NUOVO REALISMO Homepage      
www.zonabit.it:
Applicazioni di Intelligenza Artificiale

La crisi della politica classica nel Novecento
       
       

Sulla forma partito e l'impasse della politica italiana (Alberto Palazzi, 26 gennaio 2010)

La presente crisi italiana è una crisi sistemica della politica, il cui risultato è quello di consentire la prevalenza di una volontà minoritaria, populista e sottoculturale, la cui rilevanza numerica probabilmente è molto inferiore a quanto non appaia in superficie. Qual è oggi la consistenza numerica stabile del consenso al berlusconismo - leghismo puro? E' difficile azzardare un numero, ma è plausibile supporre che si tratti di una quota decisamente minoritaria, perché il governo in carica dispone di una maggioranza elettorale di misura, in cui confluisce la scelta di tutti coloro che accettano la proposta di Berlusconi non per simpatia, ma unicamente perché questa proposta appare loro più efficace di ogni altra (complice qui come tutti sappiamo l'informazione, che costruisce giorno dopo giorno da anni il mito dell'efficienza e della normalità di Berlusconi).

A fronte della mitologica efficacia di Berlusconi, il discorso pubblico dei nostri giorni è pervaso da una certezza speculare, che è quella dell'inefficacia del PD. Questa inefficacia da un lato è a sua volta mitologica, e ingenerosa, in quanto il PD è un serbatoio di forze, di idee e di iniziative riformiste oneste e condivisibili, e tuttavia alla fine dei conti è reale, perché il risultato di tutto è che Berlusconi saldamente governa, e costantemente inquina la convivenza civile attraverso la demolizione interessata delle consuetudini costituzionali che accompagna la stagnazione economica del sistema italiano, la cui crescente inefficienza è esplicitamente voluta dal berlusconismo come garanzia del mantenimento di una società inetta e complice.

E' possibile che il nodo del problema, la debolezza del PD, risieda nella forma di partito che il PD si è dato nella sua recente costituzione, e che appare incapace di criticare e superare.

Il PD è un partito che di fatto funziona per cooptazione da parte della gerarchia, applicando ancora il modello statutario tipico dei partiti di un tempo, in cui teoricamente la base degli iscritti è sovrana perché elegge i propri delegati ai vari livelli territoriali dei congressi, che a loro volta scelgono i dirigenti, i candidati al parlamento ecc. Questa è una forma di rappresentanza regolata da uno statuto formalmente certo, in cui in teoria ogni militante iscritto ha eguali probabilità di scalare la gerarchia per asserire una propria visione delle cose, ma in cui praticamente il tempo e le energie necessarie per far emergere un'idea o una personalità innovative sono enormemente più grandi del tempo e della forza che bastano per conservare posizioni di potere consolidate nella gerarchia.

In passato la forma dei partiti era questa, e perché così fosse è argomento appropriato per indagini storiche, che ora non è il caso di fare. E' rilevante solo notare che nella cosiddetta prima repubblica italiana tutti i partiti funzionavano in questo modo: vi erano gerarchie appoggiate all'accettazione spontanea e inconscia di idee consuetudinarie di autorità sociale prima che politica (si aveva rispetto dei professori, dell'esperienza dei vecchi, ecc.), e non vi potevano essere leadership personali forti, perché chi era scelto a rappresentare l'intero partito non aveva una delega in bianco, ma rispondeva alla struttura, e ne era vincolato a un forte autocontrollo.

La cosiddetta seconda repubblica invece conosce la prevalenza di una forma di partito in cui le questioni statutarie sono irrilevanti, perché i militanti di fatto concordano a dare una delega in bianco alla personalità che garantisce loro la vittoria. Questo è accaduto la prima volta con Craxi, e poi si è ripetuto su scala molto maggiore con Berlusconi. E' importante notare che qui abbiamo a che fare con una situazione di fatto che è inutile criticare dal punto di vista di qualsiasi diritto: in Italia l'uomo che intona nella chiave giusta la canzone populista - semplificatrice riceve una delega in bianco da molti, e non viene insidiato dentro il suo partito, perché la platea è soddisfatta di vincere e ne riconosce il merito al leader, comportandosi lealmente verso di lui. Lo spettacolo di questo giorni è una delle innumerevoli riprove: i parlamentari PDL votano tranquillamente e volentieri le leggi ad personam che minano la serietà dell'amministrazione della giustizia, sebbene solo una minoranza estremista tra essi sia intimamente convinta degli argomenti (errati e falsi) a pro di quei provvedimenti.

Esattamente l'opposto accade nel PD e in tutta la sinistra italiana, che è il luogo di una eterna e illimitata frantumazione delle volontà, dove il fenomeno del consenso spontaneo e leale verso la persona che conduce al governo non si innesca mai. Anche questa è la constatazione di un fatto: i ripetuti tradimenti che si sono consumati ai danni di Romano Prodi sono una realtà, le cui cause non sono banali e meriterebbero di essere chiarite in termini di sociologia politica, ma che prima di tutto rappresenta un'esperienza dalla quale è necessario imparare e trarre le conclusioni logicamente stringenti.

Abbiamo a che fare con tre modelli di partito, due dei quali sono in atto, mentre il terzo è una possibilità che si potrebbe esplorare:

A) Il partito basato sul consenso spontaneo alla personalità efficace per vincere. Ci sono non uno, ma tre partiti sulla scena che applicano questo modello: quelli di Berlusconi, Casini, Di Pietro. Il primo controlla la maggioranza, gli altri due controllano saldamente una nicchia di consenso stabile, ma probabilmente limitata a un livello fisiologico che non può essere superato.

B) Il partito basato sul sistema della cooptazione nella gerarchia, che è uno, il PD, da quando gli altri basati su questo modello sono declinati avendo perso la fedeltà dei loro elettori (i Verdi e le Rifondazioni).

Come vediamo attorno a noi, il partito che applica il modello della cooptazione nella gerarchia (B) perde sempre perché non è attrezzato a competere alla pari con il modello del consenso all'efficacia (A). Non è difficile capire perché ciò accada: nell'ultima generazione le consuetudini tradizionali di autorità e autorevolezza sociale sono state travolte, e con particolare radicalità lo sono state in Italia, dove il carattere policentrico e polimorfo dell'esperienza sociale favorisce lo scetticismo e lo spirito critico superficiale (e infine autolesionista). Perciò il modello della cooptazione ormai seleziona un personale politico la cui qualità primaria è quella di non fare mai ombra a chi è già dentro la gerarchia e vi gode di una rendita di posizione grande o piccola. E così il partito diviene il luogo della competizione tra personalità sempre più piccole, spontaneamente e automaticamente coalizzate tra loro nell'impedire l'emergere di idee e personalità più forti e innovative, e fuori di questo meschinamente competitive e incapaci di convergere attorno a obiettivi sociali e condivisi.

Il partito diventa tristemente una collezione di egocentrici capaci di dire una sola cosa, spesso la stessa per tutta una vita, e di competere tra loro crudelmente per guadagnare un po' di visibilità con la quale dire a chi è più in alto nella gerarchia la sola cosa che deve essere detta per sperare di essere cooptati; sempre la stessa cosa, declinata in infiniti prolissi discorsi, ma eguale nel rapidissimo e univoco contenuto: "yes, sir".

Nondimeno, proprio l'esperienza del PD mostra che c'è un terzo modello, che potrebbe essere quello finalmente appropriato. Il PD qualche volta ha indetto le primarie (tristemente, lo ha fatto quando i conflitti interni hanno determinato la necessità di ricorrere all'arbitrario delle primarie per superare una difficoltà insormontabile), e ogni volta che ciò è accaduto si è visto che i votanti delle primarie sono molto più di quanto ci si aspettava prima, ma soprattutto si è visto che all'indomani delle primarie il consenso nella società aumenta, e per un po' si avverte una disposizione d'animo ottimista, che viene poi estinta dal ritorno alla normalità della gestione gerarchica e della frantumazione sterile della volontà.

Dunque, la scommessa potrebbe essere quella di inaugurare un modello mai visto in Italia:

C) un movimento politico che conferisca assoluta sovranità alla base dei suoi membri, dotandosi di uno statuto concepito per favorire al massimo la competizione interna di idee e personalità, e dove il giudizio sulla competizione sia interamente di competenza della comunità dei membri.

Allo stato attuale, questa non è che un'ipotesi: inventare un movimento politico congegnato per vietare espressamente la cooptazione da parte della gerarchia, in cui non ci sia modo di eludere la sovranità degli iscritti, e dunque un movimento che elegga tutti i suoi organi con frequenti avvicendamenti e breve durata dei mandati, dove non vi siano dirigenti, ma piuttosto amministratori dotati di una delega temporanea e legata al successo della loro azione, e dove una persona che voglia emergere debba distinguersi pubblicamente per dire "no" - non "yes" - a chi gode di una posizione già consolidata. Un movimento politico costruito su questa premessa forse sbloccherebbe finalmente la società italiana. Forse consentirebbe la nascita di un ceto politico magari anagraficamente un po' verde, ma soprattutto interiormente giovane, perché determinato a volere qualcosa di concreto con forza e a ripristinare la consuetudine di scontrarsi, talvolta anche ingenerosamente, con i propri padri e con le loro abitudini consolidate e isterilite.




Su questo argomento, che sulla stampa riceve numerosi accenni ma scarse analisi, il Corriere della Sera del 18 aprile 2010 ha ospitato questo intervento di Paolo Franchi:

I democratici prigionieri dei "sopravvalutati"
Nel partito "vecchie volpi" pensano soprattutto a marcare il territorio dei cattolici, senza guadagnare i voti dei moderati
I leader che hanno avuto una chance non si ritirano e i giovani faticano a emergere

Dunque, niente Pd à la Romano Prodi, leader eletto dai segretari regionali e direzione di venti più uno uomini di ferro, o supposti tali. Dunque, niente Pd del Nord à la Sergio Chiamparino. Qualcosa nella forma partito e nella selezione della classe dirigente cambierà, ci mancherebbe, ma non è dato che cosa, né quando. Nessun dramma, la fretta è pessima consigliera. E poi adesso a occupare le pagine dei giornali c'è la crisi politica del centrodestra. Vero. Ma è ancora più vero che, di questa crisi, il principale partito di opposizione (e, nelle ambizioni, di alternativa) è solo spettatore. Che cosa succede se avanti non si va, indietro non si torna, e fermi non si può restare? Mistero. Mistero doloroso.

Si apre la classica questione dell'uovo e della gallina. Il Pd è nei guai perché l'idea stessa su cui si fonda fa acqua da tutte le parti, e un partito che non sta in piedi non può ovviamente selezionare gruppi dirigenti degni di questo nome? O, al contrario, il Pd è una fantastica intuizione politica che non è sin qui riuscita a trovare interpreti adeguati?

Chi scrive propende, e non da oggi, per la prima ipotesi: il problema è la gallina, una gallina amorosamente seguita e vezzeggiata, per motivi non sempre nobilissimi, un po' da tutti, compresi osservatori, media, e persino avversari. Ma, anche in questo caso, dei (pochi) meriti e dei (molti) limiti dei protagonisti della vicenda bisognerà pure occuparsi. Anche tra loro c'è chi è stato ed è sopravvalutato. E chi invece è stato e continua a essere sottovalutato.

Il Pd, si è ripetuto sino alla noia, è nato dalla confluenza di diversi riformismi, anzitutto di quelli di matrice cattolico-democratica e socialista (ma sarebbe più esatto dire: postcomunista). Ma il ruolo e l'influenza del primo sono stati ampiamente sopravvalutati.

Certo, non mancano dirigenti che, se non altro, fanno coerentemente la loro battaglia, basti pensare, su versanti molto diversi, a Rosy Bindi, a Enrico Letta e allo stesso Marco Follini, tutti, a vario titolo, sottovalutati. Ma in generale il ruolo più significativo svolto dai cattolici provenienti, via Margherita, dal Partito popolare, è consistito nel graduare l'esercizio di una sorta di diritto di veto nei confronti di una ipotetica, molto ipotetica deriva laicista del Pd. E poi? Alcuni (valga per tutti il nome di Dario Franceschini) hanno cercato e cercano di dare voce, a modo loro, a una "vocazione maggioritaria" già declinante del suo: molti applausi di cortesia, nessun risultato di sostanza. Vecchie e simpatiche volpi, come Franco Marini e pure Giuseppe Fioroni li fanno anche andare avanti (vedi le ultime primarie), ma nello spirito di chi pensa soprattutto a marcare il territorio all'interno del partito. La qual cosa, si sa, fa parte del lavoro del politico di professione: ma non basta certo a guadagnare voti moderati.

Se l'apporto cattolico democratico (per non dire degli altri, praticamente nulli) è stato in ultima analisi questo, è abbastanza naturale che, parlando del Pd, si pensi soprattutto, direbbe Silvio Berlusconi, al Pci-Pds-Ds. E non perché i postcomunisti, con tutto il loro infondato egemonismo, abbiano tagliato a fette a mo' di salame, come l'ungherese Rakosi intendeva fare (e fece) con i socialisti, i loro soci. Quanto ad anima e identità neanche loro stavano messi benissimo. Diciamo: un po' meglio. Ma non abbastanza. La formazione dei gruppi dirigenti, nel Pci, funzionò a lungo per cooptazione. Poi smise di funzionare anche lì.

Aldo Tortorella, negli anni 80, fotografò con gelida ironia l'impasse: "Gruppi dirigenti mediocri cooptano gente ancora più mediocre. Il livello scende costantemente. Finché si arriva a gruppi dirigenti così modesti che per errore cooptano qualcuno più intelligente di loro. Tutto questo noi lo chiamiamo: rinnovamento nella continuità". Storie antiche, nel Pds e nei Ds non ha avuto corso neanche la "legge di Tortorella". Così che nel Pd i diessini hanno trasportato soprattutto le loro contese.

A cominciare dalla più classica, quella tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Se ne è scritto sin troppo, non sarebbe il caso di tornarci su. Se non per segnalare, a proposito della loro perdurante sopravvalutazione, che altrove il leader politico che meritatamente ha avuto la sua chance, e per un motivo o per l'altro non l'ha sfruttata, si ritira (o viene fatto ritirare) in buon ordine. E affida ricordi, dispiaceri e rancori a un libro di memorie.

L'incombere di questo eterno duello viene indicato tra i motivi del mancato emergere di una classe dirigente più giovane, meno prigioniera del passato. Ma una nuova classe dirigente, se davvero c'è, trova i modi, parricidio compreso, per venire allo scoperto. Nel Pd non è successo. E non certo perché giornali, televisione e web non abbiano enfatizzato il "nuovo": Deborah Serracchiani, per dire, adesso sarà un po' meno sulla cresta dell'onda, ma per qualche tempo è stata rappresentata come il Sol dell'Avvenire.

Può darsi che, nelle pieghe dei territori si celino, oltre a molti orrori, energie insospettate. Ma quel che si vede, e non è da sottovalutare (il caso più classico, ma non il solo, è Nichi Vendola) molto spesso non sta nel Pd; oppure ci sta, sì, ma molto a modo suo, come Renzi a Firenze. E poi, anche con i territori è meglio andare cauti. Chiamparino è bravissimo. Però, quando parla di un partito del Nord capace di contrastare la Lega sul suo stesso terreno, rischia di essere un po' sopravvalutato anche lui. Perché va bene esserci, sul territorio, ma bisogna pure avere qualcosa da dire.

E il Pd del Nord dovrebbe o adeguarsi, grosso modo, alla Lega (ma in questo modo, principi e valori a parte, gli elettori continuerebbero a preferire l'originale) o, su temi chiave come la solidarietà, l'immigrazione e la sicurezza sostenere posizioni opposte a quelle su cui la Lega fa il pieno dei voti.

Pierluigi Bersani non è né sotto né sopravvalutato. Dall'esterno lo si guarda con la simpatia che merita chi, senza rappresentarsi come un gigante, cerca in ogni modo di tenere insieme la ditta. È già qualcosa. Magari avrebbe bisogno di avere vicino a sé, piuttosto che dei signor nessuno o dei presunti "uomini di ferro", gente che lo aiutasse a dare un po' di respiro all'impresa. In un ceto politico che, come ha scritto il sottovalutato Gianni Cuperlo, è cresciuto tra i traslochi (dal Pci al Pds ai Ds al Pd, ma se è per questo anche dalla Dc ai popolari alla Margherita al Pd), qualcuno desideroso di metter su finalmente una casa decente senza perdere l'anima ci dovrà pur essere.

...

  HOME