

Affascinato dallo spettacolo sublime di questo universo, non meccanico ma dinamico, in cui è perpetua la vita, l'iniziativa, la libertà, la creazione, l'elevazione; rapito da ciò ch'egli chiama il sorriso del bello, il Martinotti vede nella rivelazione del sistema da lui divinato la salute delle umane società, e da esso deduce la sua Politica.

Ma io non lo seguirò nell'esposizione delle sue idee circa l'anarchia e il socialismo e la sovrappopolazione, e via dicendo: come non ho potuto se non dare un piccolo saggio delle varie teorie abbozzate nel suo scritto, senza sceverare il vero dal contestabile, il ragionato dall'immaginato, senza indicare le lacune e il saltuario dell'esposizione, e, soprattutto, senza notare quanta parto di esse, che il Martinotti crede di avere scoperta (e alla quale è certamente notevole che sia pervenuto da sé come autodidatta e meditatore più o meno solitario), è già patrimonio secolare della filosofia.

Mi è parso tuttora che valesse la pena di far conoscere in qualche modo questo singolare spirito, con cui mi sono imbattuto. E confesso che, costretto a leggere quotidianamente molti libri dotti e metodici di scrittori di cose filosofiche, ai quali manca, della filosofia, ogni sentimento, ogni entusiasmo, ogni fremito, ogni angoscia, la lettura dello scartafaccio del Martinotti, pur nel suo disordine, nelle sue ingenuità e nei suoi errori di ortografia, mi ha procurato la voluttà di chi, percorrendo un deserto, veda comparire a un tratto innanzi ai suoi occhi un cespuglio di selvaggia vegetazione.


(Benedetto Croce, Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filosofia (1912), pp. 423-432 dell'edizione 1927)

Luigi Martinotti riuscì a pubblicare qualcosa della sua scienza: a Genova nel 1921, non per caso nell'effervescenza del dopoguerra, presso le Arti grafiche Progresso di A. Bonalumi, uscì un suo volumetto di 76 pagine:
Nuovo sistema cosmico-sociale: riassunto dell'opera di prossima pubblicazione dello stesso autore; con un saggio critico di Benedetto Croce estratto dal volume Saggio sullo Hegel; seguito da altri scritti di storia della filosofia dal titolo Un indagatore del mistero dell'universo.


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