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Ronald Dworkin ha tenuto una conferenza su Terrorismo e diritti umani a Roma, il 4 maggio 2006. Proprio perché simpatizziamo con il giudizio nettamente critico di Dworkin riguardo alla prassi della detenzione arbitraria dei sospetti di terrorismo nella base di Guantanamo, vogliamo rendere esplicite le ragioni per cui riteniamo errato il suo argomento filosofico. Riguardo al fatto di cui egli si occupa noi concordiamo pienamente con lui, ma sappiamo di concordare con lui per un'omogeneità di sentimento polemico con le sue vedute che ci conduce allo stesso giudizio politico, non perché le sue considerazioni giusnaturalistiche ci persuadano. Queste, infatti, sono logicamente insostenibili e conducono lo stesso Dworkin a una conclusione moralistica del suo discorso che non è coerente con la sua stessa argomentazione.
Per discutere le idee di Dworkin, facciamo riferimento al testo della conferenza distribuito in fotocopia ai partecipanti a cura dell'associazione Humanity di Roma (Terrorism and Human Rights, datato 2 maggio 2006). Il lavoro di Dworkin appartiene alla tradizione del pensiero liberale inglese (o anglofono), che ha le sue radici nei secoli moderni, e ha il suo armamentario di principi e di metodi divenuti ormai classici, ma che sono stati criticati dal pensiero politico successivo all'epoca delle Rivoluzioni illuministe tutte le volte che le diverse razionalizzazioni del fenomeno politico hanno riscoperto la dimensione necessaria della forza (o della gratuità della decisione), senza ammettere la quale il pensiero politico di ogni specie è logicamente arbitrario, e di conseguenza è ingenuo. E se quella tradizione razionalista inglese è ancora viva, lo è perché il pensiero politico dei nostri giorni non ha ancora interiorizzato l'idea che tutte le specie di diritto e di politica comprendono in sé l'elemento della gratuità (rispetto al sistema del diritto) delle decisioni fondamentali, e perché la coscienza dei nostri tempi non riesce tuttora ad accettare che le politiche liberali e democratiche del nostro presente siano fondate su questo elemento reale al pari di ogni altro genere d'ordinamento politico e giuridico. Così, un contributo come quello di Dworkin non è che una tessera di una dialettica infinitamente più ampia e che si svolge in una vicenda temporale molto estesa, e ribattere ad esso con un richiamo alla realtà della decisione politica è egualmente un minuscolo componente di questa dialettica, utile come occasione per meditare una volta di più sui principi generali. Dice Dworkin: 1. ho una mia definizione dei diritti umani, e ritengo che essa sia giustificata razionalmente; 1.a in subordine, ritengo che essa sia coerente con la tradizione giuridica del mio paese; 2. le modalità della detenzione di persone a Guantanamo contraddicono a questa definizione dei diritti umani; 3. ergo, il mio governo dovrebbe cessare questa prassi. Noi siamo convinti che l'unica fonte concepibile di diritto "umano" stia nel fatto che l'umanità è viva e vuole vivere, e in conseguenza del fatto di questa volontà essa si costruisce gli strumenti giuridici adeguati che le riesce di concepire (il diritto è "naturale" in quanto l'umanità se lo costruisce per i propri bisogni). Tuttavia, qui vogliamo far credito a Dworkin che la sua definizione dei diritti umani (basata su un concetto di coerenza e di buona fede) sia interessante, e che potremmo farla nostra accettandola come un principio della nostra prassi politica. Solo che, anche ammesso questo, troveremmo completamente inutile proseguire nell'argomentazione al modo di Dworkin perché quel modo di pensare è un sillogismo giuridico, e i sillogismi giuridici sono sensati solo quando sono rivolti, quali proposte di transazione, alle proprie controparti o a un giudice che ha il potere di decidere effettivamente su di una situazione conflittuale. Infatti, è nella natura del ragionamento giuridico che esso non sia mai dimostrazione di verità oggettive, fuorché nella sua parte filologica riguardo alle fonti. Il ragionamento giuridico materialmente è fatto di scritti e di parole, di strumenti espressivi e logici, e per questa ragione puramente esteriore esso appare come luogo di argomentazioni obiettive. Ma in realtà le parole dette e scritte negli atti di qualsiasi causa discussa davanti a un giudice sono sempre e soltanto o azioni aggressive verso la propria controparte, o azioni difensive, o proposte di resa e di transazione. Vi è tanto più conflitto, e vi è tanta maggiore complessità di una vicenda giudiziaria, quando la situazione singolare che dà materia al conflitto non è percepita con immediatezza come caso esemplare delle regole del diritto vigente; quando ciò accade, si scatena un gioco di argomentazioni che ha la forma apparente della dimostrazione della natura obiettiva del conflitto e delle ragioni delle parti in causa (questo caso x è una caso della legge L), ma nella realtà è una polemica con cui le due parti in conflitto e il magistrato giudicante (le tre parti in causa, dunque) giungono a concordare di intendere il caso x come caso della legge L, ma con certi distinguo che chiamano in causa anche la legge M, arrivando a una decisione originale che poi a sua volta potrà essere invocata come fonte di diritto da chi vi abbia interesse. Dato il carattere realmente polemico e solo apparentemente logico del sillogismo giuridico, i filosofi del diritto e della politica non dovrebbero mai scrivere con una metodologia e una stilistica analoghe a quelle della giurisprudenza. Lo facevano legittimamente quando ciò apparteneva alla cultura di tempi che non erano capaci di vedere la natura realistica di ogni decisione e di ogni momento di creazione di diritto, cioè lo facevano nel mondo anteriore all'Ottocento, ma oggi non dovrebbero farlo mai, perché dovrebbero aver coscienza che usare la stilistica del ragionamento giuridico per argomentare un'istanza politica fondata unicamente nell'intuizione della propria volontà è inutile, perché non esiste un giudice chiamato a decidere effettivamente, ed è anche falso, perché nasconde la propria politicità sotto l'apparente obiettività. Ciò implica che noi siamo a favore della prassi del governo del Bush riguardo alla prassi di Guantanamo? Assolutamente no, l'abbiamo già premesso, ma la ragione per cui siamo avversi a quella prassi quanto e più di Dworkin sta nel fatto che noi non vogliamo che si agisca in quel modo, e che sentiamo di non volerlo. La ragione della nostra avversione è un sentimento politico. Ciò non esclude affatto che possiamo guardare in noi stessi per scoprirne le motivazioni: anzi, tale introspezione è rigorosamente necessaria. Solo, che il metodo di tale introspezione deve essere quello di concentrare l'attenzione sulle circostanze fattuali, culturali e antropologiche che ci possono rendere intellegibile la genesi del nostro sentimento politico come quella del sentimento di chi vede la cosa nel modo opposto al nostro. Partendo da questo, per parlare di Guantanamo potremmo osservare, sommariamente: * che la detenzione di Guantanamo, dove certi malcapitati sono trattenuti sine die e sono sottoposti a pressioni psicologiche crudeli, solo apparentemente è una misura pragmatica draconiana finalizzata allo scopo di combattere un determinato nemico: in realtà è un atto di aggressività compiuto da una parte politica del nostro mondo (la parte protagonista dell'attuale fenomeno di populismo semplificatore e atteggiato a restauratore di una pretesa tradizione) contro un'altra (quella veramente leale al complesso di tradizioni di recente formazione); * che come atto di Realpolitik la detenzione di Guantanamo appare pensata da intelligenze politiche ben modeste, dal momento che si illude di ricavare chissà quale informazione da gente pescata a caso, e intanto fortifica la mitologia dell'Occidente nemico nelle opinioni pubbliche del terzo mondo; * che per quanto eclatanti siano stati gli eventi dell'11 settembre 2001, è meramente retorico l'uso invalso di dipingerli come epocali, e ciò testimonia la labilità della memoria e del giudizio umano: in fondo, viviamo nel mondo che ancora non è guarito delle ferite immense delle trincee della Marna, e dei campi di Auschwitz e della Kolyma, e le instabilità del presente dovrebbero essere giudicate con un tanto di attenzione comparativa al passato recente delle due guerre mondiali e degli stermini coscientemente voluti; * che scommetteremmo sulla maggior proficuità della politica mite ed aperta ad ascoltare le istanze del mondo rispetto alle aggressioni non accompagnate da chiara intelligenza delle motivazioni dell'avversario (come purtroppo stiamo sperimentando); * che se proprio bisogna commettere qualche atto cinico di Realpolitik, è meglio attenersi ai mezzi classici delle spie di una volta, la cui segretezza e ipocrisia aveva una razionalità, e rispetto ai quali Guantanamo rappresenta una caduta di gusto, se non altro; ...eccetera, eccetera: le considerazioni che si possono fare pro e contro sono infinite, e questi sono solo accenni. Ma ciò che è indispensabile, e che tutte le considerazioni siano di natura empirica e riguardino le condizioni sociali e antropologiche fattuali del problema, non di natura giuridica, perché se discutiamo per capire il motivo delle nostre decisioni e di quelle altrui, non siamo di fronte a un tribunale che ci giudica, ne abbiamo alcuna efficacia pratica, ma stiamo lavorando per soddisfare il bisogno di capire noi stessi e gli altri e preparare le condizioni di una prassi futura. Naturalmente, questo genere di faccende può essere anche discusso in termini di diritto: sia nel caso in cui vi sono e le parti in conflitto e il giudice, sia nel caso in cui il giudice non c'è e le parti debbano giudicare e mediare da se stesse sulla base delle loro consuetudini di relazione e dei loro trattati, cioè nel caso del diritto internazionale. Ma in questi casi possiamo discutere secondo le modalità espressive del diritto perché stiamo facendo polemiche e stiamo cercando mediazioni e transazioni: polemizzare secondo la stilistica del diritto è pertinente. E' quando tentiamo di scrivere storiografia e filosofia che queste modalità espressive non hanno alcun senso. L'abitudine a non porre attenzione a questo elemento è all'origine della tradizione giusnaturalistica liberale, la quale sempre sillogizza le sue ragioni come se vi fosse un giudice dal quale sollecitare una decisione favorevole. Ma quando cerchiamo di capire le cose e facciamo quindi filosofia del diritto e della politica, il giudice non c'è. C'è solo la scommessa di cercare di capire gli altri mettendoci al loro posto, e di capire noi stessi rendendo internamente coerenti i nostri pensieri. La giurisprudenza deduce il diritto da fonti date, e perciò comunque relative. La filosofia che tenta di emularla tenta la deduzione da fonti assolute, che poi si rivelano sempre semplicemente arbitrarie (dal momento che fonti assolute non esistono). La differenza di oggi rispetto al mondo di antico regime è che vi è una consapevolezza di questo, ragion per cui il ragionamento casca sempre nello stesso finale: si ammette che le proprie premesse pretese assolute possono essere culturalmente relative, e si cerca di risolvere il problema mediante espedienti meramente verbali e suggestivi. Tale è il finale dello scritto di Dworkin. A p. 18, egli si chiede onestamente: "Supponiamo di aver catturato un terrorista, e di sapere che costui ha depositato una bomba nucleare destinata a esplodere entro due ore in qualche luogo di Manhattan. Sarebbe assurdo, dice la gente, non torturarlo, se sapessimo che torturandolo potremmo costringerlo a dire dov'è la bomba". Così "people say"; Dworkin dovrebbe dire il contrario, perché se i diritti umani impongono di non torturare mai le persone, non si vede come legittimare la deroga. E invece Dworkin, poiché si rende conto che essere coerente con se stesso in questo caso sarebbe semplicemente una presa di posizione stupida, qui dice la stessa cosa che dice "la gente", solo che la dice abbandonando le sue deduzioni di diritto (che non lo soccorrono più) per passare a considerazioni idealizzate dal significato quanto mai generico. Dice, ad esempio, che dobbiamo riservarci di giudicare che la situazione è di gravissima emergenza usando come criterio "la vecchia virtù dell'onore (courage)" perché "sacrificare il rispetto di sé in faccia al pericolo è una forma particolarmente vergognosa di vigliaccheria". In quelle condizioni estreme, anche noi non esisteremmo a mettere alla tortura quell'informatore. Non faremmo cosa diversa da Dworkin. Ciò che ci fa diversi da lui, è che noi siamo certi che non esistano "diritti umani" fondati nel preteso diritto naturale. Si è soltanto venuta formando nel tempo la consuetudine di rispettare talune prerogative dell'individuo umano, e queste consuetudini non appartengono a singoli ordinamenti statali ma al contesto della cultura dei paesi europei e di tanti altri da noi influenzati, e accade che chi viola queste consuetudini solitamente lo faccia per ragioni pretestuose, sempre eversive e portatrici di radicalizzazioni di conflitti, mentre invece chi le rispetta in genere è chi fa la vera Realpolitik. Ma proprio per ciò, chi si trova nella posizione di decidere nel momento critico eccezionale non decide secondo diritto, ma solo secondo la sua rappresentazione dell'agire opportuno, secondo la sua idea della determinazione che potrebbe salvaguardare la condizione di diritto e di convivenza umana. E questa opportunità non ha un criterio codificato di alcun genere, perché il suo unico criterio è l'insieme della coscienza giuridica e delle convinzioni riguardo al complesso delle circostanze di fatto che ci sono nella mente di chi si trova nella condizione di dover decidere e poter decidere nella circostanza eccezionale. Se poi si ritiene proficuo usare la stilistica analoga a quella della giurisprudenza per dimostrare istanze politiche, lo si può anche fare: l'importante è essere in malafede, e sapere che non si sta facendo più né filosofia né storiografia, ma prassi politica, e che l'apparente obiettività è strumentale alla prassi polemica. In questo caso la cosciente malafede è la vera buonafede, mentre la pretesa buonafede assoluta è malafede inconscia, in cui si mente anche a se stessi. La natura dell'intera sfera politica è racchiusa in questo paradosso antico. Considerazione finale In particolare, il carattere ingenuo dei presupposti filosofici di Dworkin salta agli occhi a p. 13 del suo scritto, dove egli discute ipoteticamente dell'eventualità di sospendere le usuali garanzie procedurali favorevoli all'imputato, e dice: "senza dubbio sarebbe molto utile - migliorerebbe la nostra sicurezza collettiva, e forse di molto - se la nostra polizia potesse rinchiudere dei cittadini ordinari considerati pericolosi per la sicurezza degli altri senza l'onere, i tempi prolungati e le possibili frustrazioni (embarassment) del giudizio processuale (trial)". Dworkin, ovviamente, è garantista e favorevole alla formalità del diritto per le sue solite ragioni di principio. Ma proprio per questo, leggere cose simili ci fa saltare sulla sedia, e ci rivela come questo modo di ragionare formalistico non comprenda in sé alcuna coscienza storica realistica del senso e dello scopo delle istituzioni del diritto. Noi siamo partigiani della procedura penale vigente nel diritto moderno non per ragioni raziocinate, ma perché sappiamo che il sistema che distingue la polizia dalla giurisdizione è quanto di più perfezionato sia stato inventato per risolvere il problema infinitamente complesso della attribuzione della colpevolezza a una persona, sul piano del fatto come su quello del diritto, e per neutralizzare la conflittualità sociale distinguendo la criminalità come eccezione dalla legalità come normalità interiorizzata dalla società. Lo schema in cui la polizia (e il magistrato inquirente) conoscono tutto quello che vogliono conoscere ma non possono decidere nulla più che denunciare le persone al magistrato giudicante, mentre il magistrato giudicante conosce solo il contenuto del fascicolo processuale e decide pubblicamente su quello, non è una concessione al diritto naturale e ai "diritti umani", ma è una perfetta invenzione di neutralizzazione, senza la quale in luogo della distinzione criminalità / legalità avremmo lo scatenamento perenne di elementi di guerra civile. E' incredibile che un filosofo possa credere che la polizia lasciata a giudicare secondo il proprio arbitrio "migliorerebbe la nostra sicurezza collettiva, e forse di molto" (Niccolò Machiavelli, ad esempio, non lo credeva). Nell'ipotesi, la polizia che potesse agire secondo arbitrio sarebbe più efficiente forse il giorno dopo, ma un mese dopo, e ancora di più un anno dopo, giudicherebbe secondo la propria visione della società, e ciò la renderebbe semplicemente parte in causa in una condizione di guerra civile. Non è nemmeno concepibile un concetto di buona fede, perché qui la buona fede consisterebbe nel giudicare senza alcun principio, cioè qualcosa di inimmaginabile. Del resto, vi sono stati, nel Novecento, esperimenti notevoli di deroga allo schema della separazione tra polizia e giurisdizione, e di delega della decisione sulla libertà e la vita delle persone a soggetti amministrativi: si sono chiamati Gestapo, NKVD... (Articolo e foto: Alberto Palazzi) | |
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