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![]() La crisi della politica classica nel Novecento |
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Quando l'oggetto A si muove rispetto all'oggetto B, è molto facile capire che se lo zero delle coordinate spaziali è posto in A, allora sarà B a muoversi, mentre se lo zero è posto costante in B, allora a spostarsi sarà A. Suadenti, i cardinali suggerivano a Galileo: "perché vuoi tu dire che è la Terra a muoversi, quando puoi indifferentemente dire che a girare è il Sole?". Galileo rispondeva: "perché così la teoria è pulita e semplice!". E gli altri, allora: "lo vedi, caro, che puoi benissimo dire che le tue equazioni copernicane sono ipotesi, non verità, perché sei tu stesso a dire che tu le usi per semplificare la teoria. Cioè, che ti servono a qualcosa di pratico, come a noi servono gli artifizi sottili dei nostri canoni per la pratica di preservare le anime dal perdersi…". Perché fare schiamazzi e affrontare tante difficoltà quando per cavarsela basta acconsentire a qualche compromesso ambiguo e compiacente? Ma Galileo, testardo, non volle, e subì censure che bastarono a rendere amari gli anni della sua vecchiaia. La vulgata (di origine illuminista) della vicenda di Galileo crede che la curia romana di quel tempo fosse popolata di gente tanto rudimentale da non saper svolgere un ragionamento articolato, e fosse davvero così fissa all'interpretazione letterale della Scrittura da non poter tollerare una parola nuova che la smentisse. Ma basta andare appena un attimo sotto la superficie, per constatare che non era così: la gente di Chiesa di allora era astuta e sottile, e al suo paragone è Galileo che fa la figura dell'ingenuo: "tu non credevi che io loico fossi". E Galileo non lo si può difendere con i suoi argomenti, perché inesorabilmente si finirebbe per dire che un dato A si muove assolutamente rispetto a un dato B assolutamente fermo: e questo, dopo che Einstein ha demolito l'antica idea dello spazio assoluto, renderebbe ridicolo chi fa il tentativo. Il Papa questo lo sa, e non manca di farlo notare all'occasione, anche invocando l'autorità del profano Feyerabend. Ma il conflitto, allora come oggi, non è attorno al semplice problema della relatività del punto di riferimento di un moto. Il conflitto è tra chi teme troppo Dio, e chi si fida troppo dello Spirito Santo: divisione umana tanto reale quanto velata e sfuggente alla definizione. Ed è questo che le parti contendenti dovrebbero arrivare a capire, prendendo una certa coscienza di se stesse e della loro posizione nella commedia umana. E andando, così, anche oltre se stesse. Quantomeno dal tempo della guerra tra Riforma e Ortodossia, vi sono due atteggiamenti tipici che qualificano le prese di posizione riguardo alle questioni controverse che appaiono e che suscitano pubblico interesse, di qualsiasi genere esse siano. Questi atteggiamenti sono criteri di orientamento che preesistono ai contenuti delle controversie, e ci sono assai familiari: l'uno è quello illuminista, o modernista, l'altro quello reazionario, o come altrimenti lo si voglia chiamare (ci sono molte parole che esprimono quello che ci è facilmente familiare di entrambi questi atteggiamenti). Prima di vedere in che consistano, notiamo che questi atteggiamenti non sono contenuti politici, ma sono metodi, ovvero forme che accolgono qualsiasi tipi di contenuto. Se si pone un problema controverso di qualsiasi natura, il reazionario è colui che lo affronta con un certo tipo di pregiudizio metodologico, il modernista colui che ne applica un altro. Questi due atteggiamenti sono tipici dell'età moderna perché presuppongono un'attitudine a riflettere culturalmente sui propri atti. Quanto più l'uomo è primitivo, tanto meno conosce questi atteggiamenti, perché i suoi conflitti si svolgono in tutta semplicità, e chi vuole una cosa se la prende: Stendhal ce lo fa vedere dove fa mostra di rimpiangere gli usi del Rinascimento italiano prima del sopravvenire delle artificiose complicazioni moderne, e si compiace del pragmatismo amorale con cui gli uomini di quel mondo ingannavano i loro nemici e se ne sbarazzavano facendoli decapitare senza rimorsi, appena avessero il favore dell'occasione. Ma quantomeno dal tempo della Riforma, quantomeno da quando Lutero asserì la liceità dell'interpretazione privata della Scrittura, gli uomini conoscono l'atteggiamento del modernista: cioè di colui che non solo fa una certa scelta, ma riflette sulle ragioni della sua scelta, e poiché vede che vi sono taluni buoni motivi, logicamente plausibili, per scegliere alla sua maniera, si dimentica che ogni scelta ha sempre un'infinità di obiezioni possibili in contrario. Il modernista è l'uomo certo dei suoi metodi razionali, e che perciò pretende che gli altri si adeguino alle sue ragioni, e che giudica barbaro chi non capisce le cose al suo modo. Si dirà: ma il modernista, l'illuminista, è tale perché non è dogmatico, è tollerante, ecc. E invece questo non è esatto: il modernista è tollerante e dubbioso rispetto alle possibili soluzioni alternative che riesce a concepire e ad enumerare, ma non lo è rispetto a ciò che eccede la propria immaginazione. Ad esempio, il modernista è colui che nell'Ottocento praticava il culto della salute, dell'igiene, della ginnastica, dell'astinenza sessuale, e infine della morale matrimoniale ipocrita e degli strumenti ortopedici sadici, perché le convinzioni scientifiche del suo secolo avevano distolto la sua attenzione dalle ragioni e dal diritto della forze oscure e invincibili della spontaneità umana. Poiché c'è il modernista, c'è anche il reazionario: la cui qualità primaria non è di essere colui che difende caparbiamente certe istituzioni tradizionali, contrariamente a quanto si crede. Il reazionario è prima di ogni cosa colui che ha percezione della forma mentale del modernista, e di quanto di autoritario e di violento è potenziale in essa. Sa che il mondo è il luogo del pericolo della guerra e della morte violenta, e sa che il modernista è superficiale nel giudicarne, perché vuole essere illuso che la sua ragione possa vincere la natura. Il reazionario però non va oltre l'accorgersi di queste cose: e perciò se ne difende fortificandosi, con il formalismo giuridico, spesso con l'affermazione caparbia di certi punti di vista tradizionali di cui conosce lui stesso la fragilità, ma più in generale scegliendo di attenersi con scrupolo ottuso a talune sue opzioni arbitrarie. Il reazionario sa che il suo competitore illuminista genera conflitti con la pretesa che gli uomini si adeguino alla sua ragione; e quando è al meglio di sé, esprime questo sapere nell'ironia spregiudicata e amara. Ma oltre questo non sa andare, e il reazionario diventa una maschera nella commedia umana non diversamente dal suo avversario illuminista. Conosce la natura umana, la sua antropologia è realista e senza illusioni, ma questo realismo nega poi la realtà, perché disconosce che l'uomo sa anche, talvolta, esprimersi creando. Perciò dico figuratamene che il reazionario è colui che teme molto Dio e si fida poco dello Spirito Santo, dove il modernista tanto crede nello Spirito Santo da essere persuaso di esserne illuminato nella propria persona, e in ogni istante della propria terrena vicenda: e si sbagliano entrambi. Ciò premesso, ogni problema controverso che prende l'interesse del pubblico genera politica e genera conflitti. E nel mondo moderno i conflitti che si aprono (a quell'epoca, se sia la Terra a ruotare intorno al Sole, o viceversa) prima di essere discussi obiettivamente sono filtrati, in ciascuno di noi, da un inclinazione reazionaria e una modernista che, più o meno prevalente, è presente in ciascuno di noi. Proprio le vicende connesse con la rivoluzione scientifica determinarono la nascita di un uso, una convenzione, per cui si accetta che le dispute connesse con la scienza naturale siano impolitiche se sono abbastanza lontane dalle cose umane: ma questo uso venne al mondo dopo il tempo di Galileo, e comunque c'è perché si è deciso che ci sia. Le questioni di scienza naturale non sono impolitiche per loro natura, ma perché si è deciso che sia così, e rimangono impolitiche fino a quando questa decisione continua a far parte del nostro costume, ad essere una credenza che accettiamo senza pensarci. Per qualche ragione, nel presente questo uso vacilla. Ne nascono dibattiti poco edificanti, dove i contendenti si fanno campioni di punti di vista che dovrebbero solo essere compresi storicamente, per la banale ragione che la questione originaria è anacronistica. E così oggi il Papa Ratzinger dice e ripete certe cose perché sente la ragioni dei suoi vecchi maestri reazionari e giurisprudenti della Controriforma, ma non sa andare oltre loro, mentre i professori di fisica ne dicono e ripetono altre perché la commedia del mondo li ha fatti vestire il gabbano dei modernisti, e mentre il mite Galileo, che era stato scelto dalla Grazia per dire una parola nuova, rimane incompreso. Appare l'alfiere di un punto di vista, quello del modernismo, stereotipo a modo suo, quando invece egli spese la sua vita per dire la parola che gli appariva necessaria e certa, noncurante di ogni altra cosa, rischiando e sbagliando. (commento e foto di A.P.) | |
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