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A Roma si è appena concluso il primo Festival della Filosofia. Massimo Adinolfi ha espresso il suo parere su Left Wing, e noi condividiamo i dubbi prospettati da lui, e come lui pensiamo che il Festival non abbia proprio la virtù di promuovere attitudini critiche "scombinando le idee".
Proprio per questo, vorremmo aggiungere qualcosa per mettere bene a fuoco la ragione specifica per cui siamo perplessi su questo genere di evento. A ben guardare, in via di principio, non c'è ragione di avversare un simile momento di divulgazione e di partecipazione. Negare assolutamente la legittimità del Festival della Filosofia comporterebbe una progressione che ci condurrebbe al silenzio totale: se non si può portare la filosofia in una kermesse popolare, perché mai sarebbe lecito insegnarla nei licei? I ragazzi lì la trangugiano immaturi, tra noia, fraintendimenti e scherzi volgari. Ma è legittimo insegnare all'università? Anche lì i temperamenti veramente filosofici sono più unici che rari, e la filosofia che al liceo si banalizza all'università oltre a banalizzarsi diventa pedantesca, diventa erudizione che finisce per fraintendere le cose più semplici. E così via: si trova sempre un motivo per dire che la filosofia espressa in parole, discorsi, scuole, eventi, convegni, insegnamenti, eccetera eccetera, cadrà in orecchie volgari e in cervelli che fraintendono. E allora? Il filosofo dovrebbe esprimersi solo esotericamente con le persone di sua fiducia? E perché mai quelle non dovrebbero mostrarsene indegne? Allora, solo con se stesso? E come fa il filosofo ad aver la certezza di non fraintendere perfino se stesso, quando è in preda a umori da povero uomo empirico? E insomma, non dovrebbe esprimersi mai, e lasciare la filosofia nella mente di Dio. Evidentemente, o si è radicali a questo segno, oppure si deve lasciar fare, e essere solo contenti che la filosofia venga espressa in immaginazioni di umani, in parole e in eventi sociali, e approfittare di ogni occasione per apprendere qualcosa, comunque si presenti. Siccome non riusciamo a trovare un motivo qualitativo per cui la filosofia non dovrebbe essere espressa nelle maniere della divulgazione e degli eventi del genere di quelli dei nostri tempi, ci viene il dubbio che il fatto che abbiamo in sospetto il Festival sia rivelatore di qualcosa di altro. Ed è questo, il qualcosa d'altro: è che la vita filosofica di questa presente epoca è tremendamente povera. I cultori e i custodi professionali della filosofia nelle università non se ne accorgono, perché non sono fatti per distinguere la filosofia dalla custodia della sua memoria. Il pubblico ancora meno se ne accorge, perché non ha i mezzi per giudicare: non è un fatto di democrazia, ma di competenza, e per giudicare della filosofia bisogna saperne, nonostante l'antico equivoco (che già innervosiva Hegel). Vero è che è l'uomo che nasce filosofo e non il dottore laureato, perché è l'uomo che sente il bisogno di razionalizzare la propria esistenza, e non è certo il possesso di un titolo ad abilitare ad essere uomini. Però la filosofia non è data gratis a nessuno, e per giudicarne bisogna averci faticato, e bisognerebbe essersi dati da se stessi il titolo abilitante, possibilmente dopo un severo esame di sé. Ma chi vive leggendo e rileggendo i suoi classici, e rimuginando gli antichi problemi avendo la sensazione di non capire niente del mondo come va e delle cose che si dicono e che si sono sempre dette, cioè chi è un pochino filosofo almeno perché è curioso e sa di non sapere, oggi si accorge che non c'è nessuno che abbia intuizioni folgoranti dei nuovi schemi di Giudizio e dei nuovi punti di riferimento di cui abbiamo bisogno. Non c'è nessuno che sappia mostrarci la struttura profonda del contesto di cultura del nostro tempo, e che da lì sappia aiutarci a rigettare ciò che nelle nostra convinzioni è arbitrio e pregiudizio, e compiere quei mutamenti di prospettiva che desideriamo e che saremmo predisposti ad accettare, ma per i quali ci mancano le forze per riuscire a immaginarceli in concreto. Perciò al Festival della Filosofia ci si annoia, e se ne esce più disorientati di prima, perché vi si sono sentiti discorsi vecchi, già difficili del loro (e forse non così meritevoli dello sforzo che ci vuole per capirli), e per cercare di farli parlare ai bisogni del presente li si sono complicati una volta di più. Ma se ci fossero un filosofo nuovo, o un indirizzo nuovo, che ci facessero infiammare di passione, che ci mettessero in corpo il desiderio di impadronircene e far la fatica di capirli, e scatenassero il conflitto urlato tra i detrattori e gli entusiasti; se ci fosse questa vitalità, anche il Festival della Filosofia sarebbe vitale, perché l'eco della passione e della polemica lo pervaderebbe. Invece, al Festival si applaude tutto e non si fischia nessuno: segno esteriore, ma inequivocabile, della sterilità culturale dell'epoca, perché quando vi è creatività vi sono anche polemica, faziosità, ingenerosità, e soprattutto nei giovani vi è il desiderio di divorare (ingenerosamente ma proficuamente) i padri. Conclusione: se spettasse a noi occuparcene e deciderne, noi non organizzeremmo il Festival della Filosofia, perché siamo consci della sterilità della cultura filosofica della presente epoca, e perciò pensiamo che questo genere di evento sancisce una volta di più l'obiettivo e usuale errore che consiste nel credere che i più celebri professori delle università siano filosofi. Non lo sono, così come la prassi accademica che pretende di andare oltre il suo (meraviglioso e nobile) mestiere di insegnamento, filologia, interpretazione e conservazione non genera mai filosofia, ma ne genera una mostruosa caricatura scimmiesca. Solo, che a decidere di queste cose, di cosa sia filosofia e cosa non lo sia, sono i filosofi stessi quando capita che ne venga al mondo uno: ogni tanto ciò accade, e allora i Festival vengono dimenticati. Nell'attesa, a chi in buona fede crede all'utilità espressiva del Festival della Filosofia, non resta altro da fare che organizzarlo e sperare nei celesti. A chi non ci crede, andrà benissimo di stare a casa sua leggendo tre righe di qualche vecchio filosofo invece di sentire i tre giorni di parole del Festival. (Articolo: Alberto Palazzi) |
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