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Avevamo scritto queste considerazioni all'inizio di maggio. Poi, il 17 maggio 2006 il ministero per l'Università e la Ricerca Scientifica è stato affidato a Fabio Mussi, del quale apprezziamo le intenzioni, e al quale facciamo i più sinceri auguri di buon lavoro. Ma lo invitiamo anche a leggere il nostro parere sulla vera questione cruciale, e a pensarci un po' sopra.
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L'università malata, la cooptazione e il triste destino della gente sveglia.
(4 maggio 2006) Leggiamo sui giornali di questi giorni (attorno al 3 maggio 2006) che il nuovo ministro per la Pubblica Istruzione e Università potrebbe essere il Prof. Alberto Asor Rosa, e così non possiamo non rifarci all'articolo da lui pubblicato su La Repubblica del 21 aprile scorso, dal titolo "Questa università malata. Cosa c'è all'origine del degrado", per indirizzare le nostre considerazioni all'eminente italianista, nel caso tocchi a lui decidere su questa croce della vita pubblica italiana. Noi nuovi realisti, siccome siamo abituati a osservare l'esperienza della vita umana nel tempo e nello spazio prima di proporre schemi astratti, abbiamo in mente sempre la stessa idea: che la creazione delle idee nuove avviene quando la Grazia decide di impiantarne qualche seme nella mente degli uomini, che le istituzioni (Università compresa) servono a impedirci di litigare, e dunque a impedirci qualcosa, non a creare qualcosa, e infine che la Grazia manda i semi delle idee originali molto più generosamente nei cervelli degli stravaganti che non in quelli dei bimbi ubbidienti, e quindi dei professori d'università (che non di rado sono i bimbi ubbidienti quando crescono). Ma da questi assiomi non ricaviamo affatto la conseguenza utopica e paradossale per cui si dovrebbe abolire l'Università: scherzo che molti hanno fatto con più o meno buon gusto (con pessimo gusto i futuristi italiani del primo Novecento, ad esempio), e che oggi non divertirebbe più nessuno. Dell'istituzione universitaria è necessario parlare seriamente e parlare a suo pro, però sapendo che la prospettiva scanzonata e antiaccademica che vorrebbe semplicemente abolire l'università come le scuole ha una sua verità e un suo ufficio, e dovrebbe restare viva in ogni mente come stimolo al dubbio. Il problema della nostra università è parente stretto di altri disastri della vita pubblica italiana, e principalmente di quello del debito pubblico: è iniziato circa trenta anni fa, quando l'euforia del benessere da poco raggiunto e l'atmosfera trasgressiva e gaudente che era nello spirito di quei tempi misero in testa agli italiani la persuasione che si potessero creare ipoteche sulle generazioni future senza che se ne pagassero mai i costi. Del resto, la gente furba sa da sempre che fare debiti più grossi possibile è il modo migliore per non rimborsare mai niente, e poiché a quei tempi si credeva che in un modo o nell'altro vi fosse in prospettiva un mutamento radicale delle istituzioni politiche dell'intero mondo, non era incoerente credere che i debiti contratti allora non sarebbero mai stati pagati. Eravamo proprio un paese di bambinoni e di furbi, a quei tempi, e l'atmosfera generale favoriva piuttosto l'alleanza che il conflitto tra queste due specie di umani. Allora, crescendo il numero degli studenti in maniera impressionante, crebbe enormemente il numero degli insegnamenti e dei professori, e un po' a caso gli organici si riempirono. Questo, in se stesso, non fu il guaio: c'era il bisogno sociale inderogabile di una crescita impetuosa dell'offerta di istruzione superiore, e un certo laissez faire non era la maniera più peregrina con cui soddisfarlo al più presto. Il guaio fu che dopo quel primo riempimento degli organici, si inaugurò lo stato di cose per cui gli organici sono sempre cronicamente pieni, e di là l'avvicendamento generazionale si ammalò di un morbo di natura affatto particolare. Per capire questa malattia, bisogna prendere atto che le persone che si innamorano dell'idea di dedicare la vita alla ricerca e all'insegnamento universitario (attitudini che devono sempre convivere nella stessa persona, sebbene una possa essere preponderante sull'altra, perché chi pensa bene si esprime anche bene, e ha voglia di esprimersi, mentre chi crede di avere idee e visioni geniali, ma non sa esprimersi insegnando, di solito possiede soltanto frammenti di complicazioni e di banalità) hanno due specie di carattere. C'è gente ingegnosa e stravagante, che non necessariamente è geniale, ma potrebbe esserlo, e maturando potrebbe rendere moltissimo. Accanto a questi, c'è gente il cui cervello macina nozioni e principi di scienza, e magari ha tanta memoria e discreta logica, ma è troppo brava e rispettosa per essere mai inventiva, e inclina a credere senza vaglio critico tanto alle idee vecchie come il cucco quanto a quelle dell'ultima moda, non vedendo mai le vere tendenze sotterranee ai cambiamenti di prospettiva culturale. Ci sono, insomma, gli ingegnosi e ci sono i bimbi bravi. Ma quando hanno l'età in cui si comincia il calvario di pene infernali della carriera universitaria, cioè circa venticinque anni, entrambi i tipi non sono ancora perfettamente maturati, e per quanto i loro caratteri siano già indelebilmente definiti, non è facile distinguerli dall'esterno. Ora, la situazione è questa: gli organici universitari sono cronicamente pieni, la vita media è terribilmente elevata, le morti accidentali sono poche, e un giovane che voglia arrivare ad avere un incarico universitario deve iniziare il calvario ben noto dei piccoli incarichi precari e retribuiti malamente, recitando mentalmente l'inconfessata preghiera "speriamo che qualche professore crepi (ma non il mio)"; non sapendo che fine farà, il giovane pretendente vive questa epoca della sua vita in un perenne stato ansioso che lo rende sempre meno critico, più credulo, e sempre più stupidamente vanesio e più competitivo con i suoi compagni di sventura. In questo quadro sconfortante, accade che gli ingegnosi possono mettersi a fare anche altre professioni, mentre i bimbi bravi hanno molta più difficoltà a competere fuori del mondo universitario e della mentalità accademica, che è l'unico di cui hanno esperienza. E così, piano piano, i bimbi bravi vincono sempre la gara con gli ingegnosi, gli ingegnosi gettano la spugna, e l'università sperimenta l'impoverimento culturale che è riconosciuto da tutti quelli che si occupano di questo problema, tanto che al riguardo non vi è discussione. Questo esito, per cui gli ingegnosi perdono e i bimbi bravi vincono mentre diventano sempre più cattivi, è inevitabile fino a quando il sistema di reclutamento si basa sul precariato e sull'incertezza delle prospettive. Immaginiamo che un professore anziano ed esperto, membro di commissione chiamato a giudicare quelli che vogliono entrare e andare avanti nell'università, sia una persona priva della debolezza di ascoltare l'adulazione di cui sono sempre prodighi i mediocri, e sia sinceramente intenzionato a mandare avanti i migliori. Anche volendo, come giudice premierà i bimbi bravi, perché li avrà sempre intorno, perché saranno loro a farsi vedere ogni giorno e in ogni occasione, chiedendo di essere mandati avanti, mentre gli ingegnosi stravaganti si disgusteranno virilmente del sistema, e ne usciranno per andare ad esercitare una professione diversa, magari arricchendosi, e tuttavia con il rimpianto per una vocazione scientifica sprecata. Allora, ci sono due cose da fare, che non costano nulla e che sono indipendenti dal budget finanziario complessivo destinato all'Università (notiamo, tra l'altro, che se anche le risorse finanziarie per la università e ricerca passassero miracolosamente e di colpo dall'1 al 2% del pil, il problema centrale della prevalenza dei bimbi bravi sugli ingegnosi non si risolverebbe, a causa dell'arretrato spaventoso di gente da sistemare). La prima cosa è sottrarre tutti i pretendenti alla carriera universitaria all'angoscia della precarietà. La seconda è mettere in moto un meccanismo che per una volta favorisca gli ingegnosi a scapito dei bimbi bravi. E si potrebbero fare tutte due le cose con un unico provvedimento, se solo la categoria degli insegnanti universitari anziani capisse (o le venisse imposto) che i tempi non consentono più di utilizzare l'antico e tradizionale metodo della cooptazione. Ci sono molte ragioni a pro di questa consuetudine, che pure ha sempre avuto il difetto di favorire i rapporti clientelari: fiducia e conoscenza personale, stima, parlare la stessa lingua, avere gli stessi presupposti culturali e interessi. Ma il metodo della cooptazione funziona accettabilmente se il numero di insegnanti che esce dagli organici universitari liberando le cattedre compensa ogni anno, all'incirca, il numero dei nuovi laureati che ambiscono a insegnare all'università. In questo caso, i laureati ritenuti validi dai vecchi professori che li cooptano vanno a occupare i posti lasciati liberi senza bisogno di passare per il periodo lungo e avvilente della precarietà che non consente progetti per il loro futuro personale, e che rende ciniche le persone inizialmente sincere e appassionate. Oggi, vi è un surplus di pretendenti rispetto ai posti che si liberano ogni anno, e questo genera la giungla di una competizione non sana, perché è una competizione in cui le persone devono coltivare le loro cattive inclinazioni al conformismo e all'eccesso di specializzazione anziché maturare globalmente la loro personalità. E' una competizione che non assomiglia per nulla a quella del mercato vero. Per inciso, la causa dell'impoverimento culturale è proprio nel fatto che i candidati devono apparire dottissimi in qualcosa di estremamente settoriale per apparire, diciamo così, dotati di qualità un po' speciali, e così fissandosi con la loro piccola specializzazione passano gli anni in cui la mente sarebbe più ricettiva senza più accrescere la propria cultura generale. Eppure, proprio per essere professionali in qualcosa, non bisogna dedicare alla propria specialità tutto il proprio tempo: una buona parte bisogna dedicarla a essere dilettanti e curiosi di ogni genere di cose. Bisognerebbe perciò uscire dalla consuetudine della cooptazione con un mezzo semplice e chiaro: indire concorsi in cui i candidati vengano giudicati da commissioni che non li conoscono personalmente, e far capire chiaramente e onestamente a tutti che questi concorsi sono e saranno l'unico mezzo di accesso alla carriera universitaria. Per dettagliare la proposta, direi che bisognerebbe elaborare un regolamento che formalizzi severamente il requisito della non conoscenza personale tra esaminatori e candidati (il candidato non dovrebbe avere frequentato i corsi e dottorati dei commissari, né sostenuto esami con loro), e magari dare ai perdenti in questi concorsi la possibilità di denunciare a una autorità apposita la malafede dei vincenti, con sanzioni severe per il candidato come per il commissario che abbiano dichiarato falsamente di non conoscersi personalmente. Al di fuori dei vincitori di questi concorsi, l'università non dovrebbe prevedere altro tipo di rapporto che l'assistenza volontaria obbligatoriamente priva di compensi (che esisteva un tempo), perché la molteplicità di contratti a breve che vengono stipulati arbitrariamente e fuori del sistema dei concorsi è proprio ciò che alimenta la competizione malsana tra poveri. Questa idea è crudele, ma non più del sistema esistente: in fondo il monte delle retribuzioni pagate dal sistema universitario sarebbe sempre lo stesso, e il numero complessivo di persone retribuite dall'università sarebbe comunque quello consentito dalla risorse finanziarie disponibili. Il vantaggio sarebbe enorme: un giovane laureato con ambizioni di ingresso all'università dovrebbe studiare il calendario dei concorsi previsti per il futuro a breve e medio termine, prepararsi dedicandosi alla propria specializzazione e assieme ad aumentare la propria cultura generale senza ossessionarsi riguardo alla propria specialità (perché non saprebbe da chi è destinato a essere giudicato), e decidere di darsi ad un'altra professione se non riesce a vincere un concorso entro un termine di tempo da lui stesso stabilito (senza che nulla gli impedisca di concorrere successivamente, se ha voglia di continuare a studiare e a tentare). E' estremamente probabile, se non evidente e certo, che con un sistema del genere vi sarebbe una prevalenza degli ingegnosi sui bimbi bravi nella gara per l'accesso alla carriera universitaria, e che questo non toccherebbe nessun interesse costituito, mentre sarebbe di infinita utilità sociale. Bisognerebbe soltanto decidersi a sacrificare la consuetudine della cooptazione, che è sì un sistema adeguato nelle situazioni in cui le università siano in grado di accogliere tutte le persone tagliate per la ricerca e l'insegnamento di ogni nuova leva, ma che nell'Italia di oggi non ci possiamo permettere, perché è la causa della prevalenza dei molti che credono di essere dotati e non lo sono, o magari lo sarebbero, ma sprecano la possibilità di maturare nella malsana competizione del precariato. E poi, con un sistema che amministrasse bene le domande di trasferimento, si potrebbe ripristinare il vantaggio della cooptazione destinando le persone ai gruppi di lavoro loro congeniali, ma solo dopo che le persone abbiano avuto accesso a un reddito certo attraverso concorsi quanto mai impersonali, che impegnino il singolo a costruirsi una propria fisionomia culturalmente ricca senza avere in mente la persona da compiacere con le loro scelte e le loro preferenze. Abbiamo preso le mosse da un articolo di Asor Rosa, dove ci si parla di sproporzioni tra didattica e ricerca, di "dipartimenti", di consigli d'amministrazione, di "rappresentanze paritetiche", e si accenna ai meriti e demeriti del sistema delle lauree brevi, alle "alte specializzazioni" da inventare e a tutte le cose del genere. Possiamo dire francamente il nostro parere? Non ce ne importa niente, e se toccasse a noi fare il ministro competente per l'Università lasceremmo tutto com'è, perché qualsiasi combinatoria ragionevole di queste cose ne vale qualsiasi altra. Un'organizzazione ci deve essere, e purché non si escogiti qualcosa di pazzesco, quella che c'è vale quanto quella che la precedeva, o forse la migliora o peggiora un poco, ma comunque non vale la pena di spendere tempo e denaro per altre riforme che spostano i pezzi dell'ingranaggio senza cambiarne la qualità. Quello che vorremmo, è che l'Università la piantasse di essere in balia di un meccanismo di reclutamento oggettivo e indipendente dalla volontà dei singoli che privilegia sempre i bimbi bravi e ubbidienti rispetto agli ingegnosi e stravaganti: e per ottenere questo, probabilmente basterebbe poco, bisognerebbe avere il coraggio di finirla con la cooptazione e fare concorsi di ingresso in cui i candidati non siano giudicati dai loro insegnanti, ma da chi non li conosce personalmente. Ultima considerazione: poiché senatores boni homini, accadrà che i professori che leggeranno queste righe in generale sentiranno di condividerle, a parte qualche irriducibile sacerdote della pedanteria e amante delle riforme che ribattezzano gli "istituti" in "dipartimenti" e simili. E infatti, il problema vero è che senatus mala bestia: quando le persone ingegnose non vengono lasciate in pace a fare le loro cose a modo loro, la mediocrità prevale. E' troppo chiedere che lo Stato e la legge si preoccupino di ristabilire le condizioni favorevoli all'esprimersi degli stravaganti e degli invasati che sentono di avere qualcosa da dire e da dare? (Articolo e foto: Alberto Palazzi) | |
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