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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       

Perché i maiali non hanno le ali? (Why Pigs Don’t Have Wings) è l'articolo di Jerry Fodor apparso sulla London Review of Books il 18 ottobre 2007 che ha sollevato clamorose proteste da parte del darwinismo ortodosso. Eppure, ci è spiegato razionalmente in che cosa consista l'attuale crisi metodologica del Darwinismo, e ci è mostrato che questa crisi non ha nulla a che fare con le fantasie da pinzoccheri "creazionisti" di cui si legge nei giornali:

Perché i maiali non hanno le ali di Jerry Fodor

Per lo standard di Wagner, I maestri cantori di Norimberga sono un'opera piuttosto allegra. L'azione segue uno schema antichissimo, quello del complotto per favorire un matrimonio: risolvere i guai dell'eroe e dell'eroina e farli sposare con l'augurio di essere felici per sempre. Ci sono però correnti trasversali e correnti sotterranee che rendono il libretto dei Maestri cantori più sottile di quanto siano di solito i libretti delle opere. Tuttavia Nietzsche non è nell'aria e non muore nessuno; lo spirito dell'opera è più vicino al Barbiere di Siviglia che all'Anello dei Nibelunghi. Nondimeno, il vecchio Hans Sachs, figura tutelare i cui benevoli interventi rendono meno aspre le vicissitudini dei due innamorati, nella prima scena del terzo atto canta un'aria in cui esprime una riflessione amara sulla condizione umana. L'aria arriva di sorpresa:

Wahn! Wahn!
Überall Wahn!
Wohin ich forschend blick',
in Stadt- und Weltchronik,
den Grund mir aufzufinden,
warum gar bis aufs Blut
die Leut' sich quälen und schinden
in unnütz toller Wut!
Hat keiner Lohn
noch Dank davon:
in Flucht geschlagen,
wähnt er zu jagen;
hört nicht sein eigen Schmerzgekreisch,
wenn er sich wühlt ins eig'ne Fleisch,
wähnt Lust sich zu erzeigen!

Follia! Follia!
Ovunque follia:
dove indagando io guardi,
nella cronaca della città, o nella cronaca del mondo,
per scoprir la ragione
onde fino a sanguinare
la gente si travaglia e si tortura
in vano folle furore!
Nessuno n'ha vantaggio
né gratitudine:
inseguito in fuga,
immagina ciascuno d'inseguire;
né ode il grido del proprio dolore;
quando fruga nella propria carne,
crede di procurarsi piacere.


I fans di Wagner si domandano da sempre cosa sia saltato in mente in quel momento a Hans Sachs, e il resto dell'opera non ne dà spiegazione (nella seconda scena dello stesso atto Hans Sachs torna al suo lavoro, cioè a darsi da fare affinché Walther si prenda la sua Eva e viceversa). Ovviamente Hans Sachs non è stato il primo a chiedersi perché siamo così inclini a renderci infelici, e la questione continua ad essere pertinente. Abbiamo appena visto il finale di un secolo terribile, e forse in vista c'è di peggio. Perché ci è così difficile essere buoni? Perché ci è così difficile essere felici?

Una cosa, almeno, ha trovato sempre concordi quasi tutti: non ci possiamo aspettare molto aiuto da parte della scienza. La scienza riguarda i fatti, e non le norme; potrebbe dirci come siamo fatti, ma non può dirci ciò che è sbagliato nel nostro modo di essere. Non può esistere una scienza della condizione umana, come tutti sappiamo da quando Hume ci ha insegnato che il deve (ought) non si può dedurre mai dall'è. Di recente, tuttavia, questo assioma di Hume è stato messo un dubbio, ed è parso emergere un consenso attorno a un'idea diversa: Hans Sachs è in diritto di essere preoccupato, e siamo tutti un po' pazzi, però per ragioni che Darwin e la teoria dell'evoluzione sarebbero capaci di rivelare. Ciò che sarebbe sbagliato in noi è che il tipo di mente che abbiamo non è evoluto per far fronte al tipo di mondo in cui viviamo. Il nostro tipo di mente è stato selezionato per risolvere il genere di problemi che affrontavano i nostri antenati cacciatori-raccoglitori circa trentamila anni fa; problemi che sorgono per piccole popolazioni che cercano di sbarcare il lunario e di riprodursi in una ecologia di risorse scarse. Ma, ovviamente, questo tipo di mente non funziona molto bene nel Lower Manhattan del terzo millennio, dove di popolazione ce n'è quanta se ne vuole e c'è un caffè Starbucks a ogni isolato, e dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di evitare il traffico, di trovare un mediatore di investimenti che non sia un imbroglione, e di non avere più figli di quanti ci si possa permettere di mandare all'università. Non è che i nostri problemi siano più difficili di quelli dei nostri antenati; dopo tutto, quale sarebbe il criterio per il paragone quantitativo? E' piuttosto l'attrezzatura mentale che abbiamo ereditato da loro che non è adeguata a ciò che stiamo cercando di farcene. E così non c'è da stupire che ci faccia diventare pazzi.

Questa idea (picture) - che le nostre menti si siano formate da processi di adattamento evolutivo, e che l'ambiente a cui si sono adattate a non sia quello che noi ora abitiamo - negli ultimi tempi ha goduto di stampa straordinariamente favorevole. Il darwinismo è sempre stato un argomento di cui parlare, perché è sembrato più vicino a quello che è veramente importante rispetto alla maggior parte delle altre branche della scienza: la botanica, per esempio, o l'astronomia o l'idrodinamica. Ma se questa nuova linea di pensiero in qualche modo fosse nel giusto, il darwinismo sarebbe ancora più importante di quanto non si pensi. Quello che diede fastidio alla maggior parte dei critici di Darwin, a suo tempo, fu il suo modo di concepire la filogenesi della nostra specie: essi non apprezzarono l'idea di essere solo uno tra i tanti rami dell'albero evolutivo, e ancora meno apprezzarono di avere dei babbuini nella loro ascendenza. La storia dello strepito conseguente divenne leggendaria, ma ormai l'argomento è esaurito. Tranne forse nelle campagne remote del Midwest americano, la concezione darwiniana della storia della nostra specie è una base salda di tutte le discussioni civili, e così deve essere. La sua evidenza supera ogni obiezione.

Ma la teoria dell'evoluzione di Darwin ha due parti. Una è il noto rendiconto storico della nostra filogenesi; l'altra è la teoria della selezione naturale, che pretende di caratterizzare non solo il meccanismo della formazione delle specie, ma anche quello di tutti i cambiamenti evolutivi nelle proprietà innate degli organismi. Secondo la teoria della selezione, il 'fenotipo' di una creatura - l'inventario dei suoi caratteri ereditari, tra cui, in particolare, i suoi caratteri ereditari mentali - è un adattamento alle esigenze della sua situazione ecologica. L'adattamento è un nome per il processo mediante il quale le variabili ambientali selezionano tra le creature di una popolazione quelle le cui proprietà ereditarie sono più adatte per la sopravvivenza e per la riproduzione. Quindi la selezione ambientale secondo la capacità di adattamento è il processo per eccellenza che fa germinare l'albero evolutivo (con precisione quasi assoluta).

Le due metà della sintesi darwiniana sono pressoché sempre asserite senza distinguerle l'una dall'altra: e invece è importante accorgersi che la filogenesi potrebbe essere vera anche se non lo fosse la teoria dell'adattamento (adaptationism). Almeno in linea di principio, potrebbe rivelarsi che nel nostro albero genealogico ci sono effettivamente i babbuini, ma che la selezione naturale non è il motivo per cui essi ne fanno parte. La spiegazione darwinista dei mali che ci affliggono dipende dalla teoria dell'adattamento piuttosto che dalla filogenesi. Si dice che il nostro problema sia che il tipo di mente che abbiamo è un anacronismo, e che è stato selezionato da una situazione ecologica che non esiste più. Di conseguenza, se la teoria della selezione naturale risultasse non essere vera, mancherebbe il terreno sotto i piedi anche alla diagnosi darwinista del nostro malessere. Se i fenotipi non fossero affatto prodotti di selezione, non ci sarebbe nemmeno nulla per cui essi sarebbero selezionati. E questo varrebbe per i fenotipi psicologici come per tutti gli altri.

In effetti, un numero apprezzabile di biologi perfettamente ragionevoli sta cominciando a pensare che la teoria della selezione naturale non può più essere data per scontata. Finora si tratta di fuscelli trasportati dal vento, ma non è fuori discussione che una rivoluzione scientifica - o almeno una grande revisione della teoria evoluzionistica - non si stia mettendo in moto. A differenza della storia per cui la nostra mente sarebbe un adattamento anacronistico, questa nuova tendenza non pare essere stata notata fuori degli ambienti professionali. L'aspetto ironico è che proprio adesso che la teoria della selezione naturale è diventato un articolo di cultura pop, essa si trova di fronte a ciò che potrebbe essere la sfida più seria che ha dovuto fronteggiare finora. E' un detto usuale dei darwinisti che la teoria dell'adattamento sia la migliore idea che uomo abbia mai avuto. Sarebbe una bella barzelletta se la migliore idea che uomo abbia mai avuto risultasse non essere vera. Ma molta parte della storia della scienza consiste in questa specie di scherzo giocato dal mondo alle nostro teorie più care.

Due tipi di considerazione minacciano ormai di rimuovere la selezione naturale dalla sua posizione al centro della teoria evoluzionistica; una è più o meno concettuale, l'altra è più o meno empirica.

La questione concettuale. Probabilmente vi è un equivoco nel cuore della teoria della selezione, e il conseguente slittamento della sua massa lungo la crepa (faultline) di questo equivoco rischia di far cadere l'intera struttura. Questo è il problema: potete leggere la teoria dell'adattamento come se dicesse che gli ambienti selezionano le creature per la loro idoneità; oppure potete leggerla come se dicesse che gli ambienti selezionano certi caratteri per la loro idoneità. Sembra che la teoria debba essere interpretata in entrambi i modi, per riuscire a fare il lavoro che le si richiede: da un lato, le forze di selezione devono agire su creature individuali, poiché sono le creature individuali che vivono, lottano, si riproducono e muoiono. D'altra parte, le forze di selezione devono agire sui caratteri dal momento che a cambiare sono i fenotipi - gli insiemi di caratteri ereditari - ovvero ciò la cui evoluzione la teoria della selezione pretende di spiegare. Non è ovvio, tuttavia, che la teoria della selezione sia in grado di sostenere entrambe le letture in una sola volta. Forse la veduta condivisa tra i darwinisti è che i fenotipi evolvono perché certi individui adatti vengono selezionati proprio per i caratteri che li rendono adatti. Questo modo di metterla evita l'ambiguità, ma se ciò sia una strada percorribile dipende dal fatto che la teoria dell'adattamento sia in grado di fornire la necessaria nozione di 'selezione per'; e riflettendovi sembra che forse non ne sia in grado. Da qui l'attuale perplessità.

La storia può dare atto ragionevolmente a Stephen J. Gould e a Richard Lewontin di essere stati i primi a notare che può esserci qualcosa di gravemente errato in questa parte della faccenda. Il loro articolo del 1979 "The Spandrels of S. Marco and The Panglossian Paradigm: A Critique of the Adaptationist Programme" accese una disputa sui fondamenti della teoria della selezione che ancora non mostra segno di acquietarsi. Un pennacchio (spandrel) è uno di quegli spazi più o meno triangolari che si trovano alle giunzioni degli archi che reggono una cupola. Spesso sono molto decorati, e in passato i pittori hanno fatto a gara per ideare di figure adatte a esservi inserite. In effetti (e questo è il punto principale di Gould e Lewontin), uno sguardo casuale potrebbe suggerire che i pennacchi esistono perché forniscono l'occasione per la decorazione; e questo, direbbe il sostenitore dell'adattamento, è ciò per cui sono stati selezionati i pennacchi. Ma in realtà, secondo Gould e Lewontin, questo sposta solo indietro il problema. In realtà, i pennacchi sono un sottoprodotto dell'architettura degli archi e delle cupole; vengono prese le decisioni opportune riguardo alla costruzione di questi, e i pennacchi ne derivano in un modo o nell'altro. Gli archi sono stati selezionati per reggere cupole; i pennacchi sono venuti fuori da sé nel corso del processo.

Presumo che Gould e Lewontin abbiano ragione sotto l'aspetto della storia dell'architettura, ma la cosa non ha vera importanza per la questione centrale. Ciò che importa è che sebbene i pennacchi siano sopravvissuti e siano fioriti, non ne segue nulla riguardo a ciò per cui essi sono stati selezionati, ammesso che lo siano stati. In prima approssimazione, ci sono pennacchi se e solo se c'è una cupola che è sostenuta da archi; come dicono i logici, i due concetti sono coestensivi. E allora, la selezione per gli archi spiega il motivo per cui ci sono pennacchi? O la selezione per i pennacchi spiega il motivo per cui ci sono gli archi? Fin qui sembra che la storia potrebbe essersi svolta in entrambi i modi; e allora, questa equivalenza cosa suggerisce? Quello che è certo è che le cupole e gli archi sono oggetti progettati. Qualcuno effettivamente ha pensato e deciso l'architettura di San Marco, e ciò che egli aveva in mente quando lo ha fatto è stato che gli archi avrebbero dovuto sostenere la cupola, non che avrebbero dovuto formare pennacchi alle loro giunzioni. E questo risolve il problema: i pennacchi non sono stati selezionati per nulla, e sono solo un pezzo che c'è per forza nella confezione. La questione, tuttavia, è se lo stesso tipo di ragionamento può applicarsi alla selezione naturale dei caratteri fenotipici degli organismi, in cui per ipotesi non c'è nessun architetto che prende decisioni. Se le cattedrali non fossero state progettate, ma fossero cresciute in un ambiente selvaggio, la loro storia evolutiva vera sarebbe che esse hanno archi perché sono state selezionate per aver pennacchi? O sarebbe che esse hanno pennacchi perché sono state selezionati per avere archi? O nessuna delle due? O entrambe?

È un luogo comune che Darwin costruì la teoria della selezione naturale osservando quello che fanno gli allevatori quando scelgono le creature per le quali favorire la riproduzione. Questa lettura di Darwin non ha niente di stravagante (idiosyncratic). Darwin "argomenta attraverso esempi, non attraverso analogie", ha scritto Adam Gopnik sul New Yorker nel mese di ottobre dello scorso anno. "Il punto focale de L'origine delle specie non è che tra le razze addomesticate e le specie naturali accada qualcosa di simile, il punto è che accade proprio la stessa cosa, anche se non pianificata e su di un periodo molto più lungo". Naturalmente è vero che l'allevamento, come l'evoluzione, può cambiare i fenotipi nel corso del tempo, con conseguenti effetti sulle relazioni filogenetiche. Ma a ben guardare i meccanismi con cui operano l'allevamento e l'evoluzione difficilmente potrebbero essere più diversi. La studiata decisione di allevare una razza in vista di un carattere o di un altro come farebbe a essere 'proprio la stessa cosa' dell'abbattimento accidentale di una popolazione? Gopnik di questo non parla.

Il problema d'oggi è che la spiegazione della selezione naturale attraverso l'esempio dell'allevamento selettivo è gravemente fuorviante, e ha completamente fuorviato lo stesso Darwin. Siccome gli allevatori hanno una mente, che essi allevino in vista di dati caratteri è un fatto semplice da capire; e se lo si vuole conoscere, basta chiederlo a loro. La selezione naturale, al contrario, è scervellata e agisce senza malizia né premeditazione. Questo mette sotto tensione l'analogia tra la selezione naturale e l'allevamento, forse fino al punto di rottura. E allora, che cosa si intende quando si parla di selezione naturale? La questione è ben più vasta di quanto si possa dire in questo articolo.

Le risposte che sono state suggerite finora non sono convincenti. In particolare, sebbene nei resoconti popolari delle teoria dell'adattamento se ne trovino infiniti, cercare di cavarsela indulgendo ad antropomorfismi metaforici è un'idea pessima. Per esempio, dire che i caratteri selezionati sono quelli che Madre Natura ha in mente quando fa la selezione non può essere vero letteralmente; né può essere letteralmente vero che essi sono i caratteri che i geni egoisti di un individuo hanno in mente quando si impegnano a riprodurre se stessi. Dopo tutto, non vi è nessuna Madre Natura, e non ci sono geni dotati di personalità. Le metafore sono cose belle cose, e probabilmente la scienza non potrebbe essere fatta senza di esse. Ma sono il genere di cosa che si deve mettere da parte quando ha raggiunto il suo scopo espressivo. In assenza di una costruzione serie e letterale della nozione di 'selezione per', la teoria dell'adattamento affonda su questa ovvietà metodologica.

Qui si possono fare ironie deliziose. Tenere fuori dalle spiegazioni biologiche la mente in generale, e la mente di Dio in particolare, è un obiettivo fondamentale per il programma adattamentista. E io a mia volta sono del tutto a favore di questo obiettivo, e poiché sono proprio sicuro che non esiste nessuno dei due, non ho motivo di scegliere tra Dio e Madre Natura. Forse si può, dopo tutto, dare un senso all'idea di variabili ambientali prive di mente che selezionerebbero certi caratteri fenotipici. Cioè, forse si può cavarsela sostenendo che i fenotipi sono come archi perché entrambi gli oggetti sono progettati. La prova cruciale è se la teoria preferita possa distinguere tra una selezione per il carattere A e la selezione per il carattere B quando A e B sono coestensivi: gli orsi polari sono stati selezionati per essere bianchi o perché sono adeguati al loro ambiente? Mettete alla prova quello che dico, e mettete alla prova ogni tipo di teoria dell'adattamento di cui abbiate sentito parlare. Io non sono qui a trattenere il respiro per paura che qualcuno faccia questo sforzo.

La questione empirica. Per un biologo di osservanza darwinista non sarebbe irragionevole argomentare in questo modo: "Al diavolo le questioni concettuali e al diavolo coloro che le sollevano. Noi non possiamo fare a meno della biologia e la biologia non può fare a meno del darwinismo. Quindi il darwinismo deve essere vero". Spesso i darwinisti argomentano in questo modo, e la paura dell'iperbole non sembra in grado di inibirli. Il biologo Theodosius Dobzhansky ha detto che in biologia niente ha senso senza il darwinismo, e di questo detto esistono molte varianti. Il filosofo Daniel Dennett afferma che "in un colpo solo, l'idea di evoluzione per selezione naturale unifica il regno della vita, del senso e del fine con il regno dello spazio e del tempo, della causa ed effetto, del meccanismo e della legge fisica". (Phew!) Richard Dawkins dice: "Se delle creature superiori provenienti dallo spazio visitassero la terra, la prima domanda che si porrebbero per valutare il livello della nostra civiltà, sarebbe: hanno già scoperto l'evoluzione?". Prendete a caso un trattato darwinista e vi troverete di sicuro, di solito nel primo capitolo, la rivendicazione dell'indispensabilità della teoria dell'adattamento. Ebbene, se davvero la teoria dell'adattamento fosse l'unico gioco a disposizione, se il resto della biologia lo presupponesse davvero, allora dovremmo rassegnarci. A quel che è indispensabile, non si può rinunciare (questa potrebbe essere una sentenza à la Wittgenstein). La notizia clamorosa, tuttavia, è che alcune alternative serie alla teoria dell'adattamento hanno iniziato a emergere; e sono teorie che conservano l'essenziale affermazione che i fenotipi evolvono, ma si differenziano in grado maggiore o minore dalla teoria di Darwin secondo cui la selezione naturale sarebbe il meccanismo attraverso il quale soltanto avviene l'evoluzione dei fenotipi. C'è in giro oggi molto più di quanto sono in grado di riferire qui. Ma un esempio o due può dare la sensazione di queste cose.

La teoria dell'adattamento è una specie di quello che si potrebbe chiamare 'ambientalismo' in biologia (non ne è l'unica specie; la teoria dell'apprendimento di Skinner ne è un altro esempio di primaria importanza). L'idea di base è che dove si trova una struttura fenotipica, generalmente si deve poter trovare una struttura corrispondente nell'ambiente che la ha causato. La filogenesi ci dice che i fenotipi non vengono al mondo in modo casuale, ma formano un albero tassonomico più o meno ordinato. E allora, ci deve essere non-casualità nelle variabili ambientali da cui l'albero tassonomico riceve forma. Dennett ha espresso molto bene questa idea: "Una struttura funzionante fornisce informazioni implicite riguardo all'ambiente in cui la sua funzione 'funziona'. Le ali di un gabbiano... implicano che la creatura di cui sono le ali è adattata in modo eccellente per il volo in un mezzo che ha la densità e la viscosità specifiche dell'atmosfera per circa un migliaio di metri sopra la superficie della Terra". Quindi i fenotipi trasportano informazioni sull'ambiente in cui essi sono evoluti in maniera simile al modo in cui la dimensione e la forma di un cratere trasportano informazioni circa la dimensione e la forma della meteora che ha generato il cratere stesso. I fenotipi non sono, in breve, collezioni casuali di caratteri, e la non-casualità non nasce in modo casuale; più non-casualità c'è, meno è probabile che sia venuta per caso. Questa è una tautologia. Quindi, se la non-casualità dei fenotipi non è una riflesso dell'ordine della mente di Dio, forse è un riflesso dell'ordine degli ambienti in cui i fenotipi sono evoluti. E questo è l'essenziale della teoria della selezione naturale.

Ma non appena la cosa si mette in questo modo, si vede che non è l'unica possibilità per forza. Gli ambienti esterni sono strutturati in tantissimi tipi di modi, ma così sono anche gli organi interni delle creature che li abitano. Quindi, almeno in linea di principio, c'è un'alternativa all'idea di Darwin per cui i fenotipi "portano informazioni implicite su" gli ambienti in cui si evolvono: cioè, che essi portano informazioni implicite sulle strutture endogene delle creature di cui essi sono i fenotipi. Questa idea attualmente ha il brutto nomignolo di 'Evo-Devo' (abbreviazione di 'evolutionary-developmental theory'). Ognuno pensa che l'Evo-Devo debba essere almeno una parte della verità, dal momento che nessuno pensa che i fenotipi siano formati direttamente dalle variabili ambientali. Anche i darwinisti più radicali sono d'accordo sul fatto che gli effetti ambientali sul fenotipo di una creatura tipo sono mediati dai loro effetti sui geni della creatura: il suo 'genoma'. Infatti, nel caso tipico, l'ambiente seleziona un fenotipo selezionando un genoma che il fenotipo esprime. Una volta che ha preso piede, questo tipo di ragionamento si diffonde ad altri fattori endogeni. La struttura fenotipica trasporta informazioni sulla struttura genetica. E la struttura fenotipica trasporta informazioni sulla biochimica dei geni. E la struttura biochimica dei geni trasporta informazioni sulla loro struttura fisica. E così via fino alla meccanica quantistica, per quanto ne so. Insomma, la misura nella quale le variabili esogene sono ciò che dà forma ai fenotipi è una questione del tutto empirica; ed è del tutto possibile che la teoria dell'adattamento sia la risposta sbagliata.

Si può pensare la concezione darwiniana dell'evoluzione come una risposta alla domanda: perché alcuni fenotipi sono più simili di altri? La risposta di Darwin fu che la somiglianza fenotipica è pressoché generalmente spiegata dalla comunanza di antenati, e che tanto più sono simili i fenotipi di due creature, tanto più apparentati sono gli antenati più prossimi che esse condividono. Ci sono esempi isolati del contrario, ma non c'è dubbio che questa spiegazione sia fondamentalmente corretta. E, se anche non è 'la migliore idea che qualcuno abbia mai avuto', è abbastanza buona rispetto alla media. Quando ci si pone la domanda di Darwin - perché i fenotipi spesso sono simili? - la risposta è quella di Darwin. Ma se invece ci si chiede il motivo per cui alcuni fenotipi teoricamente possibili non esistono, la spiegazione in termini di adattamento spesso suona non plausibile o assurda. Per esempio, nessuno, neanche l'adattamentista più sfegatato, cercherebbe di spiegare l'assenza di maiali alati sostenendo che, anche se ne siano esistiti alcuni, le ali hanno dimostrato di essere uno svantaggio e così la natura ha fatto la sua selezione contro di loro. Nessuno si aspetta di trovare fossili di una specie di maiale alato che ha ormai si sarebbe estinta. Piuttosto, i porci mancano di ali perché non c'è un posto sui porci dove applicarle. Per aggiungere le ali a un maiale, bisognerebbe trafficare anche con un sacco di altre cose. In realtà, bisognerebbe ricostruire l'intero maiale dappertutto: meno peso, muscolatura adeguata, un adeguato metabolismo, un apparato per la navigazione in tre dimensioni, una silhouette snella e Dio solo sa cos'altro, per non parlare delle piume. La morale è che se si vorrà che abbiano le ali, si dovranno ridisegnare radicalmente i porci. Ma la selezione naturale, in quanto è incrementale e cumulativa, non è in grado di fare questo tipo di cosa. L'evoluzione per selezione naturale è un processo intrinsecamente conservatore, e una volta che uno si è messo lungo il percorso evolutivo che ne fa un maiale, le sue ulteriori opzioni sono notevolmente limitate; non è possibile, per esempio, tornare indietro e rimettersi le piume.

A vederlo così tutto questo sembra ragionevole; ma bisogna notare che questa sorta di 'canalizzazione' impone dei tipi di vincolo sui modi in cui i fenotipi possono evolvere, e questi vincoli non sono spiegati dalla selezione naturale. I maiali alati non sono mai stati una cosa di questo mondo, per cui la natura non ha mai dovuto selezionare contro di loro. Quanti casi del genere ci sono? Quanto spesso un fenotipo trasporta informazioni non sull'ambiente di una creatura, ma su alcuni aspetti della sua struttura endogena? Questo non lo sa nessuno.

Ma ciò porta l'accento sul fatto che, in questo modo di pensare riguardo all'evoluzione, i meccanismi con cui i fenotipi sono costruiti possono benissimo essere numerosi ed eterogenei. Questo è uno dei modi importanti in cui l'Evo-Devo differisce dalla teoria dell'adattamento. I darwinisti generalmente ritengono che la selezione naturale, anche se non è tutto ciò che determina l'evoluzione, è di gran lunga la parte più importante. Per contro, la canalizzazione non potrebbe spiegare la struttura di tutti i fenotipi da sola in modo concepibile. Ma questo lascia aperta la prospettiva che la canalizzazione potrebbe essere uno tra i tanti meccanismi mediante i quali i fenotipi esprimono strutture endogene, e che, presi insieme, rendono conto dei fatti dell'evoluzione (di alcuni? di molti? di tutti?). Se, come ho suggerito, il concetto di selezione naturale è concettualmente imperfetto, tali alternative sarebbero molto gradite.

C'è un altro tipo di processo che sembra spiegare alcuni fatti (molto suggestivi) circa la formazione dei fenotipi, e che è molto diverso sia dall'adattamento sia dalla canalizzazione. In realtà, ci porta indietro ai pennacchi in architettura. Gould e Lewontin dicono che i pennacchi sono un manufatto risultato dalla selezione nella costruzione degli archi. In mancanza di archi, le cupole crollano; così gli archi sono stati selezionati per sostenere le cupole. Ma gli archi sono legati ai pennacchi per motivi di geometria; così i pennacchi non sono selezionati per qualcosa, ma sono passeggeri non paganti trasportati dalla selezione che cerca gli archi. La morale è che i caratteri fenotipici possono trasportare informazioni sui collegamenti tra i meccanismi che li producono. I passeggeri non paganti suggeriscono sempre tali collegamenti, e i passeggeri non paganti sono onnipresenti nell'evoluzione.

C'è un esperimento veramente bello che fornisce un esempio. L'ipotesi di lavoro è stata riassunta succintamente da Lyudmila Trut in American Scientist nel 1999: "Poiché il comportamento ha le sue radici nella biologia, la selezione in vista della docilità e contro l'aggressività significa selezione per produrre certi cambiamenti fisiologici nei sistemi che governano gli ormoni e la neurochimica del corpo. Tali modifiche, a loro volta, potrebbero avere effetti di ampia portata sullo sviluppo degli animali stessi, effetti che potrebbero spiegare il motivo per cui diversi animali rispondono in modi simili quando sono sottoposti allo stesso tipo di pressioni selettive". Nel vocabolario che sto utilizzando: ci si può aspettare una galassia di altri caratteri fenotipici che sono collegati in modo endogeno alla docilità, e quindi che sono passeggeri non paganti nella selezione che vuole produrre la docilità. Tali proprietà co-evolverebbero con la docilità anche se hanno poco o nessun effetto sistematico sull'adattamento; e così ci sarebbe un'evoluzione senza adattamento. Inoltre, nella misura in cui i meccanismi genetici e fisiologici che collegano la docilità ai suoi passeggeri non paganti si estendono su tutta una serie di specie, ci si può aspettare che la selezione per la docilità avrà simili sottoprodotti fenotipici in creature di tipo molto diverso.

L'indagine sperimentale su queste ipotesi richiese quaranta anni di allevamento selezionando per la docilità una trentina di generazioni di volpi argentate. I risultati sono impressionanti. Da un lato, le volpi che sono state allevate per la docilità hanno anche la tendenza a condividere un certo numero di altri caratteri fenotipici. A differenza dei loro cugini selvatici, esse tendono a evolvere con orecchie flosce, muta marrone, peli grigi, coda riccia e breve, gambe corte e colorazione maculata (in particolare, macchie bianche). L'allevamento selettivo per la docilità ha avuto anche effetti caratteristici sul ciclo riproduttivo delle volpi e sulla dimensione media delle loro cucciolate. E questi sono tutti caratteri che anche altri animali domestici (cani, gatti, capre, mucche) tendono ad avere. Un fautore dell'adattamento ha il diritto di chiedersi che cosa c'è nei cani, nei gatti ecc. che fa sì che le code ricce siano vantaggiose alla loro idoneità in una ecologia di addomesticamento. La risposta, apparentemente, è: niente. Le code ricce non rafforzano l'idoneità, sono solo collegate di fatto alla docilità, e così la selezione per la docilità seleziona anche le code ricce, volente o nolente.

Questo caso è molto simile a quella del pennacchio, ma molto è peggio da un punto di vista adattamentista. Si può spiegare il legame tra cupole, archi e pennacchi; la geometria e la meccanica della situazione lo richiedono. Ma gli effetti fenotipici accessori della selezione per la docilità sembrano essere perfettamente arbitrari. In particolare, apparentemente non sono adattamenti: non vi è alcuna spiegazione teleologica - né alcuna spiegazione in termini di idoneità - per il fatto che gli animali addomesticati tendano ad avere le orecchie flosce. Le hanno e basta. E' possibile, naturalmente, che canalizzazioni e passeggeri non paganti siano solo effetto di coincidenze e che la maggior parte o tutte le altre determinanti evolutive della struttura fenotipica siano esogene. È anche possibile che un giorno dei paleontologi scavino dei maiali fossili con le ali. Ma non scommetteteci.

Quindi, qual è la morale di tutto questo? Prima di tutto, è che la classica spiegazione darwinista di come l'evoluzione sia guidata principalmente dalla selezione naturale è in difficoltà per motivi concettuali ed empirici. Darwin è stato troppo un ambientalista. Egli sembra essere stato sedotto dall'analogia con l'allevamento selettivo, con la selezione naturale che opera in luogo dell'allevatore. Ma questa analogia è palesemente viziata: l'allevamento selettivo viene eseguito solo da creature con la mente, e la selezione naturale non possiede mente. La possibilità alternativa a Darwin è che la direzione del cambiamento fenotipico sia determinata in larga misura da variabili endogene. L'attuale letteratura suggerisce che le alterazioni nella durata dei processi di sviluppo controllati geneticamente sia spesso la variabile endogena di scelta: e quindi il 'Devo' diventa 'Evo-Devo'.

Ma io penso che ci sia anche una morale riguardo all'atteggiamento che dovremmo tenere nei confronti della nostra scienza. I tempi subito dopo Darwin assisterono ad un notevole proliferare di altre teorie, ognuna in cerca di cooptare la selezione naturale attraverso un proprio criterio. La psicologia evolutiva attualmente ne è l'esempio saliente, ma gli esempi sono stati una legione. Se ne possono trovare più o meno in tutte le scienze comportamentali, per non parlare di epistemologia, semantica, teologia, filosofia della storia, etica, sociologia, teoria politica, eugenetica e persino l'estetica. Ciò che esse hanno in comune è che si tenta di spiegare il motivo per cui siamo così e così facendo riferimento al vantaggio che ci porta l'essere così e così, o al vantaggio che avrebbe portato ai nostri antenati. "Ci piace raccontare storie, perché raccontare storie esercita l'immaginazione e l'immaginazione sarebbe stata una buona cosa per un cacciatore-raccoglitore". "Noi non approviamo l'idea di mangiare la nonna perché averla in casa come baby sitter è stato utile nell'ecologia dei cacciatori-raccoglitori". "Ci piace la musica, perché cantare insieme rafforzava il legame tra i cacciatori e i raccoglitori (e / o tra i cacciatori-raccoglitori adulti e la loro prole di cacciatori-raccoglitori)". "Si parla facendo rumori e non agitando le mani perchè i cacciatori-raccoglitori vivevano nella savana e avrebbero avuto problemi a vedersi l'un l'altro nell'erba alta". "Ci piace il gossip, perché sapere chi è stato a far le cose è importante, quando il benessere dipende dalla cooperazione in piccole comunità". "Noi non parliamo tutti la stessa lingua, perché ciò renderebbe più probabile l'incrocio con gli stranieri (che sarebbe male, perché indebolirebbe i legami di comunità dei cacciatori - raccoglitori)". "Noi non copuliamo con i nostri fratelli perché ciò farebbe diminuire la probabilità di incrocio con gli stranieri (che sarebbe male, perché, ceteris paribus, l'eterogeneità è un bene per il pool genico)". Non mi sto inventando queste cose. Versioni di ciascuna di queste teorie si possono trovare veramente nella letteratura adattamentista. Ma, in punto di logica, questo tipo di spiegazione deve cessare da qualche parte. Non tutti i nostri caratteri possono essere spiegati strumentalmente; ce ne devono essere alcuni che abbiamo semplicemente perché questo è il tipo di creatura siamo. Ed è facile notare che queste dichiarazioni sono intrinsecamente post hoc (Gould li chiamò "storie dette tanto per dire"); o che, fatta eccezione per il prestigio che prendono a prestito dalla teoria della selezione naturale, non ci sono molti motivi per ritenere che alcuna di loro sia vera.

L'alta marea della teoria dell'adattamento ha fatto prendere il largo a una flotta dalle molte bandiere, ma può darsi che ora la marea si vada ritirando. Se salta fuori che la selezione naturale non è la guida dell'evoluzione, molte speculazioni gratuite resteranno senza terreno e appariranno un poco pazze. L'induzione attraverso la storia della scienza suggerisce che le migliori teorie che questa mattina teniamo per vere si riveleranno più o meno false al più tardi entro domani pomeriggio. Nella scienza, come altrove, "sii prudente a scommettere" è generalmente buon consiglio.

Quanto a Hans Sachs, non penso di mettermi a discutere se siamo abbastanza buoni o abbastanza felici. Ma dubito che siamo ciò che siamo a causa di ciò per cui furono selezionate le nostre menti. Forse il problema vero è che i nostri neuroni non sono connessi correttamente, o che taluni dei nostri ormoni non sono completamente affidabili; con l'effetto, in ciascun caso, che certi nostri desideri non sono compatibili con certi altri. O che certi non possono essere soddisfatti per nulla. Comunque, per quello che vale, sarei veramente sorpreso scoprendo di essere stato un cacciatore-raccoglitore, dal momento che non sento la minima nostalgia per quel tipo di vita. Odio l'idea della caccia, e non sono nemmeno molto incline al lavoro della raccolta. E non posso nemmeno credere che vivere come un cacciatore-raccoglitore mi renderebbe migliore o più felice. Di fatto, mi sembrerebbe l'inferno: niente opera, e niente impianti idraulici!


(Traduzione di Alberto Palazzi. Qui pubblicato per gentile concessione della London Review of Books)

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