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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       
L'espresso di questa settimana (6 febbraio 2007) intitola i "I baroni rampanti" e continua il discorso iniziato un po' di tempo fa con "La mafia dei baroni", facendoci ricordare la realtà perenne delle clientele nei concorsi universitari, e aggiungendo il sospetto che oggi le cose vadano anche peggio che in passato. Secondo due professori (Giaquinta e Guerraggio) che hanno pubblicato un saggio sul fenomeno, "La situazione non sembra migliorata: baroni per baroni, sistema mafioso per sistema mafioso, forse i vecchi 'mandarini' sapevano maggiormente conciliare il loro interesse con quello generale. La difesa delle posizioni conquistate dal 'gruppo' riusciva, in parte, a diventare anche fattore di progresso. Sicuramente più di quanto accada adesso".

Per non perdere tempo né in deplorazioni moralistiche né nell'illusione che le inchieste giudiziarie dall'esito necessariamente controverso che ogni tanto si aprono sui concorsi universitari possano portare soluzioni strutturali al problema, bisogna mettere a fuoco che per uscire dalla secca di questo problema annoso il nostro sistema universitario dovrebbe far proprio il principio che chi intraprende la carriera universitaria deve sempre essere giudicato da commissioni o da autorità che non hanno legami personali con il candidato. Altrimenti, il sistema di selezione dell'università diventerà sempre di più un meccanismo di selezione dei mediocri a scapito dei migliori, del tutto a prescindere dal problema particolare dei rapporti clientelari. Cioè, il sistema sceglierà sistematicamente i mediocri e non i migliori anche dove la propensione ai rapporti clientelari non è particolarmente elevata.

La ragione per cui ciò accade risiede nella struttura della società di oggi. Per capire questa malattia, bisogna prendere atto che le persone che si innamorano dell'idea di dedicare la vita alla ricerca e all'insegnamento universitario hanno due specie di carattere. C'è gente ingegnosa e stravagante, che non necessariamente è geniale, ma potrebbe esserlo, e che maturando potrebbe rendere moltissimo. Accanto a questi, c'è gente il cui cervello macina nozioni e principi di scienza, e magari ha tanta memoria e discreta logica, ma è troppo brava e rispettosa di ciò che sente dire per essere mai inventiva, e inclina a credere senza vaglio critico tanto alle idee vecchie come il cucco quanto a quelle dell'ultima moda, non vedendo mai le vere tendenze sotterranee ai cambiamenti di prospettiva culturale. Ci sono, insomma, gli ingegnosi e ci sono i bimbi bravi. Ma quando i giovani hanno l'età in cui si comincia il calvario di pene infernali della carriera universitaria, cioè circa venticinque anni, entrambi i tipi non sono ancora perfettamente maturati, e per quanto i loro caratteri siano già indelebilmente definiti, non è facile distinguerli dall'esterno.

Ora, la situazione è questa: gli organici universitari sono cronicamente pieni, la vita media è terribilmente elevata, le morti accidentali sono poche, e un giovane che voglia arrivare ad avere un incarico universitario deve iniziare il calvario ben noto dei piccoli incarichi precari e retribuiti malamente, recitando mentalmente l'inconfessata preghiera "speriamo che qualche professore crepi (ma non il mio)"; non sapendo che fine farà, il giovane pretendente vive questa epoca della sua vita in un perenne stato ansioso che lo rende sempre meno critico, più credulo, e sempre più stupidamente vanesio e più competitivo con i suoi compagni di sventura.

In questo quadro di cose, accade che gli ingegnosi possono mettersi a fare anche altre professioni, mentre i bimbi bravi hanno molta più difficoltà a competere fuori del mondo universitario e della mentalità accademica, che è l'unico di cui hanno esperienza. E così, piano piano, i bimbi bravi vincono sempre la gara con gli ingegnosi, gli ingegnosi gettano la spugna, e l'università sperimenta l'impoverimento culturale che è riconosciuto da tutti quelli che si occupano di questo problema, tanto che al riguardo non vi è discussione.

Questo esito, per cui gli ingegnosi perdono e i bimbi bravi vincono mentre diventano sempre più cattivi, è inevitabile fino a quando il sistema di reclutamento si basa sul precariato e sull'incertezza delle prospettive. Immaginiamo che un professore anziano ed esperto, membro di commissione chiamato a giudicare quelli che vogliono entrare e andare avanti nell'università, sia una persona priva della debolezza di ascoltare l'adulazione di cui sono sempre prodighi i mediocri, e sia sinceramente intenzionato a mandare avanti i migliori. Anche volendo, come giudice premierà i bimbi bravi, perché li avrà sempre intorno, perché saranno loro a farsi vedere ogni giorno e in ogni occasione, chiedendo di essere mandati avanti, mentre gli ingegnosi stravaganti si disgusteranno virilmente del sistema, e ne usciranno per andare ad esercitare una professione diversa, magari arricchendosi, e tuttavia con il rimpianto per una vocazione scientifica sprecata.

Per questa ragione, la prima delle riforme da fare nell'Università sarebbe quella per cui chi concorre a cattedre sia giudicato da qualcuno che non lo conosce personalmente, e soprattutto che non gli è stato superiore nei lunghi anni del suo precariato. Altrimenti, i rapporti clientelari e la selezione dei mediocri si verranno necessariamente sempre a ristabilire da soli, magari anche soltanto a causa della pietà per chi si è visto penare lunghi anni di povertà e di frustrazioni.

(Articolo e foto: Alberto Palazzi)

Carriera Universitaria?

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