NUOVO REALISMO Homepage      
www.zonabit.it:
Applicazioni di Intelligenza Artificiale
       
       
Geminello Alvi ha pubblicato Una repubblica fondata sulle rendite (Mondadori, febbraio 2006), nel quale ci dà conto del rapporto tra salari, profitti e rendite nell'Italia di oggi con l'apparente perizia di un tecnico dalla mano competente e sicura, e ci fa constatare che la posizione del lavoro e del salario è drammaticamente fragile. In questo libro si dice e si documenta, con cifre che amareggiano senza sorprendere, che nell'Italia di oggi non vale la pena di lavorare, perché lavorando si guadagna sempre di meno, mentre l'ingente consistenza di tanti patrimoni genera altra ricchezza senza che chi ne beneficia dia nulla alla società in cambio, mentre le posizioni sociali improduttive e garantite dalla spesa pubblica continuano la propria esistenza privilegiata, e mentre le privatizzazioni generano voraci monopoli privati e mostrano quanto sia semplicistico credere che esse definiscano certi problemi una volta per tutte. Infine il libro, riuscito espressivamente e riuscito nell'intento di usare i numeri senza aridità, ci dice chiaro che la colpa di tutto è dell'euro, degli immigrati e dei comunisti.

Si potrebbe obiettare che forse la colpa è dei padroni del vapore di sempre, piuttosto che di costoro, ma l'obiezione sarebbe poco originale e non coglierebbe il difetto del libro. Alvi ci parla del problema sociale dell'Italia di oggi con l'atteggiamento di colui che vuole imputare a qualcuno ciò che è accaduto, e fa una cosa che non serve, perché le dinamiche dell'impasse della società italiana di oggi dipendono dalle politiche e dalla mentalità della generazione che le ha seminate circa trenta anni fa, la quale oggi nonostante tutto non esiste più come soggetto politico. Oggi esiste una situazione in cui infiniti privilegi sono divenuti istituzione e generano rendita e in cui le energie fresche della società devono perforare ostacoli granitici per emergere, ma l'esperienza fatta ci costringe a vivere in un'Italia più responsabile di quella d'allora, e ad accettare l'idea che il compito del presente è quello di conoscere concretamente i nostri mali, e fare in modo che i prossimi anni diano sollievo poco a poco ai problemi accumulati, invertendo le tendenze di cui oggi paghiamo le spese. Così Alvi se la prende con comunisti ed ex comunisti, quando non c'è in realtà da prendersela con nessuno, perché il torto del nostro presente è semmai quello di mancare di genialità per risolvere i problemi che abbiamo ereditato, non quello di averli creati.

Ciò che è accaduto in Italia è stato coerente con le tendenze di tutti i paesi ricchi dopo il 1970, ma è stato particolarmente amplificato dalla grande varietà di situazioni sociali che rende sempre difficile attuare politiche lineari e coerenti in questo paese. Dopo il 1970 la domanda sociale di aumento della spesa pubblica ha preceduto la capacità del fisco di prelevare quanto necessario a coprirla; così per una ventina d'anni si è detto al contribuente: "non ti voglio tassare, caro, ma prestami quanto mi serve, e io Stato ti pagherò i lucrosi interessi a due cifre che vedi e che consideri un dono gratuito del cielo". Credendo, come allora si credeva anche in buona fede, che l'indebitamento avrebbe creato ricchezza facendo circolare il denaro senza che ciò costasse alcun prezzo, tutti i paesi occidentali hanno portato i loro debiti pubblici al poco piacevole 60 o 70% del PIL, che è una brutta ipoteca per ognuno; ma l'Italia ha fatto assai peggio, raggiungendo quello spaventevole 105% odierno che se mal gestito potrebbe persino condurci a bancarotta e farci vivere l'esperienza che hanno fatto gli Argentini in anni recenti, e se amministrato saggiamente ci danneggerà lo stesso, perché tanti delle nuove generazioni erediteranno molto patrimonio, e proprio i privilegiati, quelli che hanno la possibilità di avere un'educazione qualificante e una giovinezza tranquilla da dedicare allo studio, non saranno stimolati dalla vita a fare di se stessi persone migliori, a spendere impegno per restituire utilità alla società e a se stessi. Da un lato costoro erediteranno la rendita facile, e dall'altro, quando vorranno esprimersi, troveranno le stesse porte chiuse che trova chi la rendita non l'ha.

Dopo il 1992, i comunisti e gli ex comunisti e i cattolici comunisti e tutti gli altri cattivi di Alvi hanno preso atto che questa era la situazione e hanno fatto ciò che chiunque abbia buon senso senza essere un genio farebbe: invertire la tendenza e portare il bilancio di ogni annata in lieve attivo, di modo che anno dopo anno il problema dell'indebitamento premesse meno. Il lavoro ha perso la partita, in questo processo, perché nessuno oggi lo può aiutare da fuori con il nuovo indebitamento e con la spesa pubblica, ma soprattutto perché non sa aiutarsi da sé: il lavoratore nella società di oggi, divenuta tanto più complicata rispetto agli anni facili del boom, non sa farsi rappresentare e non sa contrattare il prezzo della propria opera. Perde, e perderà ancora, sino a quando non riuscirà a fare nuovamente di se stesso un soggetto politico capace di volere e di battagliare per ottenere ciò che vuole.

Ma tutto ciò, nel presente, ha la forza di un fatto che non ha senso giudicare moralisticamente. Non sono le generazioni presenti che hanno creato la massa del debito, e ancor meno ha senso imputare a qualcuno l'invecchiamento sociale che è conseguito al benessere, e che certamente genera privilegi, ma il cui autore è la natura. Invece, di fronte a questo quadro di cose Alvi ci dice che i cattivi hanno consentito al mercato di sottrarre reddito al lavoro: evidentemente lui avrebbe saputo evitare la bancarotta dello Stato e al tempo stesso scontrarsi con il mercato per difendere il lavoro, anziché assecondarlo (capitolo XI: "Come fu che tassare il lavoro divenne di sinistra"), come è avvenuto dopo il 1992. Avremmo potuto star fuori dall'euro infatti, e tenerci stretta la nostra lira, come è detto nel capitolo XXIII, dal titolo: "L'euro, ovvero mentire al popolo". L'euro, per un paese di moneta fragile e così indebitato, è un investimento per il lungo termine, che nell'immediato costa: chiunque avrebbe potuto prevedere che l'euro avrebbe avuto un prezzo in termini di competitività perduta, e in più c'è stato l'altro onere dell'ancora misterioso e imprevisto aumento di tanti prezzi al consumo. Perciò, poiché queste sono cose che la politica non può dire proprio chiare, c'è del vero in questo "mentire al popolo". Ma chi ha mentito ha fatto benissimo: ha fatto la parte del medico che incoraggia il malato, nascondendogli che la cura nell'immediato lo indebolirà, perché sente che il malato può guarire. Cosa che Alvi non sente, nonostante l'amor di patria che professa: per lui si poteva star fuori dall'euro, esportare roba sempre più vecchia, guadagnare un po' di moneta svalutata, e tagliare fuori i nostri figli dallo spazio comune dell'economia come della politica e della scienza europee che nei prossimi decenni si rafforzeranno sempre più, e ai quali i nostri vicini mediterranei sono avidi di partecipare. Non sente, Alvi, il quale si compiace del voto anti europeo in Francia e in Olanda (pagina 88), che la moneta solida e comune, lo spazio economico aperto e l'aumento della circolazione delle persone sono vere istituzioni, e hanno dalla loro parte il futuro anche senza sventolare di bandiere e senza entusiasmi popolari superficiali, perché sono cose fondamentalmente utili.

Quanto all'altra cattiveria dei cattivi, quella di non adoperarsi abbastanza a fare muro contro l'immigrazione, la veduta di Alvi è coerente con ciò che egli pensa dell'euro: perché affrontare il problema dell'infinito tessuto di relazioni che si va creando tra tutti i popoli del mondo, quando potremmo chiuderci in casa nostra e pagare un po' di più il lavoro italiano, per il momento non più soggetto al dumping degli immigrati? Fermo restando che essere lungimiranti nell'immediato costa, e che non guasta che qualcuno asserisca obiettivamente queste cose che la politica invece ha interesse a velare, la veduta di Alvi è soltanto ingenerosa e di corta vista. E ci porta al cuore del sentimento in cui sta il vero motivo di unità di questo libro, che non è facile da individuare, perché apparentemente vi si elogia e vi si biasima tutto e il contrario di tutto, e ognuno può trovarvi qualcosa con cui simpatizzare. E' il caso di leggere le parole che lo chiudono, a pagina 125: "Ma ho scritto un libro d'intento spirituale. Ho voluto districare e anzi liberare vita da quanto pare morto, ovvero le percentuali e i calcoli di denaro. Nella fatica un'idea di vita mi ha lucidato gli occhi e colmato di riverenza e timore il cuore: Lei, l'immagine gloriosa e vivente che l'Italia bellissima ancora promana".

Chi legge tutto il libro, percepisce che Alvi è davvero serio pronunciando queste parole che evocano l'atmosfera infausta del 1915: par di vedere l'Italia dalla corona turrita che sventola il drappo nazionalista, la spiritualità assai materiale dietro a cui si nascondevano le ansie delle generazioni di allora. Oggi, la grande accumulazione avvenuta di patrimoni e di diritti alla rendita è un problema sociale immenso, capace di devastare il futuro delle nuove generazioni, e la soluzione di Alvi è quella di travestire da spiritualità gli espedienti di politica congiunturale di corto respiro assieme al generico invito a tagliare la spesa pubblica: non è la prima volta che si sente questo discorso. Libri come quello di Alvi ci aiutano a fissare nella mente l'immagine e la dimensione del problema della rendita sociale, ma non danno soluzioni, perché altra soluzione non c'è al di fuori di quella che Alvi aborrisce, quella della serietà costruttrice che mentre evita le catastrofi fa quello che può per liberare le energie creative che esistono nella società, invertendo poco a poco la tendenza che è prevalsa per tanto tempo, in fondo generata dall'incoscienza che tanti anni fa ha accompagnato il raggiunto benessere.


(Articolo e foto: Alberto Palazzi)

Geminello Alvi Rendite

  HOME