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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       
Una lettura insolita e interessantissima è La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti 1945-1956, di Mauro Boarelli, Feltrinelli, ottobre 2007.

La fabbrica del passato ci fa conoscere la pratica della redazione della propria autobiografia che fu obbligo per tutti gli iscritti al PCI nell'Italia del dopoguerra, per i più semplici militanti come per i dirigenti, fino a quando non tramontò assieme allo stalinismo, attorno al 1956. La fonte documentaria del libro è la ricca raccolta di autobiografie che proviene dalla scuola del PCI di Bologna (che fu la più importante scuola di partito dopo quella nazionale delle Frattocchie di Roma), ma la ricerca di Boarelli ci prospetta la possibilità di una comprensione del fenomeno comunista e delle sue radici che va molto oltre l'interesse di queste biografie dal punto di vista della storia strettamente politica. Queste autobiografie, racconti di persone semplici, se si leggono con sola attenzione alle tematiche della cronaca politica loro contemporanea confermano in modo generico quello che è già ben noto; e se invece si leggono come ha fatto Boarelli, ascoltando quello che i narranti rivelano di se stessi, allora aprono la possibilità di tornare a comprendere la motivazione di molte scelte che furono razionali e necessarie date le premesse esistenziali delle persone che le compirono. Il libro non è un saggio di storia politica, ma piuttosto è una visione del movimento comunista in termini di una profonda antropologia politica, e nasce dall'esigenza di avviare a un percorso di ricerca storica che si affranchi dalla banalizzazione corrente che intende la vicenda del movimento comunista come una sorta di fenomeno meramente criminale. Boarelli è consapevole che proprio noi italiani avremmo oggi la necessità di raggiungere un giudizio più maturo su questa parte del nostro passato, e nell'Introduzione ci avverte che stiamo pagando un prezzo di civiltà accettando acriticamente la vulgata dominante.

La ricerca di Boarelli non contiene apologia, non ricorre a facile moralismo, non indulge alla retorica del mistero: ci fa sentire la scelta delle persone come un fatto umano, consono all'esperienza che esse vissero. Il fondo archivistico comprende più di 1200 biografie, e talune hanno più redazioni: la pratica dell'autobiografia serviva a ciascuno per definire la propria identità di militante, e le successive riscritture corrispondono al raggiungimento di determinati obiettivi di maturazione personale. La prassi dell'autobiografia rispondeva alle necessità di una pedagogia autoritaria, verso la quale si avvertì qualche voce critica anche prima del suo tramonto nel 1956. Vi sono tracce di questa prassi anche al tempo della guerra di Liberazione, ma lì l'autobiografia sembra funzionale a semplici esigenze pratiche di controllo dei precedenti politici di chi voleva unirsi alla lotta e non mostra i caratteri di controllo delle coscienze che invece sono lampanti nelle autobiografie della guerra fredda e nelle critiche e censure a cui esse erano sottoposte dai dirigenti della scuola di partito.

Certamente era una prassi impressionante di controllo autoritario; sarebbe errato però volervi vedere una contrapposizione netta tra dominanti e dominati, tra controllori che considerano se stessi dei maggiorenni, a cui spetterebbe la tutela, e controllati minorenni. L'autobiografia riguardava tutti, e tutti erano egualmente persuasi della necessità di tollerare grandi rinunce alla propria individualità e ai tratti spontanei del proprio carattere per omologarsi allo stile di pensiero della grande comunità emarginata, o autoemarginata, del partito, fuori della quale vi era solo il pericolo del ritorno a una condizione di subalternità disperatamente priva di identità umana. Coerentemente, il fondo archivistico comprende anche l'autobiografia del secondo direttore della scuola, Memo Gottardi, uomo di durissima osservanza stalinista e segnato dalle esperienze più importanti della vita militante, e che sperimentò l'emigrazione in Unione Sovietica e la detenzione nelle prigioni dell'Nkvd tra il 1938 e il 1940, nel periodo più intenso delle persecuzioni estese agli elementi politicamente fedeli.

Le autobiografie differiscono per il livello dell'acculturazione degli autori - rudimentale in taluni, discretamente educata dalla scuola in altri, e per la loro diversa sensibilità individuale. Il punto sul quale più d'uno dissente dalla dottrina del partito è quello della parità dei sessi, che qualcuno respinge grossolanamente:

Considero le donne un essere meno inteligente in confronto dell'uomo, perché le donne fanno delle cose che luomo senz'altro non le farebbe. [p. 168 - sic gli errori di ortografia]


Un altro invece vi riflette e riconosce l'errore dentro di sé:

Non mi sento di affermare di considerarla [la donna] allo stesso livello dell'uomo inquanto temo di non esercitarlo nella pratica. Sono sinceramente convinto però della logicità della nostra dottrina nei confronti della donna. [p. 168]

Questi sono aspetti ancora marginali e folklorici. Ciò che è invece estremamente interessante nelle autobiografie, è che tutte ci indicano che la militanza comunista ha inizio in un momento di acquisizione di capacità critica che sottrae l'esistenza al grigiore doloroso di una subalternità subita come una condizione naturale e ineluttabile. Racconta di sé un testimone:

Nato da una famiglia colonica in uno dei Paesi più remoti nel Comune di R. al quale vissi fino ai 17 anni fece sì che arrivai a quelletà senza avere una chiara concezione di che cosa era la vita e il mondo. Vissuto in un luogo lontano dai centri più piccoli della montagna si sviluppò in mè fin dalla più tenera età un carattere molto solitario e taciturno. [p. 139 - sic gli errori di ortografia]

Una solitudine che fa pensare all'angoscia dei personaggi di Fenoglio, affascinati dalla tentazione di sprofondare nel gorgo del fiume, e trattenuti al mondo soltanto dall'invincibile istinto del voler vivere. Ma qui un'altra persona ci mostra una via d'uscita diversa, l'immaginazione di uno stato di cose che redime da questa taciturna solitudine, e che materialmente viene collocato, come è ovvio, nella favolosa Unione Sovietica:

...nella mia fantasia immaginavo un grande Paese dalla gente simpatica, intelligente e buona, che tutti si volevano bene, e quando si incontravano anche se non si conoscevano si salutavano, e si davano del tu... [p. 139]

Boarelli osserva che scoprire "un legame comunitario con persone lontane e sconosciute … può sembrare scontato, ma non lo è". Acquisire percezione della sincronia, imparare a pensare che nel mondo vi sono persone che hanno problemi analoghi ai nostri, distinguere ciò che è comune da ciò che è contingentemente diverso: tutto ciò non è ovvio, ma è una scoperta nella quale si realizza una maturazione umana che poi diviene un patrimonio irrinunciabile. Ed è per questo che la vera illuminazione da cui ha inizio ogni militanza comunista non è un'eclissi delle facoltà raziocinative, ma è un loro manifestarsi, che genera una prospettiva schematica e inadeguata alla complessità del mondo sociale, ma pure resta un momento vero di emancipazione e di riscatto umano. Così le militanze iniziano con la percezione confusa di un disagio che indica la necessità di prendere una posizione non conformista, e finiscono con il raggiungimento di una capacità di oggettivazione della propria condizione, ovviamente attraverso le categorie rigide e schematiche della ortodossia dottrinale trasmessa dall'esperienza politica. La condizione iniziale, quella della percezione del disagio, è descritta da tutti gli autori come un istinto, o con una perifrasi analoga, come nel caso di un autore che nacque in un ambiente antifascista "quasi senza sapere il perché":

Vengo da una famiglia contadina, antifascisti ma quasi senza sapere il perché e io sono cresciuto sotto a questo sistema finché l'Italia fu invasa dalle truppe tedesche. [p. 91]

L'acculturazione che porta a coscienza questo istinto avviene attraverso la scoperta del libro; numerose testimonianze ci ricordano l'enorme fortuna di tre romanzi, Il tallone di ferro di Jack London, Furore di Steinbeck e La madre di Gor'kij: la rappresentazione convenzionale della struttura della famiglia in quest'ultimo romanzo è congeniale perché è congruente con le strutture sociali rurali di cui i lettori avevano esperienza, e diventa un paradigma attraverso il quale narrare e comparare le proprie vicissitudini. Al termine vi è il raggiungimento della capacità di pensare in termini marxisti. Una testimone ci dà un compendio della propria formazione che nella sua brevità è estremamente articolato ed emblematico:

Da giovinetta credevo in un ente miracolistico pur disprezzando la figura del prete, la guerra mi ha reso perplessa di fronte a questo potere ed il Partito mi ha resa cosciente che i problemi sociali si risolvono solo con le capacità di lotta della classe operaia. [p. 201]

Esprimendosi così, la persona sapeva che il suo percorso sarebbe stato capito da tanti altri che avevano avuto esperienza analoga. Il primo riferimento culturale ricevuto, quello della religione cattolica, già nell'adolescenza si era dissolto attraverso una critica razionalistica che però, come di consueto accade, aveva una duplice radice. Da una parte, un percorso di riflessione logica aveva condotto la "giovinetta" a rifiutare criticamente la rivelazione e la religione positiva per formarsi il concetto astratto di un Dio razionale, al quale essa non sapeva riferirsi se non con la denominazione ingenua di "ente miracolistico", ma che nondimeno era appunto un "ente", un concetto prodottosi come risultato di uno sforzo astrattivo che gli ha tolto i caratteri determinati e materiali del culto religioso. D'altra parte, questa critica era messa in moto da un intento politico e polemico nei confronti dell'istituzione sociale della religione, l'oggetto della polemica era il "prete" assieme al suo "potere", e la testimone rimaneva incapace di distinguere i due piani di motivazione (niente affatto diversamente da quanto accade ancora oggi a molti). Dopo questo però la testimone ci mostra di avere fatto proprio l'insegnamento della filosofia della praxis, e di avere compreso e accettato la teoria marxista (per noi ovviamente disputabile) secondo cui i problemi razionali e astratti sono insensati in quanto sono sovrastrutture, e sono mere rappresentazioni metaforiche di conflitti economici. Si dirà che l'espressione della testimone, "i problemi sociali si risolvono solo con le capacità di lotta della classe operaia", è la recita di una formula rituale, e che è stata inculcata in una persona bisognosa di un simile punto riferimento. E certamente la formula è una semplificazione; ma la testimone la sente come un'ulteriore maturazione della sua critica alla religione, e così si mostra cosciente del fatto che questa semplificazione da lei non è stata accettata conformisticamente, ma è stata fatta propria in un percorso di crescita; e la formula è una categoria di riferimento per mettere ordine nella propria esperienza umana, conquistata a prezzo di un lavoro faticoso, e che proprio per questo a lei appare come una verità lampante.

Così queste biografie in genere sono la testimonianza di un percorso di emancipazione in cui l'aspetto economico riceve scarsissimo interesse e rilievo - in fondo, l'unica esigenza prettamente economica che viene espressa da tutti i loro autori è quella di affrancarsi dalla miserabilità assoluta, dalla privazione dei mezzi di sussistenza elementari - e che ruota intorno alla costruzione di un'identità umana, in cui la persona si fa capace di interpretare logicamente il suo mondo, e così si rende degna del rispetto di sé. E questo è il fattore fondamentale che non deve scomparire dalla nostra attenzione, se vogliamo che la storia del fenomeno del comunismo nel Novecento si elevi a una capacità di giudizio priva di retorica moralistica.

(Recensione: Alberto Palazzi)


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