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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       
Volendo tentare di collocare la vicenda italiana dell'anno ribelle 1977 in una prospettiva un po' più ampia, vale la pena di notare che quell'anno si trova all'incirca sullo spartiacque di due periodi trentennali, contando a partire dalla pietra miliare del 1945. Le due generazioni del dopoguerra hanno avuto stili molto diversi l'una dall'altra. La prima è stato intensamente creativa e ha esplicitato tutte le potenzialità culturali del Novecento, nonché i suoi errori. La seconda si è addormentata nella culla del suo patrimonio di benessere e non ha prodotto più nulla di importante: ha mandato avanti un'evoluzione della vita economica, della tecnologia e delle istituzioni politiche, come pure dell'arte e della cultura umanistica, secondo quanto era già scritto nelle sue premesse, ma non ha scritto un solo libro che sia sospettabile di divenire un classico. Questa generazione, la generazione culturalmente sterile, che nei nostri anni comincia ad avviarsi al pensionamento, ha ereditato un capitale di idee e di visioni talmente ricco e complesso per cui in fondo si comprende come mai essa non abbia avuto stimolo a inventare nulla. Il suo compito era quello di appropriarsi e di interiorizzare e di trasformare la cultura della mondo moderno in istituzione, piuttosto che di inventare e sperimentare.

Ma, proprio per il suo carattere intrinsecamente conservatore e poco innovatore, la seconda generazione del dopoguerra ha avuto un problema suo particolare: quello di non saper dare un oggetto alle ambizioni e ai bisogni di affermazione delle persone. Sicché, come si sa e come si ripete dappertutto, nei nostri anni il bisogno umano di identità sociale e culturale si è espresso in forma di individualismo marcatamente egoista e fine a se stesso, incapace di darsi scopi che trascendano il singolo: fenomeno che non compreso nella sua ragion d'essere dà luogo alle diagnosi e alle prognosi apocalittiche che siamo abituati a sentire un po' dappertutto, e che invece è semplicemente un anello della catena delle follie degli uomini in questo mondo.

Ciò detto, i protagonisti dell'anno ribelle '77 sembrano un po' i profeti dello stile di vita che si sarebbe visto trionfare di lì a poco, nonostante la prima apparenza indichi il contrario. Immensamente ambiziosi, privi di scrupoli, dotati di un'acculturazione di scarso spessore e di scarsa memoria, e già molto predisposta all'inconveniente dell'ottusità da eccesso di specializzazione, sembra come se avessero fiutato il vento dell'estremo individualismo a venire, e però lo avessero interpretato attraverso la rincorsa mitologica di un paradigma culturale che era al tramonto, quello della palingenesi politica. Sembra come se l'avessero fatto perché non avevano la capacità di inventarsi uno stile di vita adatto al loro vero bisogno, che era quello di trovare una maniera di sopportare l'esistenza individuale in un'epoca in cui sarebbe mancata la risorsa del sentirsi partecipi dell'evoluzione dell'umanità vista in genere.

Il '77, virulento quanto superficiale, non ha lasciato nessuna eredità, ma è stato un indicatore interessante del mutamento di stile che separa le due generazioni del dopoguerra. Facendo astrazione rispetto ai contenuti culturali espliciti e consapevoli, riusciamo a vedere che tra i vacui rivoluzionari degli anni '70 e i vacui yuppies degli '80 c'è stato molto in comune, c'è stato lo stesso problema: quello di rendersi tollerabile l'esistenza in un mondo a cui è stata già data forma dai propri padri, e in cui non si sa cosa inventare per adeguarlo a se stessi.

(Articolo e foto: Alberto Palazzi)


Edonismo forse? Prima e dopo?

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