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E' sensato usare l'espressione risorgimento arabo?
Nelle Opinioni dell'Espresso n. 16 del 22 aprile 2006 leggiamo Corsa alla ricchezza e lotta alla povertà di Giorgio Bocca (disponibile anche su L'Espresso On Line). L'intenzione dell'articolo è di commentare amaramente la comune e grottesca ideologia del nostro tempo, per cui siamo tutti ritenuti in dovere di omaggiare l'eroismo della ricchezza e di venerare la moralità del denaro che fabbrica altro denaro, secondo il solito punto di vista di Bocca. Riguardo a questo argomento, ci si può consolare con l'ironia di Stendhal, che già molto tempo fa aveva dedicato un libricino ai "complotti" orditi contro la religione dell'arricchimento (ne riportiamo il riferimento tra i nostri classici). Ma in questo articolo di Bocca c'è l'uso di un'espressione che non si può accettare, e non tanto per polemica, ma perché comprende in sé un giudizio che è insostenibile e che è obiettivamente falso. Dice Bocca che "il risorgimento arabo e il terrorismo a cui affida le sue vendette e le sue speranze non nascono da...". Secondo Bocca, la politicizzazione eversiva della religione islamica che stiamo constatando in questi anni nasce a modo suo da una presa d'atto della sproporzione della distribuzione della ricchezza nel mondo, e questa interpretazione è anche discutibile. Ma non è questo che ora ci interessa. Ciò che vogliamo mettere in rilievo è che l'espressione risorgimento arabo non si può proprio utilizzare, perché è fuorviante, suggerendo un'analogia tanto ovvia quanto falsa con il risorgimento da cui nacque la nazione italiana nell'Ottocento, e con tutti gli altri risorgimenti e tutte le altre guerre di liberazione del recente passato. In generale, oggi non si fa nessuna attenzione al fatto che la questione della mentalità eversiva islamica ha dentro di sé due radici completamente diverse, due ordini di fenomeni dalle origini psicologiche eterogenee, i quali si incontrano determinando la situazione attuale di aggressività estrema senza obiettivi politicamente realistici. Anzi, i giudizi che si danno nei nostri giorni riguardo alle vicende dell'aggressività islamica rivelano proprio l'incapacità di vedere la situazione come prodotto di due elementi eterogenei, e ponendo tutta l'attenzione solo su uno dei due elementi faticano a raggiungere conclusioni coerenti. Il primo degli elementi macroscopici che determinano la attuale vicenda dell'aggressività islamica è la singolare capacità di conservazione culturale e di inibizione dell'evoluzione dei soggetti sociali che posseggono le istituzioni tradizionali islamiche e arabe. Tutte le regioni del mondo che vengono coinvolte dall'esportazione del modello europeo del rapporto tecnico con la natura e della politica legittimata pragmaticamente realizzano situazioni inedite e inimmaginabili a priori, più o meno sincretistiche tra le loro istituzioni di antico regime e il modello europeo di nuovo regime: lunga, immensa vicenda del nostro passato e presente. In questo processo, la regione islamica ha una capacità di conservazione culturale e sociale molto forte. Questo è un dato di fatto attestato da una vicenda ormai secolare, e visibile particolarmente nei paesi di lingua araba: i paesi di religione islamica ma di lingua di diverso ceppo sperimentano situazioni culturali e politiche loro proprie, talora più facilmente aperte al sincretismo come nel caso della Turchia, talaltra singolarmente radicali come nell'Iran dell'ultima generazione. Queste particolarità avranno le loro ragion d'essere, che per essere colte richiederebbero conoscenze molto profonde delle culture islamiche, arabe e non arabe. Accontentandoci di una prospettiva generica, potremmo dire che il primo elemento in gioco è l'eredità tradizionale delle istituzioni islamiche di antico regime, eredità che è particolarmente autoritaria e particolarmente capace di porre freni inibitori all'evoluzione sociale per ragioni storiche del tutto interne alla sua evoluzione, e quindi che è per se stessa origine di problemi di adattamento nella relazione delle società islamiche con il mondo esterno. Il secondo elemento macroscopico è l'emancipazione di fatto dei soggetti sociali rispetto alla lettera di questa tradizione. Tutte le cronache dei paesi islamici testimoniamo all'opinione pubblica del mondo (sempre meravigliata da questa rivelazione perché trincerata nello stereotipo del tradizionalismo islamico) che le società di quei paesi, nella vita quotidiana e nelle scelte più ovvie, rivelano molta più adesione ai valori grevi del consumismo estremo dei paesi opulenti, ai valori della modernità europea intesa grossolanamente, che non ai loro valori tradizionali autoctoni, per quanto questi siano onnipresenti e stimolino ovunque il ricordo di loro stessi. L'aspetto dell'adesione ingenua e spesso pacchiana ai modelli ricchi del consumismo è l'indicatore sintomatico del fatto che le società islamiche sono molto più emancipate di quanto non si creda rispetto alle loro istituzioni culturali tradizionali. Lo sono, perché la circolazione dell'immagine del modo di vita esterno emancipa per se stessa. La cosiddetta fede, l'adesione indiscussa ai principi del proprio sistema di riferimenti culturali non è un'opzione (come noi siamo soliti pensare, erroneamente, in quanto l'individualismo del cristianesimo è un'istituzione profonda della nostra cultura europea), ma è una condizione esistenziale necessaria quando la nostra esperienza non ci ha dato termini e mezzi effettivi di comparazione tra culture diverse. Allo stesso modo, il solo fatto di esperire la diversità tra culture getta il seme della coscienza critica che fa vedere la propria cultura come qualcosa di relativo. Così, le società islamiche in realtà sono piene di spinte verso la emancipazione dai loro vincoli tradizionali, e verso l'interpretazione delle loro eredità in chiave di relatività storica. E sono ricche di soggetti sociali nei quali la potenzialità di questa emancipazione è vissuta come un'esperienza emotiva lacerante: in particolare, questo accade nei soggetti sociali ai quali è negato di realizzare la propria ambizione di autoaffermazione, ed eminentemente ai ceti scolarizzati e istruiti ai quali i pesi concorrenti della scarsa o nulla vitalità economica e del conservatorismo sociale negano l'affermazione economica e professionale. Guardiamo al complesso della situazione: c'è l'inevitabilità dell'emancipazione dalla tradizione generata dalla circolazione dell'immagine superficiale del mondo esterno e dello stile di vita dei paesi ricchi; ci sono una vasta scolarizzazione ed acculturazione tecnica, ma una cultura umanistica chiusa in un tradizionalismo quanto mai povero di contenuti e quanto mai ripetitivo; e infine c'è la generalizzata scarsezza di vitalità economica che conduce a frustrazioni sociali dilaganti. In questo quadro, soprattutto in conseguenza della povertà sconsolante della cultura umanistica, non è difficile capire che i soggetti superficialmente emancipati si trovano a essere incapaci di agire politicamente in maniera realistica nei confronti delle gerarchie sociali interne alle loro società. Per questo accade ciò che abbiamo sotto gli occhi ormai da tanti anni: cioè che i soggetti sociali emergenti, influenti sul complesso dell'opinione pubblica nelle società islamiche, superficialmente emancipati e frustrati nelle loro ambizioni sociali, si politicizzano in una maniera nevrotica e incapace di obiettivi realistici. Questa maniera di politicizzazione ha le stesse e identiche radici psicologiche che condussero un secolo fa all'irrazionalismo bellicista e poi ai fascismi europei. Perciò l'islamismo di oggi potrebbe essere chiamato fascista proprio tecnicamente, e non polemicamente. E' solo l'apparenza delle parole d'ordine nevrotiche e retoriche che distingue il neotradizionalismo islamico d'oggi dai fascismi europei di ieri. In generale, questo neotradizionalismo si trova nell'impossibilità di assumere le parole d'ordine tradizionalmente fasciste, perché già consumate, perché per infiniti motivi non gli suonano appropriate a se stesso. Semmai se ne appropria a titolo di complemento, come nel caso degli eterni protocolli dei savi di Sion e dell'altra roba del genere che, come si sa, viene riproposta all'infinito nelle pieghe dei media neoislamici e filoislamici. Nella necessità di inventare qualcosa di apparentemente nuovo, la pulsione (tecnicamente detta) fascista dei ceti emergenti delle società islamiche ha generato l'odierno fenomeno dell'adesione letterale ai valori religiosi tradizionali. Tornando al tema iniziale, questo fenomeno non è proprio il caso di chiamarlo risorgimento, perché data la sua connaturata incapacità di definire realisticamente i propri obiettivi sociali non è mai capace di creare alcunché di stabile, ma è destinato ad essere un fattore di crisi permanente, fino a quando non abbia fatto esperienze maturanti che ripristinino il realismo politico. Al giorno d'oggi, non è dato a nessuno prevedere quale sarà il seguito della vicenda neoislamica: se essa sia predisposta a generare crisi violente di grande portata per tutto il mondo, o se invece non sia destinata ad essere assorbita dall'evoluzione sociale stimolata dall'esperienza di quest'ultimo trentennio e immaginare nuove politiche realistiche e compromissorie, come vi è il segnale nei paesi dove si stanno formano partiti politici islamici solidaristi che ricordano le vecchie democrazione cristiane europee. Passati quasi trent'anni dalla presa di potere dell'arcigno profeta iraniano, il mondo islamico potrebbe essere stanco di lutti, così come potrebbe avere radicalizzato la sua antica incapacità di neutralizzazione. Resta certo, che per potersi chiamare risorgimento, il neoislamismo dovrebbe mostrare un po' di realistica antipatia per i veri nemici delle società islamiche, cioè i loro centri tradizionali di potere: quello che non si vede mai. Non vogliamo contestare che anche il fenomeno islamico sia una reazione a una situazione esistenziale sociale percepita come intollerabile, e pertanto abbia la forza del fatto (che tra l'altro non ha mai senso giudicare moralisticamente). Però l'azione politica che cerca di istituire relazioni (più o meno polemiche) con il mondo islamico e neoislamico dovrebbe conoscere il fenomeno e capirlo esattamente per quello che è. L'incontro dei due fattori alla radice della situazione - conservatorismo tradizionale vero e eversione neotradizionale apparente - rende difficile giudicare. L'attenzione posta sulla dimensione tradizionale dà luogo al giudizio illuministico superficiale, che alla fine, come sappiamo, si mette in testa di esportare grossolanamente la "democrazia", mentre l'attenzione sul malessere esistenziale delle società islamiche interpreta gli eventi per analogia con i risorgimenti del passato, e riconosce al fenomeno islamico una capacità di progetto che esso non ha per nulla. La situazione complessiva è destinata a essere sempre fraintesa se non la si guarda come prodotto di queste due spinte. (Articolo e foto: Alberto Palazzi) | |
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