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La crisi della politica classica nel Novecento
       
       

Nel paese dove il ministro delle finanze in pectore (febbraio 2008: mancano due mesi alle elezioni) è Giulio Tremonti, il quale non si perita di sostenere che la finanza può essere creativa e che la causa di ogni male italiano è la globalizzazione (vulgo, che la colpa è sempre degli altri), chi vuole giudicare informato dovrebbe leggere Questione di tasse di Vito Tanzi (Università Bocconi Editore, 2007, pp. 241), un saggio che inquadra storicamente la bancarotta dello stato in Argentina nel 2001 mostrando non solo che all'origine del fatto vi fu l'eterna propensione a intervenire sulle entrate senza portare sotto controllo la spesa pubblica, ma soprattutto che in presenza di un deficit di dimensione problematica e tale da estinguere la possibilità di ottenere ulteriore credito, l'opinione pubblica e soprattutto l'opinione che dovrebbe essere qualificata e competente si lasciano andare a credere a ogni sorta di palliativo e di rimedio miracoloso. Rimedi contro i quali le obiezioni logiche non richiederebbero alcuna particolare competenza per essere capite: e tuttavia esse si dimostrano irresistibilmente svantaggiate rispetto ai discorsi che accarezzano la fantasia e la speranza. L'autore parla in prima persona, perché è intervenuto più volte in Argentina in quanto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, e quindi nel libro racconta le sue esperienze.

Attorno al 1900 l'Argentina era il paese dove il reddito pro capite era il più elevato al mondo; verso il 1970 il reddito pro capite era ancora grosso modo equivalente a quello italiano dell'epoca (p. 8), e la vicenda di dissesto finanziario e di impoverimento è affare dell'ultima generazione. Ci si può chiedere cosa abbia avuto di speciale l'Argentina, non toccata da guerre né da catastrofi naturali, per sperimentare il processo endogeno di declino per cui la sua vicenda differisce da ogni altro paese moderno: sono molti i paesi in cui lo sviluppo non si è mai messo in moto, ma a quanto pare c'è solo l'Argentina che ha conosciuto la regressione dalla ricchezza a una condizione di povertà. Il saggio ce lo fa capire: ciò che è stato eccezionale è stato l'arricchimento dell'Argentina, donato dalla enorme abbondanza di ricchezze naturali in concorrenza con circostanze fortuite. La povertà, invece, proviene tutta dalla scarsa disciplina sociale e dalla propensione all'anarchia della classe dirigente, non diversamente che negli altri paesi sudamericani.

La storia è semplice: gli enormi profitti dello stato (che esercitava il commercio estero in regime di monopolio) durante e subito dopo la seconda guerra mondiale consentirono a Perón di creare una forma molto ambiziosa di stato sociale:

Le politiche di Perón erano state influenzate sia dal corporativismo fascista (il futuro presidente argentino era stato attaché militare a Roma durante il regime), sia dal socialismo reale russo. Perón e la moglie crearono un movimento politico nel tentativo di fondere le due opposte ideologie, evidentemente riuscendovi, in quanto il peronismo attirò indifferentemente le simpatie di gruppi di destra e di sinistra. In seguito ciò avrebbe creato delle tensioni all'interno del movimento, quando le fazioni di destra e di sinistra del peronismo cercarono di conquistare la supremazia. Nei nove anni in cui fu presidente, tra il 1946 e il 1955, Perón si servì dell'enorme rendita che il paese derivava dall'esportazione dei propri prodotti agricoli in un periodo (ossia durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra) in cui la domanda per questo genere di prodotti era altissima, per istituire uno stato assistenziale che offriva numerose prestazioni universali ai lavoratori e alle loro famiglie e per creare potenti sindacati controllati dallo stato in ogni comparto industriale. Evita rivestì un ruolo essenziale nel collegare il peronismo ai sindacati. È possibile affermare che il welfare state argentino (insieme al suo corrispettivo in Uruguay) è stato il primo caso del genere al mondo. All'epoca lo stato assistenziale argentino andava ben oltre ogni analogo esempio in Europa, sia per la percentuale di PIL che assorbiva, sia per la legislazione sociale adottata.

Tra il periodo 1940-44 e il 1945-54, la percentuale del PIL destinata alla spesa pubblica crebbe (…) raggiungendo il valore del 30 per cento del prodotto interno lordo del paese. Per l'epoca, si trattava di un valore straordinario, probabilmente il più alto al mondo. A questo si devono aggiungere le enormi spese della Fondazione Eva Perón, finanziata dai "contributi" - non proprio spontanei - di lavoratori e imprese, e che non venivano conteggiati nel bilancio statale. Questo aumento della spesa pubblica venne destinato al finanziamento di pensioni, istruzione, formazione professionale, edilizia popolare, vacanze e cure mediche garantite per i lavoratori, congedi retribuiti di maternità per le lavoratrici e molti altri programmi assistenziali.
(pp. 14-15)

Ma non appena il valore delle esportazioni argentine si ridusse in seguito alla ripresa della produzione in Europa, questo sistema si trovò ad essere cronicamente deficitario, e perciò inefficiente perché sottofinanziato, con le conseguenze di inflazione, turbolenza politica, dittature militari (dal 1976) e recessione di gravità inimmaginabile con i parametri europei: tra il 1960 e il 2002 l'Argentina ha conosciuto tassi di crescita negativa per ben 17 anni (p. 122). Il processo di degradazione del tenore di vita ebbe inizio all'incirca nel 1969 (p. 25), e fu seguito da politiche il cui stile fu sempre la ricerca dell'entrata tributaria, e mai la pianificazione razionale della spesa pubblica sostenibile dal sistema.

Così il libro ci racconta la storia sconcertante di un paese dall'elevata spesa pubblica in cui l'imposta sul reddito delle persone non dà gettito perché la mentalità sociale si rifiuta di accettare il dovere di pagarla (nel 1994 il gettiti di quest'imposta era meno dell'1% del PIL, p. 164):

La spiegazione che viene data più spesso a Buenos Aires è che agli argentini non piace pagare le imposte. Ma, ogniqualvolta obiettavo che a nessuno piace pagare le tasse, mi rispondevano con uno sguardo che diceva: "lei non può capire".
(p. 42)

In questo quadro, una storia di riforme tributarie talvolta assennate e talaltra fantastiche ci accompagna dalla situazione del 1976, in cui esistevano 96 tipi di imposte (la cui gestione amministrativa costava più del loro gettito, p. 45) a quella del 1995, quando "da un giorno all'altro" si entrò nella percezione della possibilità del fallimento dello stato (p. 153) e a quella della fine del 2001, quando ciò avvenne. Bisogna leggere il libro per gustare lo spettacolo (reso con arte) della stoltezza umana che vuol credere a ciò che fa comodo immaginare come sollievo per l'immediato. Mentre il problema è semplicemente il disavanzo di ogni esercizio finanziario e il conseguente accumulo di un debito sempre maggiore, e la conseguente perdita di credito, e cioè mentre il problema è proprio banale, persone di ogni qualità vogliono credere al diavolo (cioè, che con tortuosi ragionamenti la colpa si possa attribuire al mondo esterno, pp. 208 e seguenti) come alle soluzioni miracolose:

...Cavallo chiese la mia opinione su alcuni provvedimenti di carattere fiscale in discussione in quel momento a Buenos Aires. Uno di essi consisteva nella sostituzione dell'imposta sul valore aggiunto con un'imposta sul consumo, riscossa al momento dell'acquisto da parte del consumatore finale. A quanto pare, questa idea stava riscuotendo un certo seguito in Argentina. L'altro provvedimento consisteva invece nella privatizzazione della riscossione delle imposte, di fatto chiudendo la Dirección General Impositiva (ossia l'amministrazione tributaria) e assegnando la responsabilità dei suoi compiti a uno o più gruppi privati. Ascoltando Cavallo non potei fare a meno di pensare alle svariate "soluzioni magiche" ai problemi fiscali del paese che avevo ripetutamente sentito proporre nel corso delle mie visite in Argentina.
(p. 220)

Qui siamo nel 2000, e chi fa domande simili illudendosi di poter aumentar il gettito fiscale con una flat tax facilissima da evadere oppure trasferendo il problema a un esattore privato, cioè Domingo Cavallo, non è un eccentrico dilettante, ma è l'uomo che il 20 marzo 2001 sarebbe divenuto ministro dell'Economia. Queste le risposte che Tanzi gli diede:

Per quanto riguardava la prima idea, spiegai a Cavallo che far gravare l'intero onere fiscale sull'ultimo gradino (ossia la fase dell'acquisto finale) era troppo pericoloso, in quanto ciò avrebbe incentivato l'evasione dell'imposta. I meccanismi di autoimposizione che contraddistinguono l'IVA e che fanno sì che le autorità ricevano almeno parte del gettito teorico, sarebbero andati interamente perduti. Aggiunsi che nessun paese aveva mai adottato un'imposta sui consumi con un'aliquota superiore al dieci per cento e che tale livello si era dimostrato troppo elevato anche in paesi nei quali di norma le tasse venivano pagate. Con un'aliquota del dieci per cento, basandosi sulla probabile produttività che un'imposta del genere avrebbe potuto avere in Argentina, molto verosimilmente il gettito ottenuto non avrebbe superato la metà di quello prodotto all'epoca dall'IVA. Di conseguenza il paese avrebbe potuto perdere un gettito pari a un buon 3 per cento del PIL…
(pp. 220-221)

Per quanto riguarda la privatizzazione della riscossione delle imposte, mi dichiarai energicamente contrario. Spiegai a Cavallo che il problema principale dell'amministrazione tributaria non consisteva nella riscossione, che poteva avvenire del tutto agevolmente attraverso le banche, bensì nei problemi connessi alla revisione dei conti e nel far rispettare gli obblighi fiscali dei contribuenti, ossia in funzioni che non potevano venire privatizzate.
(pp. 221-222)

Per quanto ci riguarda nel nostro paese, è da dire che sarebbe grossolano equiparare l'Italia d'oggi all'Argentina: il solo fatto che in Italia l'IRPEF dia un contributo fondamentale al gettito fiscale è una differenza enorme, e mostra una società capace di autodisciplina in misura nettamente superiore. Né è detto che per il nostro paese la posta in gioco per l'avvenire sia il fallimento dello stato; più probabilmente il nostro deficit si tamponerà a lungo, l'elevato livello della spesa pubblica continuerà a sottrarre risorse alle energie creative del paese, e determinerà un futuro economico di secondo piano, senza industria ad alta tecnologia, senza università importanti e senza una cultura italiana che facciano parlare di sé nel mondo: prospettiva che piace tanto all'opinione degli evasori fiscali di provincia, delle false imprese sostenute dai finanziamenti a fondo perduto e dei vari parassiti a ogni titolo, e che in fondo sembra non dispiacere troppo nemmeno agli altri soggetti sociali, i quali non ne lucrano, ma probabilmente sono incapaci di analizzare la situazione che li riguarda e li impoverisce.

L'impressionante, e qui l'Italia di oggi è proprio simile all'Argentina, è l'incapacità di portare all'interesse del pubblico e al centro del dibattito politico la struttura della spesa pubblica. Bisognerebbe conoscerla a fondo, individuare quanto in essa è parassitario, polemizzare, negoziarne politicamente la riduzione, e infine riuscire a liberarsi delle spese che non servono a nulla. Un partito politico che fosse davvero democratico qualificarsi con una forte volontà di individuare una base sicura della spesa sociale necessaria, generatrice di equità e benessere, proprio al fine di distinguerla dalla spesa che determina la formazione di un vasto ceto medio artificiale e improduttivo sulla pelle del contribuente, più spesso povero che ricco. Aspettiamo.

(Recensione e foto: Alberto Palazzi)

Finanza creativa ?

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