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Elementare premessa teorica
Tutta la politica è conflitto. Non è infrazione al diritto, ma è assenza del diritto, ed è guerra che si risolve allorché il conflitto riesce a generare una coscienza nuova di regole di convivenza umana. Solo dove la coscienza sociale di tutti ha interiorizzato una regola, e quindi non solo vi è la legge scritta ed espressa, ma vi è anche la persuasione dell'opportunità di rispettarla, l'infrazione alla regola diviene un fatto particolare, che si chiama reato, e che è demandato alla decisione del giudice, il quale applicherà le sanzioni scritte nella legge secondo la sua valutazione della situazione particolare nel contesto anch'esso particolare in cui il reato si è verificato. Solo quando l'opinione sociale riesce a vedere gli eventi di trasgressione della legge in questa prospettiva, solo quando la coscienza sociale accetta di delegare le decisioni su certe classi di eventi a un giudice che ne delibera secondo il proprio arbitrio, solo allora in rapporto a quella classe di eventi vi è diritto, e non vi è più politica. Ne segue, in rapporto agli eventi più insignificanti di politica interna, che in teoria si può sempre parlare di Guerra Civile. Se capita che i militanti che attaccano ai muri i manifesti di propaganda elettorale finiscano in una rissa notturna con qualche azione manesca, quello è un episodio di Guerra Civile. Infatti, su questo genere di episodi minimi demandare il problema alla giustizia penale non soddisfa: non è questione di punire la rissa, ma di far che non ne accadano altre simili spegnendo in se stessi l'inclinazione a partecipare a questo genere di risse, o a simpatizzare con chi le provoca. E questo richiede che le parti giungano a maturare un terreno comune di intesa su regole fondamentali di convivenza, e a farle proprie con la persuasione autentica che l'imposizione formalistica della legge non produce mai da sola. Anche di fronte a quisquilie del genere, se il conflitto è semplicemente demandato alla decisione del giudice, si creano correnti sociali di simpatia e di antipatia, e il piccolo conflitto anziché risolversi si radicalizza e si estende. Per questo le vere guerre civili non si risolvono mai con l'appello alla forma e alla lettera del diritto, ma sempre con il compromesso dal quale nasce una coscienza concreta e nuova del diritto, che va a sostituire l'antico diritto che era stato impotente a neutralizzare le pulsioni aggressive che avevano generato la guerra. Anche alzare la voce in un dibattito pubblico è un atto di guerra: sarà soltanto polemica verbale, ma intanto è un'azione violenta intesa a fare accettare una regola, a imporre un certo modo di risolvere una questione in luogo di un altro. E nel più piccolo scontro di carattere politico, dove bisogna decidere qualcosa e non vi è un giudice delegato dalla coscienza sociale a decidere secondo il proprio arbitrio, chi vince si lascia dietro qualcosa di morto, una vittima della Guerra Civile: la volontà di chi perde. Per quanto ciò suoni esagerato, non c'è modo di distinguere in qualità la Guerra Civile Spagnola da una seduta di consiglio comunale di paese in cui si è deciso, poniamo, di concedere una licenza edilizia che accontenta certi interessi e ne scontenta altri. Chi vince ha creato la regola, e chi perde si mangia il fegato, e si consola idealizzando le proprie ragioni: "che vergogna", "che ingiustizia" ecc. Però, proprio perché ogni minuscolo conflitto non mediato da istituzioni di diritto profondamente interiorizzate è politica ed è guerra, e poiché trovare la distinzione qualitativa è impossibile, allora bisogna imparare a distinguere ciò che si chiama Guerra Civile da ciò che è improprio qualificare come tale con considerazioni meramente quantitative, dettate da un senso di opportunità in rapporto alla situazione, che è l'unico criterio immaginabile. In Italia, fino a un po' di anni fa si parlava sempre e solo di Resistenza e di Liberazione, mentre poi è dilagato l'uso di classificare gli eventi degli anni 1943-45 come Guerra Civile. Proprio l'esempio italiano illustra bene come la questione sia meramente di opportunità. Come tutti sappiamo, la posta in gioco di gran lunga prevalente era la sconfitta dei nazisti tedeschi, ma la permanenza di un residuo di opinione fascista radicale innescò anche una componente di conflittualità sanguinosa tra italiani. Era Guerra Civile? Ovviamente sì, dal momento che anche una seduta di consiglio comunale in cui si alza la voce lo è. Era opportuno evitare di chiamarla con questo nome? Sì anche questo, perché ciò era buona politica, che imponeva una neutralizzazione dei conflitti residui, e di cui oggi si sente la mancanza. In due paesi vicini a noi, la Spagna e la Grecia, questo gioco non sarebbe mai stato possibile, perché lì la conflittualità tutta interna al paese tra estrema sinistra e partiti reazionari produsse lutti che ancora addolorano: la dimensione quantitativa del conflitto che vi fu impone il nome di Guerra Civile. Per completare la premessa, vale la pena di ripetere chiaramente che scegliere di chiamare la Guerra Civile con questo nome oppure no è a sua volta un atto politico: chi sceglie di dire Guerra sceglie la radicalizzazione dei conflitti residui, chi non vuol dire quella parola sceglie la mediazione e la sepoltura delle armi: ed è per questo che quando storici e studiosi dibattono accademicamente di queste cose, cercandone la soluzione obiettiva, fanno la figura dei candidi, e chi dice "Guerra" quando il suo animo e il suo sentimento inclinerebbero alla mediazione mostra di essere semplicemente inetto alla politica. Sul sistema elettorale Il collegio uninominale ha origine da una forma elementare di organizzazione della rappresentanza, antica di secoli: nelle comunità locali di un tempo i pochi elettori, che come si sa erano i cittadini di condizione sociale privilegiata o non infima, avevano necessità di una sorta di corrispondente che rappresentasse i loro interessi presso il governo, e quindi avevano la facoltà, concessa dal governo, di eleggere un rappresentante. Ancora all'inizio dell'età liberale non si sentiva il bisogno di immaginare forme di organizzazione della rappresentanza più complicate di questa; ma presto la dialettica politica divenne più articolata rispetto alla vecchia contrapposizione tra il candidato "ministeriale" e quello radicale, sicché già al tempo del Depretis in Italia si sperimentarono sistemi elettorali diversi rispetto a quello originario (la storia si può leggere in Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a oggi, di Maria Serena Piretti, Laterza, 1995). Nonostante la sua semplicità, il collegio uninominale è il miglior sistema elettorale, perché assicura la governabilità e allo stesso tempo consente a chi abbia una personalità politica forte di competere. Non è vero che le opinioni minoritarie vi siano sottorappresentate. Chi ha un'opinione minoritaria perché specializzata su problemi settoriali, oppure minoritaria perché lungimirante ma lontana dalla mentalità dei tempi, deve creare movimenti politici e di opinione, e portare questa militanza a servizio dei partiti grossi, ai quali nulla impedisce di essere contenitori di tendenze diverse su questioni particolari. Chi fa così, riesce tranquillamente a eleggere qualche suo parlamentare nei collegi dove l'opinione pubblica ha sensibilità per la tematica tipica del suo particolare movimento di opinione, a meno che la sua opinione specializzata non sia così radicale da non sopportare alcun compromesso: ma allora, perché dovrebbe andare in parlamento? Gli anarchici devono fare gli anarchici e incendiare, e non si vede perché la comunità debba farsi carico di mantenere degli anarchici annacquati in parlamento, come se fossero dei reduci di antiche battaglie a cui spetta una rendita in premio. Il movimento minoritario che accetta di competere in questo modo non rischia altro che di eleggere qualche sua persona in gamba, cioè qualcuno capace di vincere in condizioni difficili, anziché qualche ruffiano pensionato che mercanteggia i voti e il sostegno al governo. E su questo non merita spendere parole, perché quello che c'è da dire è già stato argomentato da Luigi Einaudi nel famoso articolo del 1944. Ci sono due argomenti seri in contrario, uno riguardante un problema piccolo, l'altro un problema enorme. Il problema piccolo è quello del forte legame del candidato con il suo territorio, e quindi della tendenza a trasformare il rappresentante in agente di interessi locali, con la conseguenza dell'incremento di rapporti clientelari. Ma se questo è il problema, è arduo dimostrare che i sistemi elettorali diversi dall'uninominale contengano la soluzione; la soluzione c'è fuori del sistema elettorale, ed è la vivacità della partecipazione alla politica. Se emergono personalità competitive e aggressive, la posizione dei vecchi professionisti diviene incerta: ma nessuna legge può prescrivere che ciò accada. Sono cose che accadono quando possono, quando la vita politica si rinnova perché la società reagisce alle prospettive di declino innescate dalle consuetudini comode e dalla troppa pigrizia di partecipazione. Il problema grosso è la possibilità della Guerra Civile. I meccanismi elettorali complessi e tendenti ad assicurare un tot di rappresentanza a tutte le opinioni hanno iniziato ad avere la loro grande fortuna, non per caso, dopo la prima guerra mondiale, in risposta alla fortissima intensificazione dei conflitti ideologici che sono andati poi via via attenuandosi, sino ai nostri giorni. Einaudi ci fa notare che in genere, in quell'epoca, i paesi con il sistema elettorale proporzionale sono andati in malora: "Se in questa materia le statistiche valessero qualcosa, varrebbe la pena di fare il conto dei paesi governati dopo il 1918 da costituzioni perfettissime elaborate da costituenti sapientissime e naturalmente rette da parlamenti eletti a norma delle più raffinate regole proporzionalistiche. Si vedrebbe che nei paesi i quali dimenticarono l'aurea massima secondo cui le sole costituzioni vitali sono quelle che o non furono mai scritte, come quella britannica, o se in tempi oramai remoti (1787, 1848, ecc.) furono scritte, i costumi e gli emendamenti ne cambiarono la faccia in modo da renderle di fatto una cosa tutta diversa da quella originaria; si vedrebbe che quasi sempre le assemblee proporzionalistiche andarono a finire nella dittatura. Uno scrittore americano fece quel conto; ed essendogli venuto fuori il bel risultato che dopo il 1919 la proporzionale finì bene in stati abitati da 40 milioni di abitanti e finì male, ossia con la dittatura in assai più stati, popolosi di ben 200 milioni, concluse che la proporzionale è il vero cavallo di Troia con cui i regimi autoritari riescono a penetrare nelle fortezze democratiche. Insigne fra i casi di tradimento della proporzionale fu quello italiano, dove, grazie a quel sistema, nessun governo duraturo poté reggere dopo il 1918". Tuttavia, probabilmente il rapporto causale a quei tempi era l'inverso, e i paesi dove "i regimi autoritari sono riusciti a penetrare nelle fortezze democratiche" probabilmente adottarono il proporzionale tentando di prevenire la crisi radicale minacciata dal forte livello di conflittualità interna. La deroga al meccanismo semplice e pulito della rappresentanza uninominale in certi momenti serve a cercare di neutralizzare le conflittualità generate dall'affermarsi di opzioni politiche che, per qualunque ragione, tendono a non riconoscere più le regole costituzionali basilari. Serve a tentare di recuperare i movimenti eversivi offrendo loro la chance di essere rappresentati. Talvolta ha funzionato, dato il carattere tipicamente retorico e non realistico dei movimenti eversivi del Novecento. Sicuramente ha funzionato in Italia dopo il 1946, favorendo il faticoso processo di normalizzazione istituzionale dell'opinione comunista, e aiutando anche a spegnere il pericolo dell'irrazionale nostalgia fascista in cui tanti italiani hanno continuato a riconoscersi nonostante le sconfitte che si erano inflitti da se stessi. Ma oggi, nell'Italia del 2006, qualsiasi sistema elettorale che complica le cose non ci serve a niente, perché, parlando seriamente, la Guerra Civile non c'è e non è in prospettiva. Sicché riforme compromissorie della legge elettorale sono destinate a giovare unicamente a chi riceve una briciola di pane dalla politica professionale, aumentando la brutta contrapposizione tra chi è dentro la politica e chi ne è fuori, e da semplice cittadino si aspetterebbe di esserne servito. Data la situazione presente, gli amici del Comitato Promotore dei Referendum Elettorali hanno elaborato una situazione che tecnicamente sta in piedi, e ci porterà a qualcosa di buono. Tuttavia, chi pensa al problema in maniera disinteressata dovrebbe ambire a molto di più, ad approdare a un sistema elettorale che favorisca prima di tutto la competizione e l'impegno personale dei candidati al parlamento, e creare una vera chance di partecipazione democratica. L'unico argomento a pro dei compromessi è il comodo dei piccoli privilegi consolidati. Nei prossimi mesi sarà indispensabile una battaglia che almeno ci eviti di dover sopportare anche l'ipocrisia riguardo a questo, e non consenta a quei privilegi di mascherarsi da ragioni ideali. (Articolo e foto: Alberto Palazzi) | |
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