![]() |
![]() www.zonabit.it: Applicazioni di Intelligenza Artificiale
|
![]() La crisi della politica classica nel Novecento |
||||||
|
Rocco Buttiglione e Paolo Flores d'Arcais attorno a Pasqua hanno bisticciato (su La Repubblica del 7 e 8 aprile) attorno al diritto naturale, mirando ovviamente a parlare dei Di.Co. E' curioso che ciascuno dei due abbia usato argomenti che sarebbero stati più appropriati in bocca all'altro. Buttiglione per sostenere il diritto naturale ha utilizzato un passo di San Tommaso dal sapore molto pragmatico e niente affatto giusnaturalistico, e Flores ha risposto con una critica tipicamente giusnaturalistica di taluni istituti tradizionali, taluni tramontati come l'antropofagia, talaltri ancora appartenenti alla coscienza giuridica dei nostri tempi, come l'esitare davanti all'eutanasia.
Per ragionare con metodo su una questione come quella odierna dei Di.Co., bisogna tenere a mente che attorno ai problemi di questo tipo ci sono due dialettiche sempre in gioco, non una sola. Una è la dialettica tra le ragioni della conservazione di istituzioni dall'origine spontanea (antiche e accettate in maniera abitudinaria e irriflessa) e tra le ragioni dei diritti di origine moderna, nati da un'elaborazione culturale cosciente di sé. L'altra è la dialettica tra l'idea di poter dimostrare in maniera razionale e certa taluni principi fondamentali di diritto, e la frustrazione di questo tipo di certezza, che deriva dal riscontro del fatto che ogni principio di diritto apparentemente assoluto e certo prima o poi si mostra evanescente perché relativo a un dato momento storico e a un dato ambiente sociale. La prima dialettica (fortemente politica e conflittuale) è quella tra tradizionalismo e illuminismo, la seconda (più accademica e meno politica) è la dialettica tra il diritto naturale e il suo opposto, che è sempre un punto di vista pragmatico: giusto non è ciò che si dimostra tale, ma è ciò che spegne i conflitti tra gli uomini, e accontenta l'umanità che alla fine vuole vivere. Sicché i punti di vista possibili non sono due, ma quattro: si può militare a favore della tradizione o della sua negazione illuministica, e in entrambi i casi si può ritenere di essere nel giusto per ragioni giusnaturalistiche, oppure pragmatiche. San Tommaso usava pensare a fondo sulla struttura delle cose umane, e perciò fu un grande filosofo e non soltanto un funzionario della Chiesa, e perciò raggiunse momenti di capacità critica che superavano i valori determinati della sua epoca e dalla sua Chiesa. Egli intravide in maniera embrionale, dati i suoi tempi, ma genialmente spregiudicata che alla fine dei conti il diritto non si può concepire se non pragmaticamente: "lex est quaedam hominis ad hominem proportio quae servata societatem servat, corrupta corrumpit", "la legge è un qualsiasi modo di relazione tra gli uomini, il quale se conservato conserva la società, e se perduto la manda in rovina". Il che è tutt'altro che un punto di vista giusnaturalistico, perché la premessa di ogni vera concezione naturale del diritto è avere la persuasione che un certo principio determinato sia comandato letteralmente dal cielo oppure dalla natura delle cose, e che valga assolutamente. Il che può essere l'idea di mandare al rogo gli eretici come il suo opposto illuminista: ciò che qualifica il giusnaturalismo come tale non è il contenuto dei propri principi, ma la persuasione che essi valgano assolutamente e non siano relativi a un certo ambiente storico e a una certa configurazione della società umana e dei suoi conflitti. E infatti, il liberalismo moderno e l'illuminismo, in quanto sono stati certi dei propri principi, sono stati abbondantemente giusnaturalisti, come Buttiglione sa e ci ricorda. Poi però Buttiglione fraintende il suo San Tommaso, perché non si accorge che la capacità astrattiva dell'Aquinate contiene proprio il seme della dissoluzione critica dell'idea del diritto naturale: la legge è "quaedam hominis ad hominem proportio", un qualunque modo di relazione che serve a conservarci vivi, non un dato principio assoluto e certo. Flores se ne accorge ancora meno, rispondendo con un'apologia tipicamente giusnaturalistica dei valori del mondo moderno. Queste confusioni ci aiutano a capire che attorno ai Di.Co. vi è una dialettica politica tra l'esigenza di coprire determinati bisogni umani adeguando la legislazione che li riguarda, e tra la ripugnanza a farlo determinata dal desiderio istintivo di essere protetti da istituzioni tradizionali. Bisogna sapere quello che si vuole. Entrambi i punti di vista possono essere sostenuti con motivazioni pragmatiche oppure giusnaturalistiche: il centro della questione non sta in questo problema di metodo. Infine, per non peccare di ingenuità, anche se qui non è pertinente, vale la pena di ricordare che la questione Di.Co. rivela un'altra dialettica ben più triste e più generale: quella tra le potenzialità della società italiana (che vorrebbe vivere) e la sua classe politica gerontocratica, che drammatizza le cose semplici in modo da aver occasione di mostrarsi viva. (Articolo e foto: Alberto Palazzi) | |
![]() | |
| HOME |