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Ho letto con grande partecipazione il saggio di Carlo Galli Perché ancora destra e sinistra, Laterza, 2010 (http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842091943). Rappresenta un culmine di maturità nella carriera dell’autore, profondamente unitario, impeccabile stilisticamente, denso di spunti e di informazioni nelle più piccole sfumature, meritevole di essere meditato e rimeditato in rinnovate letture.
Questo libro rappresenta i concetti di destra e sinistra in una prospettiva metapolitica astratta, ma di un’astrazione che significa vero spirito scientifico, mai artificioso, sempre funzionale a comprendere e a ritornare al concreto empirico vedendolo sotto una luce nuova, di empatia con la vicenda umana intessuta di conflitti e di speranze. La destra vi è qualificata secondo una costante, la percezione dell’instabilità del reale, della sua anomia, della sua mai piena ordinabilità (p. 36), dove la speculare intuizione che definisce la sinistra è l’ipotesi che possa fiorire la soggettività umana. Questa qualificazione è ricorrente in tutto il saggio, e a p. 26 l’intuizione tipica della sinistra riceve definizione, sempre con l’aiuto di questa metafora centrale, in questa formula: “la realtà ha in sé un seme di razionalità e di uguale dignità umana, che può essere fatto fiorire nell’artificio politico”.
Nel saggio, l’inclusione della molteplicità dei fenomeni in questo schema è riuscita e convincente: la dialettica tra impulso a ordinare e negazione liberatoria dell’ordine, presente per ragioni diverse nella destra come nella sinistra, diviene comprensibile e leggibile come esito necessario delle due diverse intuizioni.
Ora non voglio tanto recensire il saggio di Galli, ma piuttosto progredire nella messa a fuoco del problema, e qui di seguito esprimo la ragione per cui la lettura del saggio di Galli mi è specificamente utile, data l’ipotesi metapolitica su cui sto lentamente riflettendo a mia volta. Prima di leggere il libro di Galli, nello scorso anno, avevo elaborato una meditazione (che ritengo provvisoria) sullo stesso argomento e nella stessa chiave, funzionalistica e svincolata dai contenuti determinati dei conflitti e degli oggetti della volontà umana che generano la politica. Non diversamente da Galli, ho agito con lo scrupolo e il desiderio di andare anche in cerca di un principio (provvisorio) di storicizzazione del nostro presente e delle vicende dell’Italia infestata dalla destra specializzata a “sublimare il disordine nella fiction” (Galli, p. 39).
Qui http://www.nuovorealismo.it/testi/C2009Figure_del_conflitto.asp vado elaborando l’idea che sia utile guardare alla coppia destra-sinistra distinguendo quattro figure in cui essa appare nel tempo: 1) Quella (presente in ogni tempo) dove vediamo confliggere le istituzioni umane – abitudini inconsce e interiorizzate, e perciò percepite come assolute – con il sorgere della coscienza critica che si fa consapevole della loro umanità. Istituzioni contro critica. 2) Quella nata con la prima età moderna, dove l’istituzione non agisce più in modo semplicemente irriflesso, ma si fa capace di critica del suo stesso critico. Non più le istituzioni, ma i loro difensori consapevoli e capaci di artificio, i reazionari, si contrappongono ai modernisti loro critici. 3) La figura, necessariamente successiva, che vede non più la dialettica tra reazionari e modernisti (per noi facile da riconoscere e capire), ma tra due intuizioni entrambe diverse, e che ho voluto chiamare rispettivamente barocca e neoclassica. Qui la intuizione di fondo di ciò che cambiamo destra cambia: non più artificio funzionale alla protezione della integrità umana dall’instabilità del reale, ma identificazione totale con le istituzioni sociali del presente, scambiate per assolute (barocco); e correlativamente cambia la sinistra, non più fiducia nell’ordinabilità razionalistica del reale, ma ritorno allo spirito di obiettività e alla volontà di distinguere tra istituzioni sociali e categorie realmente logiche (neoclassico). 4) Infine, la figura cha ha dato il tono alla crisi del 1914-1945, eccezione ed eversione assoluta, dove la destra e la sinistra classiche (quelle della seconda figura) sono utilizzate e strumentalizzate dalla pseudo-destra e pseudo-sinistra impersonate dagli eversori (fascismo, bolscevismo), la cui differenza specifica non è nelle categorie tradizionali, ma nella loro particolare situazione umana, emancipata, ma incapace di interagire con il suo contesto sociale, e perciò radicalmente eversiva.
Non penso, oggi, che queste quattro figure mettano a fuoco una distinzione categoriale scolpita nel bronzo, ma piuttosto un principio di classificazione adatto ai bisogni del nostro presente, capace di renderci comprensibile quella molteplicità di fenomeni della destra e della sinistra politiche, specialmente della storia recente, che, guardata nei contenuti specifici, finisce sempre per sfuggire a ogni tentativo di classificazione coerente. Per di più, anche in questa riduttiva ipotesi, vado ancora dubitando se questa divisione in quattro figure sia proficua per capire, o non vada invece abbandonata come un frutto arbitrario di immaginazione; ma qui la risposta verrà poco a poco con il tempo, se riuscirò o meno a persuadermi che la Belle époque anteriore al 1914 e la seconda generazione del dopoguerra (circa dopo il 1970) siano davvero segnate dalla dialettica della terza delle mie figure, quella che oppone Neoclassici e Barocchi, piuttosto che dalla più tradizionale seconda figura, che corrisponde al senso più usuale e corrente della distinzione tra destra e sinistra.
La lettura del libro di Galli, però, mi aiuta a confermarmi della validità della mia distinzione, perché la destra di Galli è principalmente quella della mia seconda figura (la sua nozione di “percezione dell’instabilità della realtà” significa un atteggiamento eminentemente reazionario, in quanto il reazionario è consapevole di ciò che fa, a differenza dell’autodifesa conservativa semplicemente istintiva della pura istituzione), mentre la sinistra di Galli non è quella della mia seconda figura, ma proprio quella della terza: la metafora della fioritura della soggettività corrisponde all’intuizione che io chiamo neoclassica. Non a quella modernista, ma a quella maturata rispetto a questa, propria di colui che finalmente perde il candore eternamente giusnaturalistico dei sui avi, e va a cercare la sua identità, lo strumento per sopportare l’esistenza, non più nell’assolutezza della ragione normativa capace di pretendere l’universale legittimità del suo volere, ma in una ragione umile ed empirica, fatta di distinzioni semplici e scopi pragmatici.
Galli, avendo rintracciato la sensibilità neoclassica nel vissuto del nostro presente, la va a cercare in nuce nei classici, ma poiché non la distingue dalla sensibilità tipicamente razionalistica e normativa che era della sinistra tipicamente definita e definente se stessa come modernista, è costretto a esprimersi attraverso sfumature semantiche, che però non conducono a distinzioni univoche e comprensibili, come appare ad esempio qui, a p. 29: “… le sinistre, pur nella loro storica varietà, si sono proclamate eredi del razionalismo e dell'illuminismo e hanno tra loro in comune la più grande attenzione al lato del Moderno che consiste in quell'intrinseco elemento normativo, ma non immediatamente ordinativo, che è la natura umana nella sua forma seminale; questa, per le qualità innate che vi ineriscono - tradotte, secondo la semantica e la sintassi del discorso politico moderno, nei diritti, termine più spendibile politicamente e meno impegnativo che non 'essenza' -, è assunta a priori come Valore da affermare, ugualmente, per tutti.”
Non è proprio così, a parte il fatto che il flusso continuo di immagini, non appoggiato a uno schematismo di appoggio, costringe sempre a interpretare il pensiero di Galli, e quindi a introdurre una quota forte di soggettività nella lettura. La sinistra originariamente è sempre certa della propria capacità normativa e pienamente ordinativa, perché la critica di quanto di arbitrario vi è nelle istituzioni umane non comporta la critica del proprio stesso discorso. E’ l’urto con la storia che ridefinisce l’intuizione della sinistra, conducendola infine a riferirsi semplicemente alla “natura umana nella sua forma seminale”. Per la stessa ragione non mi sembra legittimo l’asserto di p. 32, per cui la “volontà del soggetto di vivere secondo quella che, nell’interpretazione di ciascuno, è la pienezza, è la logica di profondo del Moderno, visto da sinistra”: no! La generalizzazione è anacronistica, e questo punto di vista non è altro che lo sguardo retrospettivo del nostro presente, dove, volente o nolente, chi si sforza di pensare qualcosa criticamente raggiunge una visione neoclassica, perché si trova ad agire (e a subire numerose frustrazioni) in un contesto profondamente barocchizzato, dove la destra non è più reazionaria, ma è l’umanità volgarmente democratica del nostro presente.
L’assenza della distinzione tra il contesto in cui la sinistra è modernista e quello in cui è neoclassica ha eco anche nel giudizio storico di Galli sulle figure (gli affini Nietzsche, Heidegger, Foucault, Derrida, e per un altro percorso Hegel) che sono “in sé non di destra né di sinistra perché capaci di rivelare dall’esterno, e di dislocarli, i dispositivi originari del discorso politico moderno” [pp. 48-49]. Chi riesce a oggettivare storicamente la dialettica tradizionale di destra e sinistra, quale che sia il percorso per cui ci arriva, necessariamente sul piano teoretico si eleva sopra di essa; nondimeno gli autori presi a riferimento, capaci di concepire “l’annichilimento (o almeno la storicizzazione radicale) delle credenze più o meno ingenue della destra e della sinistra” [p. 49] non per questo escono dal gioco, come potrebbe essere se la loro prospettiva tornasse all’origine, ad esempio al modello semplice e completamente spregiudicato e non ancora pienamente moderno del Principe. Invece, “nonostante il loro collocarsi, da un punto di vista intellettuale, fuori e oltre la destra e la sinistra, anche questi autori vi vengono fatalmente risucchiati quanto alle loro posizioni individuali, o alla torsione ideologica che il loro pensiero assume di fatto…” [p. 49]. Qua la questione è terminologica: cosa vuole dire “risucchiati” ? Cosa “torsione ideologica”? E poi, siamo sicuri che sia meramente questione di “posizioni individuali”, coerenza soggettiva con un imprinting politico ricevuto una volta soltanto nella vita[1]? Non è che invece la difficoltà di classificazione di quegli autori sia rappresentativa di una condizione spirituale del loro tempo, e anche del nostro? A mio vedere, i termini di Galli sarebbero passibili di essere sostituiti con distinzioni meno suggestive e più schematiche, ma a patto di storicizzare la vicenda in cui ha preso forma il pensiero di quegli stessi autori: non ne è in grado, oggi, compiutamente nessuno.
La strada però potrebbe essere quella di distinguere la sinistra modernista da quella neoclassica, e introdurre anche l’altra distinzione di cui Galli ha solo sentore: una cosa è la destra che possiamo chiamare reazionaria, usando il termine tecnicamente e senza nessuna implicazione ingiuriosa, ma risparmiandoci la qualificazione meramente compromissoria e quantitativa di ciò che è tenuemente reazionario, ossia conservatore, centrista ecc. Un’altra cosa è la destra del nostro presente, che non agisce mai in conseguenza dell’essere capace di oggettivare la relatività di un discorso modernista (anche se conserva qualche memoria di questa lezione, ricevuta dai suoi padri reazionari), ma agisce in quanto le appare che le istituzioni del suo presente siano le categorie della realtà, l’unico occhiale con il quale guardare le cose, e che di conseguenza sa soltanto comportarsi adeguatamente nel gioco dei rituali sociali del suo transeunte momento, mentre non sa né pensare né cavarsela da sé allorché deve affrontare il più piccolo dei problemi obiettivi che l’esistenza prima o poi le assegna. E’ la destra intesa come soggettività barocca, di cui Galli ha pieno sentore, e di cui il presidente pro tempore del consiglio di questo paese è un alfiere di genio. La destra qualificata dal saper “sublimare il disordine nella fiction” (Galli, p. 39), ma per nominare la quale a lui manca una parola che vada oltre questa prima, efficace, intuizione.
Solo, mancandogli la distinzione esplicita e schematica, il libro di Galli di fatto procede volendo dimostrare l’identità tra la destra reazionaria e quella barocca, non concependone il rapporto genetico. E così il barocco del nostro presente, descritto magistralmente nella sua fenomenologia (soprattutto da pag. 63 in avanti), resta ingiustificato, come fosse un arbitrio generato dall’esercizio di un’opzione, piuttosto che il portato di un processo generazionale nel quale l’aumento della complessità sociale è andato di pari passo non con un corrispondente aumento, ma con una diminuzione della capacità di oggettivare culturalmente la complessità del nostro vivere. In un mondo pacificato quale è stato quello del dopoguerra, la barocchizzazione avviene perché vivere è facile, perché le aspettative sono soddisfatte, perché non c’è la necessità di divenire adulti: e infine i transeunti costumi del presente diventano categorie, perché sono le uniche generalizzazioni concettuali che si riescono a concepire.
Allora, forse, gli uomini della qualità del nostro presidente del Consiglio ci sono mandati per riportarci alla necessità di essere padroni di noi stessi: e questa è l’umile e difficilissima battaglia che la ricostituzione neoclassica della coscienza civile si trova a dover combattere.
(Alberto Palazzi, 19 aprile 2010)
[1] Una cosa che personalmente mi chiedo senza risposta, è se a qualcuno al mondo sia mai capitato di mutare qualitativamente di prospettiva rispetto al proprio imprinting politico, ricevuto solitamente assieme alla tempesta ormonale dell’adolescenza, o se invece ciò sia impossibile agli uomini. La questione è empirica, ma interessante: qualcuno ha mai cambiato davvero il sistema dei propri riferimenti politici di attrazione / repulsione istintiva, o ciascuno di noi cambia solo il modo di esprimerli, adattandosi alle circostanze? |
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