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Giampaolo Pansa, giornalista appartenente da sempre alla comunità di opinione democratica, ha continuato a dare scandalo pubblicando il quinto libro (La grande bugia, Sperling & Kupfer, 2006) di una serie in cui ripropone all'attenzione un insieme di fatti, le vendette spontanee e illegali del dopoguerra su fascisti veri e presunti, e in cui prende sul serio, in termini quanto mai sanguigni, un'insieme di interpretazioni care alla sempreverde mentalità anti-antifascista: la retorica della Resistenza, il misconoscimento del consenso al fascismo prima e anche dopo l'8 settembre 1943, la "doppiezza" del PCI.

Riguardo a ciascuna di queste interpretazioni si potrebbe obiettare a Pansa che il suo radicalismo non è appropriato, perché in realtà gli aspetti controversi della Resistenza e della Liberazione sono stati dibattuti dalla storiografia italiana con tutta attenzione al dettaglio e tutta coscienza della complessità della vicenda: sicché ciò che sarebbe importante valutare è la qualità della cultura storica, non le semplificazioni dell'immagine popolare della vicenda. Questo è in generale lo spirito delle recensioni sfavorevoli a Pansa, di cui si può leggere una buona sintesi nelle considerazioni di Bruno Gravagnuolo su L'Unità del 10 ottobre 2006 (riprodotto in politicaonline.net.) E' anche molto equilibrato quanto osservato da Guido Crainz su La Repubblica dell'8 novembre 2006.

La polemica allora prende questa forma: se è vero ed è documentato che dopo il 25 aprile 1945 furono consumate vendette decise arbitrariamente su fascisti e presunti fascisti, con un numero di vittime stimabile tra novemila e ventimila, allora questo dato di fatto cambia il giudizio sul complesso del fenomeno della Resistenza? Autorizza a svalutare il senso della guerra di Liberazione, e a concedere alla nostalgia fascista la sempre agognata comparazione dei valori e dei morti?

Si potrebbe osservare che una cosa fu la guerra di Liberazione e un'altra la componente comunista e rivoluzionaria della Resistenza. Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 4 ottobre distingue così, in effetti, volendo vedere l'affaire sotto un angolazione non anti-antifascista, ma anticomunista: "Non risulta neppure un caso, infatti, di un commando azionista, socialista o cattolico, che settimane e settimane dopo la fine delle ostilità si sia recato a casa di qualcuno o lo abbia aspettato dietro una siepe, lasciandolo stecchito o facendone scomparire per sempre anche il cadavere. Ripeto, neppure un caso: come mai?". Ma anche questo aspetto della questione, storiograficamente interessantissimo, non fa luce sul carattere della polemica odierna. Sappiamo tutti da sempre che il Partito Comunista Italiano ha la sorte di dover essere giudicato dai fatti e non dalle intenzioni. La sua cultura specifica originaria, che andò via via estinguendosi durante i decenni del dopoguerra, fu utopica e semplificatoria, e quindi rivoluzionaria ed eversiva, mentre la sua prassi fina dall'inizio fu attenta alla realtà sociale e improntata dalla consapevolezza della necessità di difendere le istituzioni reali (e in fondo anche dalla consapevolezza di dover gestire il mito Sovietico come una sorta di sogno a occhi aperti). Ma il problema presente non è: perché in Italia vi fu un enorme consenso a un partito così diviso tra un'immaginazione rivoluzionaria (che nell'immediato dopoguerra conduceva i partigiani comunisti smobilitati a quegli atti arbitrari di vendetta) e una prassi infine sempre legalitaria e pragmatica. Questo problema storico, tuttora non risolto e aperto, è fondamentale perché l'Italia di oggi capisca il suo passato non lontano. Ma siccome il retroterra culturale utopico e rivoluzionario non esiste più da tanto tempo, questo aspetto non è il vero problema nella vicenda attualissima della denigrazione della guerra di Liberazione.

Il problema aperto del presente è che continuano sempre eguali le polemiche tra coloro a cui piace parlare male della Repubblica Italiana e a cui piacerebbe anche parlar bene del fascismo (e che, non trovando argomenti, si consolano parlando male dell'antifascismo e dei suoi specifici conformismi, secondo una stilistica che è immutabile dai tempi del Candido e del Borghese sino all'odierno Foglio), e coloro per i quali l'antifascismo coincide con un sentimento di appartenenza fondamentale, senza che nessuna delle due parti sia capace di oggettivare con chiarezza le proprie emozioni politiche connesse con la memoria della Liberazione.

L'equivoco di fondo è nell'immagine ideale di se stessa che la Repubblica Italiana ha avuto sin dall'inizio, rappresentandosi come nata da una sorta di palingenesi, senza continuità con il vecchio Regno liberale.

Il 1945 non fu l'anno della realizzazione di un'utopia, ma fu il momento del compimento di una restaurazione del modello di legalità pragmatica e esplicitamente intesa a controllare i conflitti senza riferimento a valori idealizzati che nacque nel Settecento e che andò in crisi nella epoca che va dal 1914 sino appunto alla fine della seconda guerra mondiale. I totalitarismi europei di quell'epoca sono stati eversioni di questo modello complesso e maturo di legalità in nome di altri più semplificati: per quanto diversa sia la loro origine, i modelli totalitari hanno avuto in comune il fatto di non dare luogo a istituzioni stabili perché sono stati soluzioni apparenti e retoriche dell'insieme dei conflitti sociali, dove la forma illuminista della legalità (che modernamente si chiama liberale e democratica) ha armi di neutralizzazione dei conflitti di tutt'altra efficacia, proprio perché il suo scopo esplicito è il controllo dei conflitti con accettazione consapevole della conflittualità sociale, e non la realizzazione di una giustizia sostanziale. Sicché la seconda guerra mondiale non fu affatto un'innovazione dei paradigmi politici, ma fu una restaurazione di quelli presistenti alla grande crisi della politica classica apertasi nel 1914: fu restaurazione in Occidente, con l'eliminazione dei fascismi, ma contro l'apparenza più immediata fu restaurazione anche in Unione Sovietica, con la trasformazione del sistema utopico rivoluzionario in regime autoritario e conservatore fondato sull'assoluta ortodossia rispetto a una carta costituzionale (seppure sui generis: quella del materialismo dialettico, ossia del marxismo nella revisione leninista ridotto a un canone rigido).

Però non fu questa l'interpretazione che la generazione della liberazione diede al proprio operato: la primavera del 1945, la liberazione dalla barbarie nazista e fascista, non ha potuto in generale dipingere se stessa per quello che era, restaurazione di una preesistente legalità pragmatica, ma ha dovuto trovare unità rappresentandosi come realizzazione di un qualcosa di idealizzato, di un valore superiore. E qui si trova il punto che differenzia l'Italia dagli altri paesi dell'Europa Occidentale che hanno conosciuto l'occupazione tedesca e la guerra di liberazione: in Italia il riferimento culturale e ideale della liberazione si è risolto unicamente nell'insieme dei valori umanistici dell'antifascismo, mentre negli altri paesi che hanno conosciuto l'occupazione nazista questo insieme di valori si è coniugato a una preesistente idea di fedeltà al proprio paese: l'ideale della patria, o della lealtà verso lo Stato. Fuori d'Italia, la resistenza antitedesca è stata sempre intesa come asserzione di valori umanistici che vanno oltre la forma presente dello Stato e della sua legalità, ma al tempo stesso come atto di fedeltà allo Stato e ai suoi simboli tradizionali: la Repubblica in Francia, la monarchia nei paesi europei del Nord. Invece, a motivo della grande complessità sociale italiana, e quindi della tradizionale debolezza dell'immagine dello Stato, la Repubblica Italiana non ha voluto rappresentarsi come recupero di un valore politico nazionale tradizionale da coniugare con le istanze progressiste nuove, e ha inteso se stessa come una palingenesi, piuttosto che come restaurazione della legalità evertita nel 1922.

Come conseguenza, cosa succede? Che in Italia l'immagine più approssimativa della liberazione è un altra: la Resistenza, affare dei comunisti, o comunque affare di un partito, di una mentalità particolare. Non tutti accettano e amano l'insieme dei valori umanistici moderni dell'antifascismo: questo è un dato di fatto, e bisogna accettarlo. Sicché, vi è da sempre una forte corrente di opinione che è prima di tutto anti-antifascista, e che di conseguenza sente il fascismo come una sorta di vecchio amore, magari considerato anacronistico e tramontato oggi, ma giudicato in qualche modo adeguato alla sua epoca. Questa corrente di opinione è sensibilissima ai caratteri di conformismo specifici del mondo antifascista, e ha sempre espresso questa sensibilità nella tradizione satirica ironica e superficiale che è l'unico genere letterario in cui eccelle.

Solo che nonostante la sua nullità culturale, l'opinione anti-antifascista riesce ad accreditare se stessa come luogo della tutela dei valori di legalità più fondamentali e più autentici di quelli dell'umanesimo antifascista, perché dato il suo generico tradizionalismo tendenziale ha sensibilità per il valore tradizionale della comunità nazionale, e quindi sa dare un senso di tutela e di sicurezza con cui l'umanesimo antifascista non riesce sempre a competere. Anzi, proprio a motivo della sua modernità, l'opinione antifascista diventa minoritaria non appena i suoi valori umanistici perdono di freschezza creativa e appaiono come ripetizioni di clichés e di discorsi già sentiti.

Il che è esattamente il fenomeno che sta avvenendo da parecchi anni in qua, e in certi momenti pare prevalere su ogni considerazione obiettiva. Professare l'opinione anti-antifascista comporta, a lume di semplicissima logica, la legittimazione nientemeno che del progetto nazista con i suoi annessi di genocidio e sterminio. Eppure quell'opinione riesce ad apparire come la custode autentica di valori legalitari tradizionali, attraverso un nesso meramente emotivo che non è possibile rendere esplicito, perché è falso e privo di ogni consequenzialità intrinseca. Il fascismo è eversione della legalità ed è persecuzione di nemici immaginari, eppure riesce ad apparire non tale in quanto si appropria dell'elemento tradizionale della fedeltà allo Stato che l'antifascismo italiano non ha saputo fare proprio.

E questa è la corda che viene stimolata dai libri di Giampaolo Pansa. Il problema specifico, quello dei diecimila o ventimila uccisi nelle azioni illegali dei partigiani comunisti smobilitati (mentre i partigiani "laici" non mostravano alcuna inclinazione per questo tipo di operazioni destabilizzatrici del nuovo Stato) fa parte del problema generale della storia politica italiana, ed è importantissimo per chi lo sente, ma non è affatto ciò che commuove l'entusiasmo anti-antifascista, il quale ha una sola idea cosciente, il vittimismo rispetto alla mitica egemonia culturale della sinistra, e sempre la stessa rappresentazione inconscia: la paura e il desiderio di trovare protezione in un'immagine retorica dei valori tradizionali.


(Articolo e foto: Alberto Palazzi)

Palermo

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