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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       
Bisogna leggere La Russia di Putin di Anna Politkovskaja (2004; traduzione italiana di Claudia Zonghetti, Adelphi 2005) e bisogna rimanere impietriti di fronte a questa testimonianza del disfacimento sociale e della corruzione di quel paese: cose che tutti conosciamo, ma che tutti tendiamo a sottovalutare, probabilmente perché non abbiamo voglia di farci carico dello sgomentante problema della nuova Russia, dalla quale ci attendevamo almeno una certa capacità di amministrare se stessa, e non che si riducesse al punto che gli ufficiali guadagnano affittando i loro soldati ai cantieri edili che li utilizzano come manovali, come ci narra la Politkovskaja nella prima parte, narrando le vicende interne all'esercito e la sua eterna brutalità.

Il libro è un affresco della società russa, con tante storie diverse, ed è fatto per darci un'immagine radicale del degrado della coscienza civile e dell'incertezza del diritto - cose che sappiamo, ma che non valutiamo nella loro radicale gravità - e per mostrarci come la questione cecena sia oggi intesa dai russi in modo grevemente ideologico, attraverso grossolani pregiudizi che trasformano la problematica politica in una mitologia etnico - razziale dalla quale non vi è speranza che esca l'idea di una soluzione. A questo proposito, si deve dire che un punto debole del libro è il non dare informazioni riguardo alla questione cecena in se stessa: alla Politkovskaja interessa soltanto la dimensione della grettezza dell'opinione comune russa, ma al lettore servirebbe qualche punto di riferimento in più per valutare le origini e la natura del movimento eversivo ceceno: si vorrebbe capire anche di questo quali continuità e quali discontinuità abbia con il mondo sovietico e con i suoi usi, ma dalla lettura di questo libro non lo si ricava. Vero che non è la sola Politkovskaja a non comprendere, ma un po' tutti:

Ma, nonostante una guerra che dura da anni, gli attentati terroristici, le tragedie e le fiumane di profughi, in Russia non si è ancora capito che cosa vogliano le autorità dai ceceni. Vogliono che restino nella Federazione Russa o no?

La Politkovskaja registra le persistenze di abitudini sovietiche come prassi ciniche, ma anche come valori sociali tramontati. Nella storia dell'ufficiale Budanov, che ha ucciso sadicamente una ragazzina con il pretesto di identificare una cecchina, c'è la simpatia dell'opinione pubblica e delle istituzioni per Budanov, il quale "si stava vendicando di un nemico", e quindi veniva atteso "con raduni di bandiere rosse presso il tribunale e fiori". E c'è la perizia psichiatrica ridicolmente strumentale nel tentativo di giustificare l'imputato, eseguita a cura degli stessi psichiatri che nel '69 dichiaravano schizofrenici quelli che appendevano striscioni sulla piazza rossa contro l'ingresso dei carri armati a Praga. Il decano di questo tipo di psichiatria è la dottoressa Tamara Pecernikova.

Ma un'eredità di tutt'altro segno è l'innocenza nella visione di se stessa della vecchia società sovietica, la quale credeva "che i medici dovessero per forza curare e gli insegnanti insegnare", e oggi non capisce come abbia fatto a ridursi come si è ridotta. La storia esemplare è quella di Tania, una delle tante divenute commercianti e donne ricche. E' molto interessante il profilo di ciò che Tania era al tempo sovietico: studentessa, ingegnere e moglie, tutto senza averne voglia e per noia, sicché "non faceva che tormentare se stessa, Andrej (il marito) e i figli con il suo pessimo umore, le scenate isteriche, le depressioni e una costante insoddisfazione". Imparata per necessità l'arte del commercio in strada, Tania diventa proprietaria di supermercati, corruttrice, consumatrice di giovani amanti che sprizzano "oziosa depravazione" e infine anche deputato alla Duma, dove "pare che non sia male, come deputato, che si dia davvero da fare per i poveri di Mosca".

Poi c'è la storia tristissima, e a modo suo poetica, di Rinat, un ufficiale abilissimo dei reparti di assalto che sa soltanto combattere, e perciò teme la vita esterna e vive in caserma tenendo con sé il suo bambino, orfano di madre, e che viene rovinato da un superiore con il quale ha alzato la voce in un diverbio. Rinat è affine per la tristezza del suo destino, ma completamente diverso per mentalità, dal capitano Dikij dal vetusto patriottismo. Rinat è un "killer professionista addestrato dallo Stato" che non pensa nulla, mentre Dikij, che comanda un sommergibile nucleare a Petropavlosk-Kamciatskij ed è ridotto all'indigenza non avendo né alcun mezzo né la volontà di integrare lo stipendio con le solite attività private, è idealista e ironico come un personaggio di altri tempi. Così è anche il suo superiore Dorogin che rimpiange e dà valore a vecchi simboli sovietici che a noi appaiono assurdi o comici, come la "branda di Lenin" da tenere sempre rifatta, sicché i soldati "vedono il letto rifatto alla perfezione e non vogliono essere da meno", o come il monumento al cekista Dzeržinskij sulla Lubianka, che a suo parere non si doveva demolire per le stesse ragioni, perché era un simbolo di disciplina sociale.

E poi ci sono tante altre storie di corruzioni e di frodi, interessanti anche per il meccanismo dettagliato delle truffe che si fanno utilizzando i cavilli e l'imperfetto e incerto diritto commerciale della nuova Russia in combinata con un estremo apparente formalismo dei giudici corrotti. Ad esempio, si possono combinare truffe tragicamente pittoresche solo giocando con la mancata registrazione legale delle azioni emesse dalle società anonime. Si ricavano informazioni essenziali su dettagli istituzionali cruciali, come questo:

In pratica, i tribunali distrettuali (o municipali) emettono delle sentenze e quelli regionali ne valutano l'equità. In questo modo la dipendenza procedurale trapassa in una dipendenza di organizzazione e di carriere. Un giudice scomodo è indifeso come un bambino. (...) Quando un giudice regionale annulla la sentenza di un sottoposto non è tenuto a spiegare il perché e il per come. La annulla e basta.

Il giudice regionale deve compilare solo statistiche per singoli giudici e per distretto, e queste statistiche diventano da sé la pagella del conformismo dei giudici. Sembra così che da una parte il nuovo sistema russo post sovietico non si sia sentito maturo per accettare il principio della piena indipendenza della giurisdizione, ma dall'altra non abbia tenuto conto che il controllo dell'operato dei giudici, se ci deve essere, deve essere veramente autoritario. Il sistema ibrido non può che essere un sistema corrotto, dove il controllore non rappresenta il governo, e quindi non ha la forza di imporre la volontà del governo, e nondimeno introduce una componente amministrativa nella decisione che genera conflitti sociali senza risolverne. Che il nodo stia nella struttura delle istituzioni la Politkovskaja lo sa:

Il sistema funzionerebbe nel giusto verso solo in un caso: se al posto di Ovciaruk ci fosse un uomo di alti - e altri - principi etico-morali. Ma, ne converrete, che razza di sistema è mai questo?

Il limite della Politkovskaja forse è la mentalità individualistica, per cui vede gli sprazzi di speranza solamente nelle personalità eccezionali, integre, capaci di "atti di coraggio". Inoltre non ha il senso della differenza qualitativa tra stalinismo, epoca conservatrice sovietica e l'attuale epoca che potremmo chiamare anomica con tendenze fasciste. E vero che c'è da ridere vedendo lo spettacolo della stilistica staliniana di Putin, ma la cosa è meno rilevante di quanto non appaia, perché Putin è fenomeno tutto diverso da Stalin nelle motivazioni e nelle pulsioni profonde, e gli è affine soltanto perché fa uso, come strumento di prassi politica, di una certa stilistica comunicativa depositata nella memoria. Ma il libro non è particolarmente cosciente della differenza. Bisogna però dargli atto della difficoltà di comprendere taluni aspetti caratteristici di questa società, primo tra tutti il classismo grottesco dei privilegiati e dei corrotti, che fanno i loro venali interessi ben facili da capire, ma poi, chissà perché, sentono anche il bisogno di legittimare se stessi rappresentandosi come una sorta di grottesca aristocrazia. Ci sono i giudici detti "da telefonata", ossia specializzati a decidere secondo istruzioni ricevute. Di questi, considera la Politkovskaja, che siano opportunisti e corrotti, "d'accordo. Ma perché infierire? Perché offendere e deridere? Perché uccidere chi è già morto?" E altrove:

E' curioso, passano gli anni, il Partito comunista non c'è più da un pezzo, ma alcune peculiarità del passato restano immutate. Come la patologica mancanza di rispetto per le persone in generale e, in particolare, per chi nonostante tutto lavora con dedizione e sacrificio. (...) Il potere si fa di giorno in giorno più spudorato nel voler annientare i nostri migliori concittadini e nel puntare sui peggiori con la pervicacia di un maniaco.

Anche qui, la natura del fenomeno sfugge a chi è invischiato nel sistema. Dopo la vicenda del 23 ottobre 2002, quella del sequestro del pubblico del musical Nord-Ost da parte dei ceceni e della sconcertante soluzione mediante i gas, assistiamo alla completa frustrazione delle vittime nelle cause intentate per i loro diritti. I vincitori di una di queste cause, cioè i rappresentanti delle finanze del comune di Mosca, che non devono risarcire nulla alle vittime dell'irruzione con i gas venefici, personalmente non trionfano, ma considerano rattristati: "Ci rendiamo conto anche noi... E' una vergogna che lo Stato li tratti in questo modo".

(Recensione e foto: Alberto Palazzi)


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