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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       
Francesco Giavazzi ha pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 2006 un editoriale su "Errori e miti sull'Università" nel quale propone una ricetta liberista con la quale il problema fondamentale dell'Università italiana non si risolverebbe per nulla, perché non vi si coglie il cuore della questione. Sia in uno schema liberista, sia in quello attuale che potremmo chiamare corporativo, si riprodurrebbe la stessa situazione: la sorte dei giovani che ambiscono alla carriera scientifica oggi è decisa dall'arbitrio di chi ha potere su di loro, e ciò garantisce la prevalenza dei mediocri sui migliori, e nel domani liberista accadrebbe la stessa cosa, cambiando solo il genere di mediocrità che verrebbe premiata.

Non c'è modo di immaginare meccanismi costrittivi che possano favorire il processo contrario: la prevalenza dei mediocri avviene nel sistema attuale che si è sempre più orientato sulla cooptazione, e avverrebbe egualmente in un sistema che assimilasse la vita universitaria al mercato. Infatti, anche così, perché mai il mercato dovrebbe valorizzare le risorse migliori? Valorizzerebbe chi sa fare una buona politica di marketing di se stesso, anziché chi sa essere servile nei confronti di quelli che decidono della sua sorte, ma in entrambi i casi soccomberebbero le personalità forti e con potenzialità geniali. Questa presa di posizione a prima vista sembra una professione di fede statalista, e invece non lo è, perché nel caso dell'Università abbiamo a che fare con un problema umano di natura particolare, che si deve affrontare senza il pregiudizio di nessun metodo valido in altri ambiti.

La personalità di uno studioso, o scienziato, del tutto a prescindere dalla sua materia (scientifica o umanistica) molto raramente è matura nell'età critica in cui i giovani studiosi cercano di accedere all'università, e se è destinata a formarsi e rafforzarsi, ciò avviene per decreti imperscrutabili dei fati, sui quali non vi è alcun potere delle regole di convivenza umana, di leggi ed istituzioni. Spesso una persona che a venticinque o trenta anni si sente dotata per la ricerca e l'insegnamento superiore è vittima di un errore su se stessa di natura narcisistica, spesso ha soltanto delle potenzialità che la vita è destinata a fare inaridire. Per acquistare un giudizio scientifico maturo, è necessario spendere anni di meditazione silenziosa, di esercizio costante nel riappropriarsi dei fondamenti della propria scienza, leggendo e ritornando sulle vecchie cose, anche quelle elementari, e intanto riflettere su cose difficili e su ricerche nuove, formulare delle ipotesi e correre dei rischi per esse, e cercare di verificarle con ricerche e sperimentazioni, e in questo essere al tempo stesso umili e spregiudicati, avere sempre maggiore coscienza dei propri limiti, ma imparare a distinguere anche i limiti altrui, rendersi conto della natura superficiale di tanti personaggi e di tante parole che catturano l'attenzione del presente perché sono di moda, imparare a rivalutare vecchie intuizioni che sono state trascurate perché immature nella loro epoca.

Non è una novità che la biografia di tutte le personalità scientificamente creative mostrano questi aspetti: una mescolanza di sicurezza spregiudicata e un spavalda nel valutare il presente e i suoi protagonisti accademici, di timore riverenziale verso la tradizione antica della propria disciplina, e un senso di inadeguatezza nel paragonare se stesso con i grandi. E' la convivenza armonizzata di queste dimensioni che consente di produrre punti di vista innovativi, e quindi il formarsi di vere personalità scientifiche, assieme alla cosa più importante di tutte: la dedizione ad una propria personale prospettiva, a un proprio punto di vista originale su qualche cosa, che nella giovinezza si manifesta solo come vaga intuizione, e che è destinato ad accompagnare tutta una vita di studi, e forse nella maturità può dare risultati consolidati. Allo stesso modo, non è una novità che tanti personaggi accademici che riempiono la cronaca del presente senza essere destinati a lasciare alcuna memoria di sé hanno biografie che mostrano proprio la assenza di questo elemento di costanza: sono tanto versati a ripetere le cose che si dicono nelle pagine culturali dei giornali, ma un loro punto di vista non ce l'hanno, che non sia l'assioma dell'adattamento alle parole che vanno di moda; e la loro vita è divisa in periodi, tutti guarda caso coincidenti con le parole che erano di moda nelle corrispondenti epoche.

L'Università prospera e fa prosperare la vita civile, culturale ed economica di un paese se dà una possibilità di esprimersi e di dare il meglio di se stesso a chi ha la potenzialità di formarsi una personalità forte e spregiudicata, con il tempo. Solo, che non c'è modo di immaginare la regola che favorisca questo processo: non la regola della corporazione, dove l'arbitrio di chi ha potere premia chi nasce conformista e non pericoloso. Chi è nato buono e docile viene sempre riconosciuto benissimo da chi ha una posizione di potere assestata da difendere: prova ne è il fenomeno psicologico che si osserva tanto spesso, per cui le persone che hanno certe qualità di intelligenza e di capacità professionale e che ne sono state portate in alto scelgono come loro delfini e successori dei mediocri che danno loro la certezza di non fare ombra sulla luce proiettata dal loro astro. Solitamente si osserva anche che questo tipo di comportamento tutto orientato alla difesa da rischi di traumi per il proprio orgoglio ha un carattere spontaneo e inconscio, tanto che chi sceglie per proprio successore un personaggio più mediocre di se stesso di solito non se ne accorge, e talvolta fa la figura dell'ingenuo nella vicenda, mostrando sincera ammirazione per le capacità che vuole scorgere nel modesto delfino.

Ma nemmeno la regola del mercato, o meglio della competizione che si cercherebbe di mettere in piedi in analogia con il mercato, può risolvere questo problema: perché se anche questo potesse risolvere il problema del potere accademico, non risolverebbe quello della superficialità: il mercato premierebbe in tutta buona fede chi sa fare rumore attorno a sé e al proprio nome, credendo che quello sia il migliore in una competizione onesta. Non è così, perché qui il mercato semplicemente non è competente a giudicare: non si tratta di valutare cose che sono utili oggi o che piacciono oggi per come appaiono, ma di valutare cose che oggi si fanno gratuitamente e senza garanzia di successo, e saranno utili domani.

Allora, l'unico in grado di giudicare della qualità di una personalità scientifica in erba è l'intenditore, cioè colui che fa lo stesso mestiere e ha esperienza della situazione: ma a patto che l'intenditore stesso sia disinteressato e non abbia motivazioni personali nella scelte, se non quella di esercitare la propria stessa professionalità. Solo questo modo di affrontare il problema è traducibile in forma di regolamento e di legge, e da luogo all'istituto del concorso, in cui il candidato porta se stesso e i propri titoli al giudizio di commissioni di esaminatori che non lo conoscono, o che comunque non hanno con lui legami forti, perché provengono da comunità diverse, perché non hanno precisamente gli stessi interessi e orientamenti, perché il loro rapporto con i candidati si istituisce proprio nella sede del concorso e non prima di esso.

Perciò, quello di cui l'Università italiana abbisogna, a prescindere da tutte le questioni attualmente critiche (lauree brevi e lunghe e scarsa qualificazione che offrono, esami sbriciolati in particelle e troppo transigenti, sedi universitarie provinciali di bassa qualità ecc.) che in fondo sono subordinate alla principale, è di mettere al lavoro un po' di gente valida nuova sottraendola all'arbitrio di chi è in carriera da tempo. Ogni altro provvedimento, in assenza di questo, è destinato ad assicurarci la futura constatazione che le cose vanno sempre peggio, e che l'impoverimento culturale generale, degli insegnanti come degli studenti, progredisce costante senza limite al peggio.

A titolo di annotazione storica, niente affatto accessoria, bisogna considerare che in Italia l'errore più grande che si fa è quello di importare istituzioni straniere con la credenza esterofila che esse possano offrirci soluzioni collaudate e già pronte, senza tenere conto delle specificità italiane. Il sistema italiano della pubblica istruzione ha dato il meglio di sé quando ha applicato severamente il sistema dei concorsi, e il peggio di sé quanto più vi ha derogato. Bisogna tenere conto che tra i paesi industriali e ricchi la società italiana è quella in cui vi è un tasso altissimo di conflittualità personali, e di conseguenza un propensione bassa all'applicazione spontanea di regole di professionalità. Questa tradizionale e ben nota anarchia deriva dalla grande varietà di situazioni sociali, di stili di vita e di stimolazioni che esistono nel nostro paese, e questa varietà deriva a sua volta da cose fondamentali, tanto dalla nostra varietà climatica e di paesaggio quanto dalla ricchezza dei nostri usi e istituti ereditati dal passato, ad esempio. Ciascuno di noi ha sperimentato, nell'esempio ricevuto dagli altri, una molteplicità di maniere di atteggiarsi verso l'esistenza che quantitativamente è enorme rispetto a ciò che sperimenta chi nasce negli altri paesi europei. Basta viaggiare all'estero per constatarlo: basta fare un viaggio nei paesi del Nord per vedere case tutte uguali, città tutte uguali, usanze tutte uguali, ecc. Lì, la interiorizzazione di regole di onestà sociale è più elevata che da noi, e non c'è da meravigliarsene, perché gli stimoli critici sono minori in tutto ciò che costituisce lo stile complessivo dell'esistenza.

E' antico uso che gli italiani si straccino le vesti censurando se stessi per questa loro sorte, ma innanzitutto non è detto che essa non sia un privilegio, in quanto favorisce le nostre probabilità di apprendere a pensare spregiudicatamente, e poi in ogni caso è un fatto di tale forza che non vale la pena di recriminarvi. Il disordine italiano è una condizione esistenziale basilare da cui non si può sfuggire, come lo è la forza di gravità: perciò verso di esso non resta che atteggiarsi in spirito costruttivo, cercando i mezzi per contrastarne le conseguenze più scomode.

Però bisogna saperlo, tenerne conto, e non nascondersi dalla logica conclusione che in Italia dobbiamo meditare più a lungo che negli altri paesi quando si tratta di concedere poteri discrezionali a individui in condizione di privilegio. Per quanto riguarda l'Università, accade che ogni concessione di arbitrio a singoli individui in posizione di privilegio abbia effetti devastanti, perché l'esercizio arbitrario del potere da parte di questi privilegiati diviene sfacciata e ingenua al tempo stesso: i privilegiati, che pure non hanno nulla da temere, si difendono dai pericoli di assalto al loro orgoglio con ingenua spontaneità, e ciò assicura l'emarginazione delle personalità spregiudicate a favore di chi è nato per essere gregario e per non creare difficoltà, casomai riservandosi qualche proprio spazio specializzato e innocuo di trasgressione, come sono oggi ad esempio i movimenti politici di estrema sinistra. All'estero le Università funzionano a forza di autonomia, cooptazione, corporativismo: ma chi può dire che non funzionerebbero anche meglio se attenuassero questa dimensione? Cento anni fa, quando il sistema universitario tedesco faceva da modello per il mondo come oggi quello americano, si diceva in Germania che il primo precetto dell'aspirante a cattedre era "sposare la figliuola di un vecchio professore" (la notizia si trova nell'aneddotica di Benedetto Croce).

E venendo a Giavazzi, che giustamente osserva che la distribuzione di maggiori finanziamenti non risolverebbe un gran che del disastro universitario attuale, dobbiamo fargli considerare che anche le cose che riformerebbe lui non avrebbero speranza di risolvere il problema fondamentale. Oggi "...l'istruzione universitaria non è pagata dalle famiglie, ma dai contribuenti; il contratto di lavoro e le regole di assunzione dei docenti sono quelli del pubblico impiego; le leggi e le procedure che regolano le università sono spesso centralizzate e quasi sempre rigide; le retribuzioni dei professori non sono differenziate e il fine più o meno esplicitamente dichiarato della politica universitaria è l'equiparazione della qualità dell'insegnamento e della ricerca tra i diversi atenei", e questi quattro principi sono "tutti sbagliati". Questi punti andrebbero discussi uno per uno, e ci sarebbero argomenti a pro e contro di tutti: ad esempio, ci sarebbero forti motivi a pro di aumentare le tasse universitarie degli studenti, perché ciò che non si paga di tasca propria non si apprezza, e la gratuità probabilmente è un fattore che favorisce la propensione degli studenti italiani a prolungare gli anni di studio senza autodisciplina e con poco impegno, e così via. Però, l'Università prima di tutto ha bisogno di risorse umane adeguate, di personalità cospicue che di dedichino all'insegnamento e alla ricerca con la costanza e la testa dura di chi ha una propria veduta e un proprio scopo da realizzare. Anche ribaltando i quattro principi sbagliati secondo Giavazzi, oppure realizzando mediazioni tra il sistema attuale e uno liberista, non si vede chi poi di fatto si prenderebbe cura di tagliare le unghie a chi è abituato a posizioni di privilegio e potere, e mandare avanti le potenzialità delle persone dotate di un cervello che vola più alto della media, in una società come quella italiana, dove le piccole conflittualità e le meschinità personali sono così poco con trollate d a regole s pontanee di professionalità.

(Articolo e foto: Alberto Palazzi)


Macerie accademiche?

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